Il sole, al loro arrivo a destinazione, si scorge appena, una striscia rosso sangue che presto si inabisserà oltre le colline brulle. A nessuno dei tre viandanti sembra però importare la perdita di luce; Carlotta sembra apprezzare la lieve frescura che porta con sé il tramonto, e il ragazzino non dà l'idea di essere a disagio in quel crepuscolo che rende lunghe e scure le loro ombre.
«Così va meglio» mormora appena la sua voce sottile, mentre smonta da cavallo.
Hutch lo osserva, mentre passeggia fra le sterpaglie con il naso puntato al cielo striato. Sembra l'ombra della propria ombra; è così sottile che presto scomparirà nella notte. "Da dove arrivi?" vorrebbe domandargli. E anche: "Come hai fatto ad arrivare fino a qui?". "Qualcuno aspetta il tuo ritorno? Oppure sei solo al mondo come lo sono io?". Ma sopra a tutto vorrebbe sapere: "Perché non mi vuoi dire il tuo nome? Ancora non puoi fidarti di me?". Invece rimane in silenzio, rispettando il suo, sperando che un giorno possa considerarlo un amico, abbastanza da ritenerlo affidabile, abbastanza da decidere di regalargli qualcosa di sé. E Hutch spera che quel giorno arrivi presto, il giorno in cui tornerà a chiedergli perché: "Perché hai deciso di rischiare la tua vita per salvare la mia? Perché, se nemmeno mi conoscevi?". Fino a quel giorno si arrovellerà inutilmente, nell'attesa di una risposta.
Si è seduto a terra, mentre Carlotta strappa piccoli ciuffi d'erba malata. Il ragazzino sta ancora passeggiando lentamente, andando incontro all'oscurità, come se volesse allontanarsi da quella poca luce diurna che ancora permane stenta. Hutch ha portato con sé qualche misera provvista; l'ha portata per il piccoletto, non vuole che resti ancora a digiuno. Ma al momento il ragazzino non sembra interessato a riempirsi lo stomaco, quanto piuttosto a riempirsi i polmoni di aria. Scuote la testa, ripensando all'offerta che gli aveva fatto il frate. Istintivamente l'aveva rifiutata, ma ora è certo che se anche avesse portato quella proposta al ragazzo come minimo si sarebbe ritrovato con una delle sue sottili lame conficcate in qualche posto molto doloroso. L'idea di rinchiuderlo nella cella di un monastero era idiota la prima volta che l'ha udita, e ora gli pare decisamente assurda, ora che guarda il ragazzo errare per le colline spoglie e desolate fissando il cielo che va riempiendosi di stelle.
Carlotta sbuffa. Hutch alza lo sguardo e nota che il loro compagno di gita sta facendo ritorno da loro. Sorride e recupera il piccolo fagotto dalla tasca della giacca.
«Ho portato del cibo. Ecco, prendi» offre in un bisbiglio lieve.
I suoi occhi chiari, che quasi scintillano nel buio, si fissano in quelli di Hutch. Cauto, lo raggiunge dove è seduto e rimane un momento a valutare l'offerta dell'uomo. Hutch allunga una mano, quella con il fagotto, e attende, pieno di speranza. Attende come si farebbe con un animale selvatico che si sta avvicinando guardingo. Il ragazzo ha lo stesso sguardo differente, le stesse movenze circospette, lo stesso innato sospetto.
«Non ti farò del male» mormora, guardandolo con pacata calma. «Siamo amici.»
«Amici?» indaga, battendo le palpebre perplesso.
Hutch annuisce e sorride ancora. «Proprio così. E gli amici non si pugnalano alle spalle.»
Un lieve sogghigno arriccia le labbra del ragazzino. «Questa è la tua speranza, immagino.»
Ridacchia. Non dovrebbe trovarlo divertente, ma è chiaro che il suo debole per il piccoletto offusca di parecchio la sua obiettività. «Sperò che vorrai accettare la mia offerta di amicizia e tenerne conto. Ma intanto accetta questo» lo sprona, allungando maggiormente la mano con la sua misera offerta.
E infine (infine!) ecco il suo nuovo, sospirato premio. Il ragazzino fa un passo ulteriore, raggiungendo le sue dita protese, e afferra il piccolo involto, portandoselo al petto e annuendo piano.
«Grazie» soffia, sedendosi poco distante e scartando con cura il pacchetto.
Hutch scopre di avere un groppo in gola, mentre osserva il piccoletto spazzolare le loro poche provviste. Ma non è a causa del suo stomaco, questa volta. Qualche giorno prima avrebbe detto che guardare qualcun altro divorare il suo cibo lo avrebbe fatto uscire di testa, ora invece scopre che il suo stomaco non ha più il predominio nella sua vita e che quel posto è stato scalzato con decisione da un lato di sé che neppure sospettava di avere: istinto di protezione, e non verso sé stesso come sarebbe stato ovvio immaginare fino a poche ore prima, ma piuttosto verso una strana creatura dagli occhi affilati. Questo ragazzino ha un effetto imprevedibile su Hutch che, nonostante tutto, non riesce a sentirsi in alcun modo contrariato per la piega che sta prendendo la sua esistenza. Voleva una vita comoda e tranquilla, senza grattacapi, o per lo meno con la sua dose minima indispensabile; invece ora si ritrova per le mani una grana, di quelle enormi, e ancora non ha la più pallida idea di come venirne a capo. Ciò nonostante, se in quel momento qualcuno gli si presentasse davanti per annunciargli che può liberarlo all'istante da quel supposto fardello e permettergli così di tornare alla sua vita pigra e comoda, le probabilità che Hutch lo prenda a ceffoni prima, e forse decida di informarsi dei dettagli dopo, sono davvero molto elevate.
Dopo diverso tempo trascorso a rimuginare sulla direzione presa dalla sua vita, Hutch torna a prestare attenzione a quel che gli accade intorno, e scopre in quel modo di essere sotto esame degli occhi trasparenti del piccoletto. Deglutisce a disagio e si schiarisce la gola, prima di tentare la sorte.
«Ehm… Qualcosa non va?» prova nervoso.
Un sottile sopracciglio si increspa, incurvandosi verso l'alto. «Ne avrei un intero elenco, in effetti. Ma non in questo preciso momento.»
Hutch batte le palpebre, perplesso, e poi sbuffa una mezza risata. «Ok, bene. Meglio così, allora.» Si sofferma qualche istante a studiarlo, incerto. «Hai ancora fame» mormora, adocchiandolo dispiaciuto. E stavolta non è una domanda. Lo vede da sé senza problemi, ma non ha soluzioni immediate da proporre.
«Quello sempre. Ora come ora molto meno del solito, in verità» ammette cauto.
Le sue parole probabilmente dovevano servire a consolare Hutch, ma ci sono riuscite solo in minima parte. Non riesce a fare a meno di sentirsi un mezzo fallimento, e il fatto che il ragazzo, palesemente, non sembri intenzionato a contare su di lui non lo rallegra nemmeno un po'. Deve assolutamente trovare il modo per sistemare quella faccenda, o almeno per dar loro un po' di respiro mentre pensano a come risolvere i loro guai.
«Forse è il caso di riprendere la via per il villaggio» ragiona Hutch.
Per tutta risposta il piccoletto storce il naso. «Preferisco stare qui. Ma se ti serve un letto, vai pure» è l'agghiacciante replica.
«Stai scherzando? Non ci penso proprio a mollarti da solo di notte nel deserto!» protesta, suo malgrado spaventato.
Fa spallucce, poco toccato dalla reazione di Hutch. «Non sarebbe comunque la prima volta» lo informa imperturbabile.
Hutch si imbroncia e incrocia le braccia, stizzito. «Bene! Se puoi farlo tu, posso benissimo farlo anch'io» dichiara secco. "Forse" ammette nella propria testa, immaginando scenari poco allettanti che li attendono al varco per le prossime ore.
Nel frattempo il ragazzino non ha perso tempo e ha intrapreso una piccola ricognizione per radunare sterpaglie e pezzetti di legno per il loro fuoco da campo. Hutch sospira rassegnato e decide di fornire il proprio contributo radunando un po' di pietre per delimitare il fuoco, così da evitare di appiccare l'ennesimo incendio e mandare in fumo anche la collina così come ha fatto con la sua povera casetta.
