«Posso farti una domanda?» tenta la sorte Hutch.
Il piccoletto storce il naso e un lieve sbuffo sfugge alle sue labbra. «Se dicessi no, tu rinunceresti?»
«Beh… Immagino che potrei provarci. Almeno per un poco» tentenna.
I suoi occhi azzurri che lo fissano sembrano cercare di scavargli dentro. È abbastanza angosciante, per non dire spiacevole. Ma non ha ancora provato a infilzarlo, dopo tutto, e Hutch reputa che quella sia già una gran vittoria. Può darsi che riesca a entrare nelle sue grazie, di quel passo, anche se ha idea che gli ci vorrà del lavoro, tanto lavoro.
Sospira e scuote la testa. Sembra rassegnato a qualcosa di inevitabile. «Fa' la tua domanda, allora. Ma non garantisco che otterrai una risposta» fa presente serio.
Dio, come può un ragazzino così giovane avere quell'espressione così seria? Sembrano gli occhi di chi ha vissuto mille avventure, per lo più spiacevoli.
«Incoraggiante» borbotta Hutch. Ma ciò non gli impedirà di provarci, giusto? «Sai, non riesco a capire per quale ragione sei intervenuto per tirarmi fuori dai guai, quando la mia casa ha preso fuoco.» Attende, mentre il ragazzino fissa un punto indefinito in fondo alla camera. Può darsi che non ci sarà davvero alcuna risposta per lui, in fin dei conti. «Noi… non ci conoscevamo, credo. Oppure tu… Insomma, mi avevi già incontrato, prima di quella sera quando, ecco, mi hai lanciato addosso uno dei tuoi coltelli?» ritenta. Peccato che nulla cambi. Sembra che niente di quel che ha da dire Hutch possa veramente scalfirlo e convincerlo a dargli qualcosa in cambio. «Non vuoi parlare con me» riflette a voce alta, il tono un po' mogio e deluso. «Ti sei pentito di averlo fatto?»
Il suo sguardo affilato torna a dardeggiare su di lui e sembra più freddo ancora del ghiaccio, eppure anche ustionante. «Pentito, dici?» sibila basso, stringendosi le ginocchia al petto e assottigliando le labbra. «Tu vuoi sapere perché. Io ti dico che non lo so.»
Hutch sgrana gli occhi, incredulo. «Non lo sai? Come sarebbe? Potevi restarci secco anche tu dentro quell'inferno. Non verrai a dirmi che sei tanto altruista da tirare fuori dai guai tutti quelli che capitano sulla tua strada, vero? Perché, senza offesa, non mi sembri proprio il tipo» protesta.
Storce le labbra in un sogghigno amaro. «Oh, quindi ora mi dirai che tu sai che tipo sono io?»
Sfarfalla le ciglia, interdetto. «Euh… Non proprio, per la verità, ma qualcosina può darsi di sì» offre incerto.
«Tsk!» sibila, voltandosi dall'altra parte. «No, tu non sai un bel niente, invece» mormora.
Ed è tutto. Hutch rimane in silenzio, osservando il cruccio pronunciato sul viso del ragazzino, e sa con disarmante certezza che non avrà nient'altro, almeno per quel giorno. L'indomani… chissà.
Ha gli occhi sgranati nel buio e il respiro corto quando si ridesta. Sta tremando vistosamente, raggomitolato in un angolo riparato. Pian piano, nella sua testa si fa strada un minimo di ordine, quel tanto che gli basta per capire di essere sveglio, di trovarsi nel mondo materiale, e non più in uno dei suoi sogni. Non è troppo certo che il mondo materiale abbia le sembianze di qualcosa di migliore, rispetto a quello dei suoi sogni, ma almeno può esercitarvi un minimo di controllo, e questo gli dà quella parvenza di sicurezza che gli permette di tirare avanti, di agire per continuare a sopravvivere.
Lentamente, ancora con un fastidiosissimo groppo in gola, prova a darsi un'occhiata intorno. Vuol capire se è nei guai, come spesso gli capita, o se può permettersi di tirare il fiato e riorganizzare le idee. Attraverso il buio che permea tutto può comunque distinguere le pareti un po' scrostate di una camera, la scarna mobilia che la occupa, un letto striminzito accanto a quello su cui è rannicchiato. Un letto sul quale è malamente steso un tizio grande e grosso che russa a bocca aperta.
Uno sbuffo che somiglia sospettosamente a una titubante risata sfugge alle sua labbra contratte. Quell'Hutch Bessy, sembra un orso disordinato perfino mentre dorme, forse anche più di quanto non appaia da sveglio. Qualche cosa di bizzarro gli si aggroviglia nel petto, come una sensazione di… familiarità? Abbastanza assurdo, eppure più lo fissa e più la sensazione si fa tangibile e prende una forma più netta. Scuote la testa, perplesso. Un ennesimo brivido, strascico del recente e brusco risveglio, lo scuote lievemente. Deglutisce, nervoso, spostando lo sguardo dalla camera nel quale è imprigionato all'occupante dell'altro giaciglio. Sospira, stringendosi le ginocchia al petto. Non sa bene quel che desidera, in quel momento, ed è una situazione che detesta; detesta non riuscire a capire, a decidere con cognizione di causa, ad avere il controllo su quel che gli passa per la testa.
Stringe le labbra, rinserra per un momento la presa delle braccia attorno alle ginocchia ossute, chiude gli occhi un breve istante. E infine sospira arreso e accetta l'inaccettabile, l'incomprensibile, l'inevitabile.
Un roco borbottio infastidito fa vibrare il suo petto. Ha la bocca impastata e gli occhi cisposi. Sbuffa, un po' seccato, senza sapere perché. Si è svegliato, ma è buio e avrebbe avuto piacere di continuare a poltrire beatamente. Invece è desto e non ha la minima idea del motivo per cui lo sia. Si sposta per voltarsi, o almeno ci prova, ma qualcosa intralcia i suoi movimenti. Cruccia la fronte, si divincola appena e si guarda attorno. Sì, è senz'altro ancora notte, e qualcosa di indefinito ha disturbato il suo sonno. Poi i suoi occhi si posano quasi per caso sul materasso un po' bitorzoluto sul quale è disteso e batte le ciglia, incerto su quel che scorgono i suoi occhi. Che stia ancora dormendo, tutto sommato?
Allunga una mano con prudenza. Si ferma prima che le sue dita sfiorino qualsiasi cosa. Fissa l'esile figura del ragazzino raggomitolato accanto al suo fianco, la fronte appoggiata alle sue costole è l'unico punto di contatto che si è permesso, il resto è un miracolo che sia ancora sopra il materasso, visto che è per lo più sporto oltre il giaciglio. Se quello non è un sogno, beh, è qualcosa di altrettanto assurdo. Si gratta la testa, un po' incredulo. Si chiede se riuscirà a riprendere sonno, con il pensiero di restare immobile per evitare di schiacciare il piccoletto. Un lieve sorriso increspa le sue labbra. Così torna a stendersi e prima di richiudere gli occhi posa un ultimo sguardo su quella cosetta lì accanto, che è un groviglio di braccia e gambe intrecciati e aggrappati alle lenzuola. Ha chiaramente deciso di trovare un modo per ritagliarsi un angolo per sé, e forse quel modo include anche il lasciare dello spazio anche per Hutch, dopo tutto. L'occasione è troppo allettante perché Hutch possa permettersi di ignorarla. Quella è la sua possibilità, forse l'unica, e se la terrà ben stretta.
