«Ma… Sei stato tu a intrufolarti nel mio letto» protesta Hutch, dopo che il ragazzino, all'alba, si è risvegliato e lo ha quasi ammazzato per esserselo trovato a nemmeno un palmo di distanza.

La pelle pallida del suo viso prende un po' di colore. «Non mi interessa!» strilla imbronciato e roso dall'imbarazzo. «Eri comunque troppo vicino. Per poco non mi soffocavi nel sonno, stupido bestione!»

Hutch apre la bocca per protestare, ma la richiude senza farne uscire un solo fiato. Le sue spalle si afflosciano. È chiaro che non ne guadagnerà nulla continuando a incaponirsi su quella storia. Qualunque idea sia passata nella testa del ragazzino per spingerlo e ricercare maggior vicinanza, deve averlo abbandonato in tutta fretta nel momento in cui è sorto il sole, mostrandogli quanto avrebbe potuto dimostrarsi una mossa imprudente e avventata sotto molti punti di vista, l'ultimo dei quali un probabile soffocamento notturno involontario.

«Va bene. Hai ragione tu. Ora però, ti prego, calmati un attimo. In fondo ora hai la conferma che non devi guardarti le spalle se sei solo con me. È pur sempre un passo avanti» avanza propositivo e pieno di belle speranze.

Il ragazzino inarca un sopracciglio, chiaramente scettico. «Questo lo dici tu» ribatte asciutto, poco persuaso da quella possibilità.

«Perché dovrei volere il tuo male? Mi hai tirato fuori dai guai, non avrebbe senso.»

«Ho anche fregato le tue provviste.»

Hutch sbuffa e scuote la testa. «Sì, beh, non mi pare ti siano state molto utili. E comunque sarebbero andate in fumo anche senza il tuo intervento. Quindi alla fine mi sarei ritrovato a mani vuote in ogni caso. Anzi, peggio, sarei andato in fumo assieme a loro» fa notare ragionevole.

Storce appena le labbra, sembrando contrariato. «Abbiamo perduto quel piccolo formaggio» mormora amareggiato.

«Abbiamo?» indaga divertito.

Arrossisce di nuovo e sgrana gli occhi, mordicchiandosi un labbro con evidente imbarazzo. «Io… Ecco… Intendevo…»

«Non importa. Ormai è andato. Troveremo un momento più propizio per piangerne assieme la tragica e prematura dipartita» scherza Hutch. Con sua sorpresa, nota un lieve sorriso divertito comparire anche sulle labbra del piccoletto e si scopre a emozionarsi per quell'inatteso risultato. «Quel che invece importa davvero è che io sono vivo, e ho tutta l'intenzione di ricambiare il favore.»

Il ragazzino lo fissa in modo strano, le sopracciglia arricciate in un'espressione un po' perplessa. «Ricambiare? Cosa intendi dire?» Ha un tono impensierito che fa il paio con i suoi occhi indagatori.

«Beh, vuol dire che sto cercando un modo per farti tornare in forma, sempre ammesso che tu lo sia mai stato. Una famiglia ce l'hai?» Vede, con una certa dose di angoscia, i suoi occhi chiari sgranarsi e la sua pelle farsi perfino più pallida. È chiaro che ha commesso l'ennesimo passo falso. Accidentaccio! «Non intendevo…»

«Questi» borbotta in un sibilo poco paziente «non sono affari tuoi.»

Uhm… Ops. Sì, decisamente un passo falso. Se uno sguardo potesse uccidere, Hutch ha il presentimento che a quel punto sarebbe già stecchito.

«Va bene. Mi dispiace se… ecco… sono stato invadente. Proverò a evitarlo, per il futuro.»

Lo sta ancora guardando. Al momento ha un'espressione abbastanza scettica ma cautamente speranzosa. Meglio di niente.

Negli ultimi venti minuti il piccoletto non ha fatto altro che camminare avanti e indietro per la stanza come un'anima in pena. Hutch per un poco di tempo lo ha osservato senza idea di come poterlo placare, ma alla fine ne ha avuto abbastanza di vederlo in quello stato e si è risolto a intervenire.

«Posso fare qualcosa per te, se me ne vorrai offrire l'opportunità» propone cauto.

Non ha l'aria di crederci sul serio, ma se non altro si è fermato. «Mi sento… Non so spiegarlo, ma ho l'impressione che mi manchi l'aria. Qui dentro mi sembra di essere dietro le sbarre di una gabbia.»

Hutch riflette un momento sulle parole del ragazzino, guardandosi intorno. Sì, in effetti è abbastanza angusta e soffocante la camera in cui si trovano. Sandra non vuole trovarsi con la preoccupazione di due soggetti che, potenzialmente, finirebbero per mettere in pericolo la sua famiglia. Al tempo stesso non se la sente di lasciarli a sé stessi in mezzo a una strada senza sapere se hanno dei mezzi per cavarsela. Così ha offerto a Hutch quella sistemazione temporanea, ma è una sistemazione che sta procurando del malessere al giovanotto, in tutta evidenza.

«Forse… ecco… potrei accompagnarti fuori per un poco» offre incerto.

La smorfia sulle labbra del ragazzino non promette piacevoli svolte. «Non ho nessun bisogno di essere scortato. Non sono un cane, né un moccioso incapace» sbotta.

«Questo lo so. Cioè, lo vedo. Ma già te l'ho detto: non è sicuro che tu te ne vada a zonzo da solo là fuori. Sant'Antonio e la sua banda sono con le mani in mano da qualche giorno, ormai, e quando si annoiano diventano delle vere carogne. Non che di solito siano dei santi, ma almeno se ne stanno fuori dai piedi.»

«Guarda che lo so che sei anche tu uno della sua gente» fa presente con una smorfia seccata.

Hutch si stringe nelle spalle. «Solo se serve.»

«A chi serve: a te o a lui?»

«Beh… A lui, di solito. A me frega poco di lui, finché se ne sta a casa sua. Quando mi fa chiamare vado a vedere di che diavolo ha bisogno. Poi me ne torno a farmi i fatti miei.»

«Non prima di aver fatto quel che dice lui» puntualizza il ragazzino.

«Già, beh, questo per forza, altrimenti non gli sarei di nessuna utilità» ammette.

«E in cambio cosa ottieni?»

«Di avere un posto tranquillo in cui stare, e pasti regolari» spiega, facendola sembrare una conclusione ovvia. Uno sbuffo derisorio è tutto quel che ottiene in reazione. «Almeno io non sono un relitto denutrito» borbotta piccato.

Gli occhi azzurri del ragazzino si spalancano. Snuda i denti, gli soffia contro qualche cosa che ha il suono di un insulto e gli volta le spalle, andando a rannicchiarsi contro il telaio del letto. Hutch si sente molto demoralizzato; sembra che non sappia fare altro che offenderlo o deluderlo. Il suo obiettivo si allontana ogni volta che apre bocca a sproposito, e di quel passo le sue speranze di ingraziarselo si faranno tanto remote da annullarsi completamente.

«Scusa. Sono una frana con le parole. Non intendevo insultarti» si pente.

Dalla figura tutta spigoli appallottolata nell'ombra non arriva alcun commento. Gli andrebbe bene anche qualche caustico insulto, ma non sembra che il suo compagno di stanza sia disposto ad accontentarlo facilmente.

«Potrei provare a sgraffignare un cavallo e portarti fino a una zona sicura. In questo modo saremo fuori di qui e lontani dalla gente bacata di Sant'Antonio. Che ne dici?» mormora titubante.

«Quale cavallo sarebbe così sciocco da seguirti?» replica la voce bassa e sarcastica del ragazzino.

Hutch sorride. Perché è un idiota, e anche perché è riuscito di nuovo a farlo parlare. «Ne conosco almeno un paio, sai. Sono tipi tranquilli che amano passeggiare e si fanno portare in giro da chiunque.»

Attende, trepidante e speranzoso. E infine ottiene il suo piccolo premio della giornata. «D'accordo: proviamo.»