First!

I seem to have attracted a troll reviewer, please just ignore them!

Second!

I thank all the various professional artists, digital creators, illustrators, designers and so on (bots, trues, AI etc.) for their offers of collaboration.

I also like to draw, in fact drawing is my first and only true passion (although not absolutely good).

So if I need to illustrate one or more parts of my stories (this and the other), I do it alone, having no need to rely on others.

But thank you

Anna1755

Tanto lo so che lo sai che non soChe cosa ne pensa la gentePer una volta che nonNon ce ne fregava niente

Dormire nudi sui tettiL'eclissi su Roma e la tua Coca LightNon ti ho detto mai quello che mi fai

E gli altri si perdono come nienteE poi si ritrovano in un'altra cittàSembra un'eternità, sembra una vita fa

E tu come stai? Che cosa fai?Io coi piedi nel mare e soltanto a pensareChe sembriamo tutti falliti, tutti falliti

Tutti

Calcutta

Solo un goccio

Mostrerò che la disparità, la discordanza, l'incoerenza delle diverse parti del corpo della monarchia sono all'origine dei vizi costituzionali che ne snevano le forze e intralciano ogni organizzazione; che non si può distruggerne alcuno senza attaccarli tutti nel principio che li ha prodotti e che li perpetua…; che un regno comporto di "paesi di Stati", "paesi di elezioni", paesi ad amministrazione provinciali, paesi ad amministrazione mista, un regno le cui provincie sono estranee le une alle altre, dove barriere che si intersecano al suo interno separano e dividono i sudditi dello stesso sovrano, dove alcune contrade sono totalmente sgravate da imposte e altre ne sopportano tutto il peso, dove la classe più ricca è quella che contribuisce di meno, dove i privilegi spezzano ogni equilibrio, dove è impossibile avere regole costanti né istanze comuni: che un tale regno è necessariamente molto imperfetto, ricco di abusi e impossibile da ben governare…

"Ah…questo avrebbe detto quel disgraziato di Calonne?! Monsieur le Déficit!".

"Sì…oramai è in Inghilterra…".

Negli Stati dispotici la legge non è altro che la volontà del principe...

Il principio fondante delle repubbliche è la virtù, come l'autore dello Spirito delle leggi ha dimostrato, cioè a dire la virtù politica, che non è nient'altro che l'amore della legge e del paese. Le loro costituzioni richiedono che ogni interesse particolare, ogni legame personale cedano sempre il passo al bene generale...

[Un cittadino] non deve risparmiare nemmeno la persona da lui più amata, se colpevole, quando il bene della repubblica ne richieda la punizione.

Noi ripetiamo costantemente la giusta massima che dice che è meglio risparmiare un centinaio di colpevoli piuttosto che sacrificare un solo innocente…

"E chi sarebbe codesto mediocre cantore?!".

"Come, non lo riconoscete? E' un tale Maximilian de Robespierre…".

"Mai sentito!".

"Dall'anno scorso è stato nominato Rettore dell'Accademia di Arras…di mestiere è avvocato. Sapete…era quel giovane studente del collegio Le Grand che qualche anno fa pronunciò un certo discorso, alla presenza dei nostri sovrani in visita a Parigi".

"Sì, questo lo rammento…non doveva esser un gran discorso…mi hanno riferito che il re e la regina non sono neppure scesi dalla carrozza".

"Chissà…forse era un discorso un poco scontato…o forse pioveva? Chi lo sa? Non vorrete per caso che si fossero inzuppati d'acqua e inzaccherati col fango solo per udire le chiacchiere un povero studente di legge? Un moccioso senz'arte né denaro".

"Chissà com'era andata. In ogni caso mi sa che questo Robespierre sarà uno a cui piace imbrogliare la gente! Uno che si nasconde dietro cavilli e leggine per abbagliare il prossimo".

"No…non lo so…pare che abbia difeso anche plebei però, che poi abbia il suo tornaconto…direi che è scontato!".

"Certo…nessuno fa niente per niente!".

"E sapete…pare che quell'uomo abbia ammesso addirittura due donne all'Accademia!".

"Ah si?".

"Tale Marie Le Masson Le Golft da Le Havre e poi una certa Louise-Félicité Guynement de Kéralio da Parigi".

"Inaudito!".

"Perché mai? Che dite? Pare invece che quell'uomo abbia in considerazione le donne".

La natura ha dato a ciascun sesso i talenti che gli sono più congeniali. L'intelligenza dell'uomo ha più forza ed elevazione; quella della donna è d'approvazione...

Anche il loro sesso ha dei doveri, perché il cielo non è stato prodigo di doni e bellezza con le donne affinché non fossero che una vana decorazione dell'universo...ma affinché contribuissero alla gloria e alla felicità della società…

"Avrebbe detto…questo!?".

"Sì…".

"A parer mio sarà tutta una finzione! Così gli si crederà che sia un gran oratore ma poi i suoi onorari saranno salati!".

"Al contrario…dicono che spesso patrocini gratuitamente e che addirittura abbia dovuto prendere a prestito i vestiti perché non ne aveva di adatti all'occasione! Lo chiamano l'avvocato dei poveri".

"Che disgrazia! Ci siamo liberati di Calonne…pensate se invece un uomo del genere finisse per governare la Francia!?".

"Non accadrà mai! Un uomo che difende i poveri finirebbe per diventare un tiranno pur di perseguire le sue idee così malsane! Credeteci che i più malridotti sarebbero capaci di tutto pur di veder avverati i loro desideri".

"Non esageriamo! Il re saprà difendere la Francia dai tiranni!".

L'afa di fine agosto soffocava l'aria già satura d'olezzo e sentori di pelle marcia, aglio aspro di selvaggina e prugne caramellate, cipria dolce e farina di riso, a vincere o, alle perdute, a ingentilire imperfezioni e coloriti troppo tetri e malati, così da non sfigurare entro il coro sgarbato della piccola corte riunita quella sera nella casa dei Baroni van Eyck dalla Baviera, finiti lì a Parigi, per via di certi commerci di tessuti e seta.

Nobili in affari, un'accezione poco nota tra la nobiltà parigina, ancora meno tra quella che reggeva le sorti della Francia, a Versailles.

Nobili non ricchi ma arricchiti…

Collezionavano perle da abbinare alle sete…

Collezionavano pietre preziose da accostare alle perle…

Un ricevimento atteso dunque, più per curiosità che per il blasone dei partecipanti.

"Certo, intanto il nostro parlamento è stato cacciato da Parigi ed è finito a Troyes!".

"Quindi alla fine il re non ha potuto fare altrimenti?".

"Il re assieme a Brienne! Insomma più quello chiede prestiti per arginare l'emorragia e più il Parlamento si mette di traverso! Che avrebbero dovuto fare se non cacciarlo dalla città?".

"Sempre con la stessa storia!?".

"Sì…i deputati insistono sugli Stati Generali! Una richiesta irricevibile".

"Sarà anche irricevibile ma intanto a Parigi sembra che il popolo stia dalla parte del Parlamento. Sono scoppiate rivolte e scontri! Inaudito! Prima quel dannato ladro…adesso i disordini che si susseguono. Se soltanto quella gente – dannata bifolca – aprisse gli occhi. Se lo comprendessero che il Parlamento vuole solo affossare il nostro re!".

"Eppure, chi crederebbe davvero che il popolo sia dalla parte del re!?".

"Sapete, dal ventitré scorso sono state vietate le riunioni dei Club".

"Il re ha paura".

"Il re sta trattando assieme al suo governo…alla fine sarà solo questione di tempo. Se riuscirà a presentare un bilancio adeguato almeno per i prossimi cinque anni allora tutti potremo tirare un sospiro di sollievo…".

"Altrimenti?".

Lo sguardo scorse di sbieco…

Il calice allungato con estremo distacco, gli occhi freddi incontrarono quelli meno gelidi e quasi compassionevoli dell'interlocutore che si era premurato di recuperare un bicchiere di vino bianco, ben freddo.

"Altrimenti il re sarà davvero costretto a soccombere e a convocare gli Stati Generali!".

Il Conte Hans Axel von Fersen fece eco - a mezzo della greve chiosa - alla eco del dialogo udito poco distante tra due annoiati ospiti, intenti a trascorrere gli istanti necessari a riconoscere e avvicinare colei o colui o coloro – chi fossero non era dato saperlo - per i quali avevano accettato di partecipare, casomai fosse valso loro qualche buon affare.

Discorsi raminghi e vaganti…

Discorsi che ondeggiavano tra sprezzo e preoccupazione, dileggio della seconda e stima del primo.

Oscar François de Jarjayes accettò il calice, le dita sapientemente allungate senza sfiorare quelle dell'uomo che si era ritrovato accanto, distratta, mentre osservava invece attentamente la sala del ricevimento, dimenticandosi d'aver letto anche il nome del nobile svedese nell'elenco di coloro che avrebbero preso parte all'evento.

Da quanto non aveva più rivisto il Conte Hans Axel von Fersen?

Da quando era fuggita via per via d'una colpa che ora esisteva solo sul cuore, peso lieve che mai alcun sarebbe stato in grado di sollevare?

Inutile pensarci, inutile rivangare quella colpa.

Imparare a perdonarsi…

Come?

Andare avanti…

Così le avevano insegnato, anche se dietro a sé languivano macerie di rimpianti frantumati, mescolati all'odore del sangue.

Che odore ha il sangue?

Oblio, ruggine, erba bruciata…

L'ennesimo ricevimento con l'unico scopo di acciuffare il famigerato Cavaliere Nero, o meglio, catturare il vero ladro, così da salvare André, tenerlo fuori da quella storia, così che nessuno gli avesse fatto la pelle.

Solo lei avrebbe saputo riconoscerlo…

Ma che diavolo gli era saltato in mente a André di farsi passare per un ladro?

Eppure era già accaduto.

Solo che questa volta era diverso.

Fersen parve contento di vedere l'altra.

L'amore eterno e assoluto giurato a Sua Maestà la Regina Maria Antonietta non era poi così assoluto o eterno, e comunque non impediva all'ufficiale dei Dragoni di Svezia di aggirarsi di tanto in tanto per feste e balli e ricevimenti, anche se non pareva che quell'occasione fosse particolarmente degna dell'altero blasone dello svedese.

In realtà, non era proprio così.

"Sai…ho dovuto rincorrerti!".

Dunque l'incontro non era casuale.

"E da tanto che non ci vediamo" – abbozzò Oscar, come a sottrarsi dall'affondo, che lei no, non era propriamente rasserenata nel vedersi l'altro lì, che anche Fersen conosceva André e ormai lo sapevano entrambi ciò che aveva orientato i gesti di Fersen, la volontà di proteggerla o forse semplicemente l'intento di evitare che alcun genere di corruzione avesse finito per offendere il sangue sacro e puro dell'animo.

Il sangue s'era già corrotto…

Era tardi…

Non v'era più nulla di puro in quella storia, se non gli uomini stessi, nella loro pura essenza, angelica o demoniaca, a seconda di ciò a cui avessero ambito o ciò che avessero detestato o finanche ciò per cui avessero inteso spendere forza e perseguire i loro principi.

Puri lo erano tutti in fondo, nell'imperfezione pura di ognuno.

Nessuno stupore dunque, se non forse quello di ritrovare lì, l'altro, che pareva un poco fuori luogo, anche se, quando c'era da trattare perle e preziosi, in fondo nessun luogo era poi davvero estraneo ai propri affari.

Se Fersen avesse riconosciuto André…

"Perdonami…da quando sei tornata…" – velata apprensione mista a rimprovero – "Non ho più avuto occasione di incontrarti".

"Abbiamo incarichi diversi".

"Sì, fino ad ora…".

Forse fu il vino ad annebbiare i pensieri…

Oscar indietreggiò, chiedendo all'altro di allontanarsi verso aria e spazio meno opprimenti.

Era venuta sola quella sera.

Aveva iniziato a tenere nota ai giorni e ai luoghi ove il ladro era avvistato di notte o dove, la mattina successiva, qualche famiglia nobile si ritrovava alleggerita di oro, gioielli, monete.

Alcuni dei preziosi erano pressoché scomparsi nel nulla, smembrati forse com'era accaduto alla famigerata collana, per esser le gemme rivendute più facilmente, magari quelle meno appariscenti, di basso pregio, quelle senza neppure una triste raffigurazione pittorica al collo di una qualche dama, così che il manufatto non fosse riconoscibile.

Era insolito ma sorprendente, chi c'era dietro ai furti sapeva il fatto suo, semplicemente conosceva debolezze e manie delle famiglie nobili, che altro non erano che ostentazione e cupidigia.

Cambiamonete, strozzini, usurai erano stati passati al setaccio.

Qualcuno arrestato per sacrosante delazioni, spifferate per la strada, che la gente, vedendo i gendarmi rovistare tra le carte di quelli a cui forse dovevano denaro a strozzo, si premuravano d'accusarli delle peggiori malefatte, così gli gl'infami venivano portati via, la bottega sprangata e l'impiccio della gravosa restituzione risolto.

Persino a un tale Monsieur Soixante-Neuf, in Rue Vivienne, accanto alla bettola, A'samedi prochine, era stata fatta una visita, e in quella occasione, alla fine, lei aveva scelto di fermarsi lì, nella dannata bettola – rammentava esserci entrata in un lontanissimo passato - chiedendo un bicchiere di vino e le pareva di avere addosso mille occhi e nelle orecchie d'ascoltare mille sussurri, come se lì, in quella bettola di tisici e puttane, si stesse consumando il prologo di chissà quale evento.

Lì il tempo pareva essersi fermato, come appiccicato ai tavoli bisunti di gomiti sudati e sputi e scaracchi di avventori comuni o altolocati, conosciuti o di passaggio.

E lì, da lontano, aveva riconosciuto anche due del drappello della Compagnia B dei Soldati della Guardia Metropolitana, in libera uscita evidentemente, che l'avevano osservata a sua volta, e riconosciuta, così da alzarle il bicchiere, in segno di sfida, augurandole buona salute per poi offrirgliene un secondo.

Non s'erano azzardati ad avvicinarsi, lei aveva accettato, tracannando d'un sorso, come a rimbalzare la sfida addosso ai due bellimbusti, a mettere da parte bei gesti e moine.

Che quelli, spacconi e sopracciglia arcuate in segno di stupore, avevano ammiccato e poi negato, ridacchiando, punti nell'orgoglio, gettandole addosso l'unica verità conosciuta, capace di ferirla nel fondo della coscienza, ossia che se lei cercava André, André non era con loro, non era lì, e lei avrebbe avuto il suo bel da fare prima di trovarlo, ma soprattutto prima di prenderlo con le mani nel sacco.

Lei voleva davvero prendere André?

O voleva soltanto rivederlo, riaverlo per sé, magari blandirlo per via che a essere solo un ladro, in quanto tale, avrebbe messo nei guai tutti, la famiglia Jarjayes, e persino lei stessa?

Dunque insinuargli il male, vederglielo di nuovo calato addosso, all'altro, per salvarsi la coscienza?

Che diavolo…

Il calice stretto tra le dita, la mente tornò di prepotenza all'incarico.

Era uno strano percorso, per nulla lineare o logico, se non appunto l'unico denominatore lo status della famiglia o i ricevimenti sfarzosi, come luoghi prediletti ove si riunivano personalità dedite all'esibizione di monili, denaro, elogio al potere e alla ricchezza.

Essere ed esistere in funzione di ciò che si possiede.

Provò a stordirsi con un altro calice, agguantato in fretta al passaggio del cameriere.

In giardino l'afa era sopportabile, se non altro l'olezzo proveniva dalla stalla, fieno e merda di cavallo.

C'era abituata e non ne soffriva.

Poche parole, la mente concentrata a comprendere, mentre ora dopo ora, giorno dopo giorno, incarico dopo incarico, aveva preso a farsi strada un unico scopo, un solo obiettivo.

André…

Difenderlo, salvarlo, anche da se stessa, anche a costo di figurare come traditrice o disertore o…

"Intendo dire che anche al mio drappello è stato dato l'ordine di prendere il Cavaliere Nero" – spiegò compito Fersen, tentando d'agguantare l'attenzione dell'altra.

Le parole giunsero da lontano e parimenti la eco si perse nei meandri dei giardini solitari.

Compito ovvio, neutro.

Per un uomo che ha giurato fedeltà alla famiglia reale e soprattutto amore incondizionato – seppur non assoluto – a Sua Maestà la Regina Maria Antonietta, non c'era altra scelta: perseguire il bene della famiglia reale, così da perseguire il bene della regina.

Oscar evitò di commentare, il vino scivolava nello stomaco suscitando una sorta di risata sciocca e diabolica.

Inaudito…

L'uomo che aveva prima fomentato e poi salvato André dall'accusa d'essere un ladro, adesso era stato incaricato di scovare un ladro – il più famoso ladro di Parigi, il Cavaliere Nero – e lei lì ad ammettere che quel ladro – uno dei due almeno – avrebbe potuto essere André e che allora lei avrebbe fatto tutto per lui, per André...

Proprio un bell'affare…

A farlo apposta non ci si sarebbe riusciti.

Che forse era il vino, forse era banale disperazione, che oramai pareva compagna di vita quasi quotidiana, una sorta di ombra, un miraggio buffo e scontroso a tingere di scuro ogni passo, ogni pensiero, ogni mossa…

Rise, Oscar François de Jarjayes.

Dopo tanto tempo, dopo il peregrinare del corpo entro diversità sorprendenti e uniche, fu come se, d'improvviso, quello strano nastro di seta ch'era verosimile chiamare vita, si fosse riavvolto, d'un colpo, e tutto fosse ritornato al punto di partenza.

Da parte di Fersen certo…

Alfiere o cavallo…

Ma lei…

Rise Oscar, che le pareva d'essere ricacciata indietro, come se nulla fosse stato, come se lei fosse solo ed esattamente la stessa Oscar François de Jarjayes di sempre, eternamente pura e perfetta.

Ascoltò il lento divenire della consapevolezza, allora, di cui s'era sempre vantata di avere controllo, moto e misura. Essa batteva addosso, sbuffava, smaniava, imprecava come per volersi liberare del corpo, del ruolo, come a volersi gettare nell'abisso della fine.

Ascoltò l'incedere dell'amore come fosse vino nefasto per effetto e sublime per comprensione.

"Devi catturare quel ladro?" – chiese, tra il serio e l'ameno, come fosse divertita, come scivolando giù nell'inevitabile ilarità d'una inevitabile idiozia.

"Sì. In realtà mi è stato chiesto di disporre dei miei uomini per accompagnare, o meglio scortare, carrozze di aristocratici e nobildonne, così da scoraggiare furti o assalti, sia da parte del ladro, sia da parte…insomma…casomai accadesse d'incontrarlo…".

"Ultimamente a Parigi ci sono stati scontri…" – tagliò corto Oscar, esasperata che adesso quel dannato ladro fosse sulla bocca di tutti e per di più nelle mire di quasi tutti i drappelli di guardie che presidiavano la città – "La gente è stanca. Non comprende ciò che sta accadendo, il re chiede, il Parlamento si oppone, il governo prima cede e poi…".

"In fondo questo è ciò che accade quando interessi contrapposti si scontrano! Non ci vedo nulla di strano. La famiglia reale non sta attraversando un bel momento, ma credo che il popolo saprà avere fiducia nelle capacità del re" – convenne Fersen, incomprensibile se fosse più sollevato o più rassegnato – "Luigi XVI sta tentando di attuare tante buone riforme".

"Non sono convinta che sarà così semplice. Non questa volta".

"Temi per la famiglia reale?" – come contrariato al disordine immaginato dall'altra.

Oscar fece un passo, lo sguardo corse all'oscurità dei giardini dell'edificio, appena rischiarati da pochi bracieri accesi.

"Temo che tante buone riforme non basteranno. Un ladro sta imperversando a Parigi. Ruba nelle case dei nobili. Gioielli, denaro, oro. Nessuno lo nota, nessuno lo denuncia, nessuno…".

"Che intendi?".

"Qualcuno lo protegge…ma non credo si tratti di una persona precisa o di un gruppo di persone, magari i suoi complici. Parigi…è l'intera città che lo sta proteggendo, Come volesse impadronirsi delle sue gesta, come per usarlo e mettere in discussione l'ordine, o il fatto che coloro che hanno più del necessario, potranno ben anche farne a meno!".

"Questo è un ladro, non c'è alcun dubbio. Nessun può arrogarsi il diritto di decidere chi ha troppo e chi no".

"Non ci sono solo nobili altolocati, agiati, ci sono anche nobili decaduti, che non hanno ricchezze, ma lui sembra privilegiare i primi. Dunque a lui interessano le ricchezze e chi le possiede. Non ruba soltanto oro e gioielli. In fondo ruba lo stato delle cose, mostra l'arroganza dell'immobilità di secoli di governi assoluti. E dunque offre una visione…dispiega una sorta di disegno che diviene speranza…e quando agli uomini viene mostrata una speranza…nessuno avrà in animo di vedersela cancellata, per quanto essa potrebbe essere illusoria. E questa speranza muterà come giustizia, ribellione…".

"Lo prenderemo!" – tagliò corto Fersen avvicinandosi, il discorso indegno della sua presenza che dunque aveva altro scopo – "Dove sei stata?" – di schianto…

"In Inghilterra!" – di rimando, come oramai non vi fosse più alcun desiderio di rivelarsi, come se l'Inghilterra, ove mai lei aveva messo piede, fosse il solo scudo a proteggere quel tempo, il tempo della vita e della morte, il tempo più prezioso e più terribile della sua esistenza.

"Oscar…io non ho mai chiesto il tuo perdono. Non so cosa tu abbia compreso di ciò che è accaduto. Ma ti assicuro che non era mia intenzione fare del male a nessuno. Ma ti chiedo perdono ugualmente…qui, adesso…".

"Non dovresti chiedere perdono. Nessun uomo dovrebbe mai chiedere perdono. E poi, se ho compreso ciò a cui ti riferisci…".

Se loro nemmeno sapevano chi eri? Perché avrebbero dovuto vendicarsi? Per il tuo rifiuto?!

Se pensi che questo sia sufficiente allora così sarà! Ma tu sei nobile...tu sei diversa da me...e ciò che è accaduto segna il confine tra ciò che siamo. Tu non puoi finire in questa melma! Non puoi e basta! Io ti ho condotto sin qui e...

Non c'è nulla di orribile in tutto questo!

Come puoi dirlo? Come puoi non trovare orribile ciò che ti è stato fatto!?

Perchè anche lui voleva salvarti!

Dunque salvarmi non renderebbe orribile ciò che ti è stato fatto!?

Che cos'è che ti stupisce? Che un uomo possa arrivare a fare ciò che ha fatto lui per salvarti?

Salvarmi...io non avevo bisogno di essere salvata...da chi poi?

Da me!

Io...

Non ho certezza e non l'avrò mai...

E allora perché lo accusi?

Perché...lui ha mandato quegli uomini a cercarti...e lo ha fatto per scovare me, per sapere se ero ancora vivo...

Ho pregato di riuscire a separarmi da te ma come vedi...non ci sono riuscito...

A Brest...era un bacio d'addio quello!

E tale avrebbe dovuto restare?!

Che intendi?!

Lo sapete! Gliel'avete detto voi che io ero morto!

André...credevo lo fossi...non immaginavo che lei sarebbe arrivata in America. Che avrei dovuto dirle...

Sì...in fondo è così...ero morto...lo ero fin dal giorno in cui ho lasciato la Francia...di certo l'avevate compreso. Ma se tenevate al suo destino, avreste dovuto chiedervi quale fosse la sua volontà, come avrebbe voluto esistere...

Il suo destino era già stabilito!

Non si può dunque scegliere!? Voi...conte...voi avete scelto d'innamorarvi?

No, non ho scelto chi amare...e...Dio solo sa se amare davvero sia una scelta...ma noi non possiamo nulla contro il destino...

Dunque...un uomo non può nulla contro il destino...il destino viene prima della persona...vi siete adoperato perché venisse rispettato un destino che non dipendeva da voi…e contro cui nulla avreste potuto!

Hai rubato ciò che non ti apparteneva!

"Hai sepolto un uomo che era ancora vivo. Gli hai dato la caccia fino a distruggere ogni sua più flebile speranza. Hai infangato il suo animo e ogni più intima fibra del suo essere" – sussurrò piano voltandosi, che il conte udì e la vide e tremò – "Forse è a lui che dovresti chiedere perdono. Ammesso sia possibile essere perdonati per tutto ciò".

"Ho fatto il possibile perché venisse riabilitato!" – s'affrettò a schermirsi Fersen…

Quelle erano foglie di salice...

No...

L'oro era lì...

Non proprio – ammise Oscar tra sé e sé sorridendo, che André era davvero stato all'Inferno ed era pure sopravvissuto – Forse adesso André è davvero un ladro…

"Il tuo perdono…non lo devi a me".

"Sta bene…allora porgerò le mie scuse ad André…".

Semplici scuse…

"Non vive più nella nostra casa ormai da molto tempo. Vive a Parigi, si è arruolato nella Guardia Metropolitana".

Ogni parola scavava…

Ogni parola frantumava a poco a poco la coscienza, come se Oscar François de Jarjayes non fosse più una soltanto, ma si ritrovasse divisa, tra colei ch'era morta, e la parte vivente di sé, e non era certa se in quel frangente, lì, con il Conte Hans Axel von Fersen, ci fosse la prima o la seconda.

Lì, dinnanzi a un uomo che lei stessa, unica e sola, un tempo aveva amato, c'era forse la parte di sé che aveva amato e che ancora si intestardiva ad esistere, ma andava via via dissolvendosi, come un sogno al mattino che galleggia al più nella mente di colui che lo ha generato, che non nella realtà delle cose.

Oppure…

Lì, in quella casa, in quel frangente, c'era la parte ch'era morta, ch'era stata distrutta e cancellata per sempre, quella di colei che non amava più?

Dunque doveva ritrovare la parte viva di sé, quella parte che sola, ancora viva, avrebbe anche potuto sacrificare, quella parte che, viva, sarebbe anche potuta morire.

Non si può morire, se si è già morti.

"Oscar…possiamo…insomma…abbiamo ricevuto gli stessi ordini, abbiamo il dovere di proteggere la famiglia reale, perché non agire assieme, perché…".

S'avvicinò Fersen, lo sguardo un poco più alto.

Lo sguardo bello, intenso.

Uno sguardo non dice ciò che compie un uomo, ciò che pensa, ciò che vuole.

Uno sguardo gode della perfezione d'essere elemento puro, fisico, reale.

"Te l'ho già detto…sei una giovane molto bella…sei coraggiosa…".

"Insomma una giovane perfetta!".

Che Fersen prese le mani, le giunse, le tenne nelle sue, portandole alla bocca, baciandole piano, indugiando.

"Sì, sei perfetta" – proseguì il conte, inebriato.

La spinse indietro, contro lo stipite della finestra che s'aprì rivelando il buio orlato dal chiarore dei bracieri, l'oscurità del luogo e del gesto.

La testa girava un po'…

Dante Renard e Marcel Duvall – le due balorde effigi che aveva incrociato là, a A'samedi prochine - riemersero dalla memoria, ospiti assolutamente inconsueti e gaglioffi, giullari pazzi a rammentarle il brindisi, la risatina idiota, che quelli credevano che lei si fosse messa alle calcagna di André, ma di André lì, non ve n'era nemmeno l'ombra.

E quelli avevan compreso male.

Lei non cercava André, ossia, André certo, ma quando a quell'idiota fosse venuto in mente di bardarsi come il dannato ladro.

Prese a ridere, contro il buio, slacciando le mani da quelle del conte - "La giovane perfetta deve prendere commiato".

"Oscar ma…non ti ho mai veduto…".

"Ebbene sarei una giovane perfetta, semmai cedessi a una lusinga, ma sarei solamente Oscar, quando non fossi più perfetta?! Dunque ho un nome degno soltanto del rimprovero dell'imperfezione? Ebbene…è proprio a questa imperfezione che faccio appello. Devo prendere un ladro".

Uscì il Colonnello Oscar François de Jarjayes dalla sala, forse un poco ubriaca, la testa ovattata, lo sguardo a guadarsi attorno, che anche se non era proprio in sé, non aveva dimenticato.

L'errore fu quello d'immaginare che nessuno avrebbe lasciato il ricevimento prima del tempo.

L'errore squarciò la via di fuga…

Oscar scorse l'ombra che guadagnava l'oscurità.

Una dannazione, chiese il cavallo, lanciando uno sguardo di rimprovero alle guardie che non s'erano accorte di nulla.

Si era a Parigi, l'ombra sfilava veloce attraverso le strade più ampie per poi scartare d'improvviso, consapevole d'un pertugio, d'uno stradello che permetteva la fuga.

Il ladro conosceva la città.

La pistola in pugno, temeva di sparare, temeva che quello non fosse il vero ladro.

E quando anche fosse stato il Cavaliere Nero…

In fondo, anche se era un ladro, ciò che seguiva alle sue gesta - aveva annotato anche quello - era il rifiorire d'una qualche famiglia che poteva permettersi di comperare un sacchetto di farina in più, un paio di scarpe o semplicemente tirare un sospiro…

Parigi proteggeva il Cavaliere Nero, perché il Cavaliere Nero s'era preso a cuore il cuore marcio della città.

Una città insonnolita ma attenta, forse addormentata ma vigile…

Difficile averla vinta contro un'intera città.

Le parve d'averlo raggiunto, le parve che quello si fosse dimenticato che il vicolo era chiuso, assi di traverso per via d'una specie di frana di terra, da un giardino posto più su, che aveva rischiato di travolgere la via di sotto e quelli che ci passavano.

Era accaduto due mattine prima, forse quell'uomo non aveva avuto tempo di studiare la via di fuga.

Il cavallo abbandonato, la scalata verso l'alto - "Fermati!" – la pistola puntata contro…

Non c'era nessuno attorno, dunque, se quello fosse stato André…

L'avrebbe riconosciuta, lei non avrebbe mai sparato e lui non avrebbe avuto ragione di fuggire, se non, unico motivo, quello di non farsi riconoscere, per vergogna, per dissenso, perché così chissà se lei l'avrebbe lasciato andare, tradendo se stessa, oppure l'avrebbe preso, tradendo così, lui.

Che l'uomo abbandonò l'idea di scavalcare l'ostacolo, ridiscese giù, di spalle, immobile.

"Voltati!" – un altro ordine – "E vieni qui!"

Che si voltò il ladro e prese a camminare e lei, le dita strette al grilletto, s'immaginò che avrebbe voluto esser lei, in quel frangente, a indietreggiare, e fuggire.

Se fosse stato André, rivederlo lì, in quella notte di afa e sudore, mentre le viscere battevano di struggente desolazione, mentre il passo avanzava e lei avrebbe dovuto fermarlo, tenerlo a debita distanza, ordinargli di togliersi la maschera e finalmente vederlo in faccia…

Se fosse stato André, tutto sarebbe precipitato…

Tutto entro la scelta dell'altro, la sua vita, di nuovo, sbattuta in faccia a lei…

André cultore del caos contro di lei, fautrice dell'ordine.

Pochi istanti per decidere, quello non si fermava, continuava a camminare.

Ammise che forse era André, che non la temeva, ma avrebbe potuto esser il ladro che fingeva d'esser André, casomai i due si fossero conosciuti.

Parigi proteggeva i suoi figli…

Perché erano i suoi figli a proteggere Parigi.

L'uomo avanti a sé, lo scorcio di luce marcia alle spalle riportava la corporatura, il taglio di capelli, il respiro…

Un istante, Oscar comprese che quello non era André, gli occhi addosso, avrebbe potuto sparare ma prese a indietreggiare ascoltando passi alle spalle, mentre quello davanti allungava la mano, smargiasso, attaccandosi al braccio, stringendo il polso, un istante, se avesse sparato l'avrebbe ammazzato.

Non volle, anche se quello non era André, anche se quello non lo conosceva ma poi anche quello le pareva d'averlo già visto.

Dove…

Dove…

Sono Bernard Chatelet...

Sono un giornalista...voi sapete nulla di ciò che è accaduto oggi a Parigi?! Intendo per via del l'affaire du collier de la reine?

Voi siete un soldato del re...so che venite da Versailles...il nostro giornale è stato perquisito...proprio oggi! E adesso questo!

Rosalie mi ha detto che voi conoscete André! E Alain Soisson...mi ha raccontato che da Versailles è giunto l'ordine di cercare quelli che avrebbero rubato la collana!

Che cosa c'entrano i giornali con quella faccenda? O non è forse un nuovo tentativo del re di chiudere la bocca a tutti quelli che cercano la verità? Perché la verità è forse che quella collana se l'è presa proprio la vostra regina?!

"Tu sei…" – la mano slacciata…

"Vorresti spararmi? Non lo faresti mai!".

Tremò la mano, conosceva quell'uomo, era un giornalista, ma soprattutto era il marito di Rosalie Lamorlière.

L'innocente Rosalie, da quando l'aveva conosciuta, l'altra s'era via via mutata in un pezzo della propria esistenza, lo sguardo limpido spuntato come fiore azzurro dal macabro marciume d'una nera città.

A poco a poco riemersero frammenti di dialoghi, la perquisizione alla tipografia che stampava i dannati giornaletti zeppi di fango contro la famiglia reale, la rabbia di quelli che vedevano andare in fumo un lavoro di ricerca e verità…

Un altro passo…

"Io me ne vado" – sentenziò l'uomo, per nulla spaventato dalla pistola puntata addosso – "Ci sono altri affari da sbrigare".

"Fermati!" – indietreggiò ancora Oscar, l'altro avanzò tentando di scansarla, le passò accanto…

"Ci vediamo!" - la sfida, l'affronto e poi ancora - "Tra tutti i nobili che ho conosciuto, voi siete una tra i migliori" - la beffa – "Non credo sareste capace di sparare alle spalle di un uomo disarmato".

"Dipende dall'uomo!".

Lo sparo…

Oscar scansò la mano, le dita immobili sul grilletto altrettanto immobile, il passo di lato…

Avanti a sé l'uomo fece ancora un passo, barcollando e poi schiantandosi contro il muro sbrecciato.

Gli occhi corsero ancora oltre…

Il braccio teso, la mano ferma alla pistola, l'odore aspro della polvere da sparo dissolta a mescolarsi all'umida afa della notte.

Fersen era poco distante…

Il conte aveva mirato e sparato, la eco del colpo, inghiottita da mura sghembe di straducole zozze, sussultò tra finestre e voltoni, mutandosi in grida di paura, passi affannati di gente che accorreva per comprendere.

Fersen gridò, le chiese se stava bene, senza avvicinarsi…

Oscar non rispose, pochi istanti, si avvicinò al ladro accasciato sul muro, la spalla incarognita dal dolore, il respiro corto, la dannazione tra i denti…

"Te l'avevo detto" – la chiosa sarcastica sibilata – "Che non avresti mai sparato a un uomo alle spalle. E infatti non l'hai fatto. Tu sei diversa".

Pochi istanti…

Parigi protegge finché si è utili a Parigi…

Ma alla fine Parigi, puttana che ambisce solo al guadagno d'una bella scopata, si alza e se ne va, ammettendo che non ne ricaverebbe nulla a proteggere un ladro ferito.

Una spallata…

Oscar spinse contro la porta che cedette di schianto.

Passò la mano dietro la schiena del ladro, forzando il passo, sostenendo il peso greve d'un uomo che a poco a poco perdeva forze e ragione.

Il colpo a sprangare la porta, così da sbarrare il passo di chiunque, che fosse legno o stupore a interrompere la caccia.

"Che fai…" – la domanda tagliò l'aria, alle spalle accorrevano gente e soldati e…

"Conosci un'altra via d'uscita?" – domandò infilandosi dentro il portone, prendendo a camminare verso la luce che portava all'uscita opposta, che quello non era il portone d'una casa bensì d'un voltone che collegava due straducole parallele, una sorta di taglio trasversale che feriva il quartiere e al tempo stesso regalava aria e speranza.

"Per di là…" – Bernard a fatica indicò di scorrere lungo il muro e scegliere la terza porta.

Parigi ridiveniva madre amorevole, che forse il figlio scapestrato avrebbe ancora potuto esser utile, e allora non lo si poteva lascia crepare lì, in mezzo alla strada, o peggio ancora rischiare che venisse giustiziato sulla piazza pubblica.

Perché quel ladro non era solo un ladro. E perché quel ladro molto probabilmente conosceva ciò che faceva André.

E quel colonnello non era solo un colonnello. E anche lei conosceva André…

Nessuno era più quello di prima e da un bel pezzo ormai.

O forse nessuno lo era mai stato in realtà. Da sempre.

Lo strappo nelle viscere dilagava nella testa e nelle dita, e per ogni gesto che compiva subiva la dannazione ch'esso non fosse ancorato all'antica visione della vita.

Non era più neppure questione di onestà, virtù, purezza.

Non era più questione di rinnovare il patto di fedeltà.

Tutto era corroso e infine frantumato, sotto il peso del pensiero unico e dirompente che la propria vita era nelle proprie mani e che lì le proprie mani in quelle dell'altro, avevano suscitato la tiepida inerzia della meravigliosa scoperta, i gesti rallentati, la passione declinata entro un semplice sorriso, mentre il tramonto scuoteva le viscere, mentre le dita s'inanellavano nella mente, infuocate dal pensiero di stringersi per davvero all'altro.

Il quotidiano convivere con se stessa, esibita come trofeo dal padre, adorata come amica fedele dalla regina, brillante di pura innocenza allo sguardo dell'uomo che un tempo aveva amato e di caparbia saggezza allo sguardo dell'uomo che l'aveva chiesta in moglie…

Tutto s'infrangeva di schianto passo dopo passo, giù, nelle viscere della città più fetida e puzzolente e ariosa e sprezzante.

Parigi accoglieva i suoi piedi.

Parigi accoglieva il respiro affannato.

Parigi l'abbracciava…

"Ancora avanti!" – il ladro indicò la strada, i denti stretti, il respiro sconnesso.

Parigi li inghiottì entrambi.

"Che stai facendo?" – continuava il ladro…

"Che t'importa? Adesso ti preoccupi per me?".

"No…tutt'altro…mi domando se questo non sia il miglior modo per trovare il mio nascondiglio?".

"Sei un giornalista! Ti chiami Bernard Chatelet. So già chi sei e tu sai chi sono e non mi serve sapere dove ti nascondi. Potrei arrestarti quando voglio, e senza fare tutta questa fatica".

La corsa s'arrestò contro il muro circolare d'un pozzo.

I corpi esausti s'accasciarono giù.

"Che diavolo vuoi da me?" – sputò Bernard Chatelet, asciugandosi la bocca arsa di bava…

"Che tu smetta con questa farsa! – rispose l'altra allagandosi il colletto dell'uniforme.

"Sei pazza! Perché dovrei smettere?".

Silenzio, il ladro era degno del nome, ma tanto lei gliel'aveva già detto di sapere tutto su di lui ed era certa che anche lui si rammentasse di lei, dell'incontro a La Port du Ciel, e degli sparuti sguardi che s'erano lanciati durante il processo a Jeanne Valois.

"Rosalie Lamorlière" – disse piano Oscar – "Possibile che tu non riesca a comprendere?".

S'ammutolì l'altro, ch'era stato idiota, che s'era presentato lui stesso all'altra, tanto tempo prima.

"So che adesso lavora come sarta. E' apprezzata anche da nobili dame".

"Che diavolo c'entra…".

Bernard Chatelet si sporse, si strappò la maschera dalla faccia, muto, che non comprendeva ma poi aveva compreso benissimo.

"Se qualcuno si rammentasse che tua moglie lavora per le famiglie nobili, quelle più ricche certo, quelle che possono permettersi vestiti all'ultima moda, stoffe preziose" – chiosò Oscar – "E se a qualcuno venisse in mente che tu eri al ricevimento di una famiglia bavarese che si occupa di commercio di tessuti e perle e pietre di media caratura. Le stesse che immagino anche tua moglie userebbe per gli abiti più preziosi…".

L'altro s'avventò contro l'ufficiale, le parole da ricacciare il gola…

Oscar s'attaccò alle mani…

"Cane della regina! Come puoi farti forza d'un simile ricatto?".

"Il cane della regina e il ladro! Siamo simili allora! Come potrei convincere un ladro a smettere di rubare se non usando i suoi stessi sistemi? Anzi dovresti ringraziarmi di averti concesso di fuggire!".

"Non ti ringrazio d'un bel niente! Potrei anche ammazzarti qui!".

"Se lo farai sarebbe la fine per tutti".

"Tutti…chi…".

"Qualche settimana fa ero con il drappello della Guardia Reale dalle parti del mercato di Les Halles. Era corsa voce ch'era stato avvistato un ladro dalle parti di Rue des Francs Bourgeois".

Bernard Chatelet non capiva. Fingeva ma forse poi non troppo.

"Ebbene…di ronda c'era anche un drappello di Soldati della Guardia Metropolitana e uno di quelli s'è messo a gridare che invece il ladro – o qualcuno che poteva esser scambiato per un ladro – era dalle parti di Saint Eustache. Io sono rimasta lì vicino, a Les Halles…e ti ho visto…".

Bernard Chatelet sapeva d'essere stato dalle parti di Rue des Francs Bourgeois.

Dunque non era lui quello che Oscar François de Jarjayes aveva visto a Saint Eustache.

Non era lui ma…

Tacque, conosceva bene il legame tra quella donna che vestiva in uniforme e André Grandier.

"Dunque non solo Rosalie…ma quel che è peggio…hai complici anche nei Soldati della Guardia?!" – provocazione subdola ma ovvia – "Molte persone stanno rischiando per proteggerti. Per coprire le tue gesta. Ne vale la pena?!".

"Tu che ne sai? Che t'importa?".

"A te importa di tua moglie?! A me importa di quei soldati".

"E da quando a un nobile importerebbero soldati del popolo? Pezzenti che fanno la guardia a Parigi solo per sfamare le loro famiglie?! E tu credi che le vie di Parigi si possano tenere pulite come i corridoi di Versailles? Ebbene…Parigi non è Versailles! Alla reggia la gente non muore di fame, qui sì! A te non interessa se la gente muore di fame ma che la gente stia zitta e non si ribelli. Non t'interessano i soldati, quanto che quelli eseguano gli ordini e mantengano il buon nome dei dannati sovrani che ti tengono al laccio!".

"Sarebbe alquanto singolare che un certo ordine volgesse a proteggere la fuga di un ladro, dunque debbo dedurre che quelli non stiano eseguendo gli ordini di nessuno ma che lo facciano di testa propria. Se venissero scoperti, verrebbero arrestati. Perderebbero il lavoro…perderebbero tutto…".

"Che discorsi! Sei capace di parlare solo a questo modo!".

Si sporse anche lei, che aveva recuperato un poco di respiro - "Le conseguenza delle tue gesta e di ciò che stanno facendo i soldati e chissà quante altre persone che coprono le tue scorribande ricadrebbero solo su di loro. Se hanno in animo di proteggerti come stanno facendo, nessuno di loro ti tradirebbe e tu non correresti mai il rischio di essere scoperto e catturato. Dunque chi è che ci rimetterebbe di più in questa faccenda? Tu o loro?!".

Negò Bernard Chatelet, che i rischi erano sotto gli occhi, ma la rabbia che nasceva dalla miseria in cui annegava la città era visione ancora più acuta, pungolo che spingeva a disattendere il peso dei primi.

"Non comprendi! Tutti quelli che proteggono il Cavaliere Nero non lo fanno per se stessi…".

"Il re sta cercando di cambiare le cose…sta tentando di riformare le storture…".

"Siete un'illusa!" – mutò la persona, la voragine si riapriva…

"E voi siete un giornalista. Non varrebbe la pena usare le parole per smuovere le coscienze? Informare la gente di quello che sta accadendo, delle storture e delle soluzioni che i nostri governanti stanno tentando di trovare?! Sapete che il parlamento è stato esiliato a Troyes?".

"E voi lo sapete perché? Il parlamento vuole gli Stati Generali. Solo così, tutti i rappresentanti del popolo riuniti, tante voci riunite nell'unica voce, quella della Francia, si potranno davvero cambiare le cose!".

Una mano puntata a terra, Bernard Chatelet si issò su, facendo leva sul muretto del pozzo, la sinistra teneva la spalla, la ferita era di poco conto e il dolore scemato permetteva di riprendere a camminare.

"Ve lo ripeto. Siete un'illusa. Il re è troppo debole…troppo incerto. Vuole accontentare tutti e così finirà per non accontentare nessuno. Al popolo di Parigi non bastano tentativi così blandi…ridurre le pensioni…protestanti ed ebrei che avranno accesso allo stato civile…aiuti a orfani e giovani senza marito…concessioni…mere concessioni…il re pretende e il Parlamento punta i piedi…il Parlamento si oppone e il re recede…non capite? E anche il Parlamento alla fin fine…predica di voler l'uguaglianza ma poi mantiene ciò che dice essere sbagliato e manda a monte qualsiasi vero cambiamento! Insomma tutto dipende dalla magnanimità, dalla forza d'un solo uomo. Si vuole cambiare tutto perché nulla muti. Non vedete anche voi…non la sentite la pochezza d'un simile scenario? Io non voglio più che la mia vita sia decisa da un re…e quando anche ciò fosse…il re dovrebbe essere in grado di mediare la corruzione, di riconoscere il tranello. Voi continuereste a vivere così? Voi non vorreste poter scegliere?! Voi non vorreste essere…libera?".

Le domande s'infransero entro le tempie che battevano, per via del vino che scemava gli effetti lasciando dietro a sé strascichi di polverose macerie.

"In ogni caso devo ringraziarvi. Ora andatevene! Se il vostro ragionamento è corretto, anche voi a questo punto potreste essere accusata d'aver aiutato un ladro".

Negò Oscar, tirandosi in piedi anche lei – "L'ho già fatto!".

"Potreste dire che avevo una pistola, che vi ho minacciato se non mi aveste aiutato?!".

"Abile…non volete proprio rischiare di perdere la faccia contro un nobile!".

Grida che s'avvicinavano presero a illuminare via via la scena…

"Ti hanno sparato, eri già spacciato! E se invece l'avessi fatto per compassione?!".

Tutto perfettamente logico, l'altro si ritrovò con le spalle al muro, anche se il muro era soltanto il muretto sbrecciato d'un pozzo arido.

"Dunque in un certo qual modo adesso sono tua complice" – forse era il vino a parlare, era buffo quel continuo passaggio di persona – "Ben potesti essere tu a dire al mondo intero che sono stata io a salvarti e a farti fuggire. Così mi addosseresti una bella responsabilità non trovi?".

"Che idiozia, non ci ricaverei niente!".

"Al più avresti buon gioco di fregiarti d'aver tolto di mezzo un ufficiale della Guardia Reale. Ammazzandola sì, oppure semplicemente facendola apparire un'inetta donnicciola che si commuove per nulla! Non direi che sarebbe proprio sconveniente. In fondo tu stesso mi hai definito cane della regina! Comunque non lo faccio per te. Sono molto più egoista di quel che sembro. Tengo alle persone. E non perchè quelle obbediscono ai miei ordini, ma proprio perché non l'hanno mai fatto!".

Bernard Chatelet si voltò, il passo s'inchiodò, come non avesse più in animo di scomparire nella notte, come volesse restare lì, i dettagli di quella faccenda utili per decidere se cessare di mettere in pericolo le persone che amava, e quelle che lo stavano aiutando, oppure continuare verso la tragica deriva. Non solo per se stesso.

"Allora…" – un respiro fondo, Oscar fece un passo indietro – "Dirò che ho rincorso un semplice teppista. Uno che si trovava nel posto sbagliato, al momento sbagliato".

"Un piano alquanto banale" – che il pensiero di Bernard corse ad André – "Il delitto perfetto…quando si trova il colpevole sbagliato".

"Non m'importa di catturare un banale ladro. Io ti lascio andare. Ma mi dovresti almeno l'onestà di sapere chi ti protegge. Sono mesi che te ne vai in giro indisturbato per la città. Chi crederebbe al caso? Chi crederebbe a decine di miglia percorse ogni notte per sfuggire alle ronde? E' il cuore di Parigi che ti protegge?".

L'altro si ritrovò davvero senza parole, inchiodato dalla soave disonestà dell'altra.

"No. Parigi ha un cuore è vero, ma al momento non credo sia ancora capace di battere davvero per la propria libertà".

"Cosa…".

"Almeno per ora…non è Parigi che trama per rovesciare il re. Si tratta…" - il respiro sospeso – "Il Duca d'Orleans".

"Il cugino del re".

"Palais-Royal è il nostro rifugio".

"Vi fidate di lui?".

"No. Non è neppure questo. Lui usa noi, si fregia d'essere un uomo liberale che vuole liberare la Francia dall'oppressione. Ma non ci crede davvero, né lui, né noi. Dunque anche noi usiamo lui. Dobbiamo solo fare attenzione a che nessuno oltrepassi il limite".

"Se lo farete…".

"Lui avrà la meglio. A lui non accadrà mai nulla. Mentre noi saremo finiti".

"Quindi…non smetterai d'essere un ladro?".

"E voi non smetterete d'essere il cane della regina giusto!?".

Silenzio…

Negò Oscar, sapeva di non poter abdicare a quel ruolo, così ben riassunto - "Non…ancora…".

Il vento sollevò aliti di muffa e acqua marcia, uno scolo lì accanto respirava del cuore putrido della città.

Un sussurro – "Vattene adesso".

Un soffio, deciso - "Aspetta…".

"Che altro c'è?" – si pietrificò Bernard.

"André…lo conosci…" – scontato.

"Lui non c'entra nulla con noi…" – ammise d'impeto Bernard Chatelet – "Non ha mai messo piede a Palais-Royal, se è questo che vuoi sapere. Lui è diverso da noi. E non ha mai messo piede in nessuna delle case dove sono entrato. E' sempre rimasto fuori".

Il cuore sospeso, il battito interrotto…

Grida alle spalle…

Oscar fece un passo…

"Questo non lo rende meno colpevole…" – disse piano, la mente orchestrava la propria difesa, rifugiandosi entro i meandri del sollievo misto alla rabbia.

"Ebbene, visto che la pensi così, ti dirò che solo una volta è entrato con me".

"Cosa…".

"Una notte…è entrato in una casa…era per…".

"Una notte? Dunque…".

Uno sbuffo - "Aveva insistito…non lo volevo con me" – come a difendere l'altro, come se quello fosse lì – "Non ha mai rubato nulla, non ha mai…ecco…cercava…".

Un altro passo - "Ha puntato la pistola alla testa di un uomo…un nobile…è stato per difendermi…altrimenti sarei stato catturato…".

"Chi…" – il respiro sospeso…

"Ecco…".

Un altro passo - "Il Tenente Victor Clement de Girodel…della famiglia dei Girodel".

Il colpo impresso, assieme alla dannazione…

Il corpo colpito, schiantato contro il muro…

Perdonami…

"Credo cercasse qualcuno".

Nessuna risposta…

"Ora vai…".

Tutto si rovesciava addosso e tutto si compiva nella misura inaspettata. Tutto aveva un senso.

Il passo riprese veloce la via del ritorno.

La corsa del conte s'infranse contro l'effige di Oscar François de Jarjayes che sbucava dal buio, ninfa notturna o demone che dir si volesse, lo sguardo di cielo nero, senza luna, dunque nessun chiarore a prendersi gioco dei riveriti sentimenti di Fersen.

"Che è accaduto…sei ferita?".

Oscar non rispose, scorse al volto di Fersen, trovandolo bello, com'era sempre stato, seppure il tempo aveva inciso il suo corso e l'uomo pareva sul punto di cadere, anche se s'aggrappava al mondo a cui apparteneva, alla famiglia reale, come entità che da una parte era causa della sua infelicità e dall'altra era scudo a tenere lontano qualsiasi passo falso verso il cambiamento.

Mutare pelle sarebbe costato troppo, alla propria speranza d'essere al sicuro da una qualsiasi scelta.

Come fuggire da lì…

"Non è accaduto nulla".

"Ti ho ritrovato, è quasi un miracolo".

Fuggire per ritrovare…

La strada…

"Torno a casa. L'ho perso di vista…probabilmente lo hai colpito di striscio".

"Non ti ha minacciato?".

"No" – un mezzo sorriso di compatimento, si doveva dare una spiegazione a tutto, cominciava a essere davvero stanca – "Era soltanto un ladro…anzi…un teppista…".

"Che…ma non era…".

"Te l'ho detto, secondo me era un semplice ladruncolo, non credo fosse il Cavaliere Nero. E' probabile che la fama di quell'uomo abbia colpito la fantasia di molti, così qualcuno ha deciso di conciarsi alla stessa maniera. Alla fine una maschera e un mantello nero sono sempre utili a confondere le guardie, e a consentire al vero ladro di agire indisturbato".

L'altro s'avvicinò, una mano appoggiata sulla spalla.

Indietreggiò Oscar, un altro passo indietro mentre s'apriva davanti agli occhi la visione di Parigi, entità a sé, mostruosa creatura mitologica dalle migliaia di occhi e altrettante bocche e braccia e gambe, s'era udito un primo gemito, basso, rauco rimbombo che strisciava entro le viscere.

Il passo indietreggiò ancora.

Negò…

"Devo andare adesso…".

Le dix-huit mars, Versailles…

Eppure allora...

André era là, entro le viscere di Parigi.

Forse era per via di saperlo là, distante da sé, eppure vicinissimo.

Forse erano stati i suoi passi, quelli che non aveva udito quando lui se n'era andato, tanti anni prima, e ora, di nuovo, quelli che s'era vista arrivare incontro…

Era fuggito André.

Una fuga ch'era divenuta rovinosa rincorsa.

Di sé verso l'altro e poi dell'altro verso di sé.

Non v'era alcuna gloria in quel continuo rincorrersi, non v'era nessuna dannazione.

Non v'era più stupore, se non inevitabile ammissione che quella storia era tutta lì, in quella idiota rincorsa, l'uno verso l'altra, in quell'assurdo perdersi e ritrovarsi, avendo consapevolezza entrambi che a quel moto ondeggiante e perpetuo non vi sarebbe mai stata fine.

Doveva…

Andare…

Doveva spezzare quel moto perpetuo…

Era possibile che fosse per via di Fersen.

Rivederlo ogni giorno mentre scorreva di fronte a sé l'orgoglio dell'uomo che aveva provato a difenderla, a tutti i costi, rischiando di ammazzare André, e c'era quasi riuscito, pur di evitare che il cuore puro e perfetto s'intorbidisse d'un bene senza futuro.

O forse era per via di Girodel che, parimenti, la vedeva altrettanto chiara e limpida, anche così, anche in preda al disastroso desiderio di vivere secondo la propria natura e i propri desideri.

Nessuno dei due l'avrebbe salvata, non da se stessa, e nessuno dei due si doveva più azzardare a farlo.

Nessuno…

Neppure Andrè.

E neppure sapeva se era per salvare André.

Lo voleva e basta, unico desiderio, senza altro scopo che perseguire quel desiderio.

"Che cosa avete detto?" – l'incubo calato sugli occhi, Maria Antonietta incredula ascoltava la richiesta del Colonnello delle Guardie Reali.

"Vi chiedo, Maestà, di essere sollevata dall'incarico di Colonnello delle Guardie Reali. Vi prego di esaudire il mio unico desiderio".

"Che cosa è accaduto? Perché…perché…".

Fuggire…

Forse era per via di Sua Maestà la Regina Maria Antonietta, per via di quello sguardo stupito, spaventato all'idea d'un tale cambiamento, rottura del fragile equilibrio delle cose.

Non in quel momento, non adesso che tutto pareva pian piano scivolare verso il baratro.

Oscar François de Jarjayes rompeva lo schema…

Inaspettato o forse comprensibilissimo.

Che avrebbe dovuto fare?

"Purché non siano le Guardie Reali, andrò ovunque…le Guardie di Confine, la Marina…per favore" – l'accenno, Oscar si morse il labbro, che in realtà aveva già passato in rassegna ai probabili incarichi disponibili. Ve n'era uno su tutti, ma non voleva immaginare, non osava dirlo neppure a se stessa che sarebbe voluta finire proprio là…

Non aveva risposto.

Maria Antonietta dovette insistere - "Ditemi perché? Oscar!".

Silenzio…

"Io, Oscar François de Jarjayes chiedo questo favore per la prima e l'ultima volta. Maestà, vi chiedo di considerate la mia richiesta".

"Oscar, posso anche nominarvi Generale dell'Esercito se desiderate. Ma vi chiedo di dirmi il perché? Perché vuoi lasciare la Guardia Reale?".

No…

Non c'era un perché…

Doveva essere così, come se si fosse giunti alla decisione che non era una scelta ma semplicemente un richiamo, come se la via fosse stata finalmente chiara e non vi fosse altro da dire e fare.

"Vi prego…perdonatemi. Non posso dirvi perché, ma non è accaduto nulla, credetemi. Anche se lascerò la Guardia Reale, la mia fedeltà nei riguardi Sua Maestà non muterà mai".

No…

Non c'era un perché…

Non avrebbe mai potuto dire semplicemente che così doveva essere, che così doveva accadere.

Una regina non avrebbe mai accettato una motivazione che non fosse reale, un qualsiasi accidente da valutare, soppesare, confrontare, che giungesse a spezzare la severa immobilità della continuità fine a se stessa.

Forse non solo una regina ma chiunque.

"Siete testarda…Oscar…ci penserò…".

"Vi ringrazio Maestà. Vi sono grata dal profondo del mio cuore".

Se tu potessi fuggire Oscar…

Più lotti e più…

Vingt mars, Résidence Jarjayes...

"Ti supplico…".

"Te l'ho già detto. Non dovresti mai chiedere perdono. E nemmeno supplicare".

"Ho sbagliato".

Victor Girodel era rimasto in piedi, sulla porta, annunciato da nanny, quella sera, dopo cena.

Era tardi.

Nanny, in tutta sincerità trovava strano che alla moglie si dovesse annunciare la visita del marito ma se così doveva essere, così sarebbe stato.

"Sì, hai ragione" – il respiro mutò in sospiro di rassegnazione.

"Dio…" - finì in ginocchio Victor Girodel – "Mi piacerebbe dirti che sei stata tu a portarmi a questo, che il mio amore per te ha portato a una tale esasperazione".

Si alzò Oscar, senza degnare l'altro d'uno scorcio di compassione – "Potrebbe essere una soluzione. In fondo che male ci sarebbe? Non sei il primo e non sarai l'ultimo ad attribuirmi la responsabilità d'un proprio gesto. Certi uomini hanno la tendenza a scostarla da se stessi – la responsabilità di ciò che fanno intendo – per cercarne la ragione altrove, ovunque tranne che entro la propria scelleratezza. A dire la verità…temo lo facciano un po' tutti. I codardi senz'altro".

"Già…ma io sono qui e non ti attribuisco alcuna colpa. Sono stato io a travalicare i limiti".

Oscar si mosse, si avvicinò a Victor…

"Alzati…non è necessario…".

L'orgoglio a brandelli.

L'uomo fatto a pezzi dall'amore o forse solo dall'amore per se stesso.

"Nemmeno io desidero attribuire colpe. Lascio la Guardia Reale".

"Perché? E' per ciò che ho fatto?".

Infastidiva questo continuo ergersi a fautore del destino dell'altra, delle scelte, del richiamo inevitabile.

"Come hai detto tu stesso, mi piacerebbe attribuirti la responsabilità. Ma esattamente come hai appena dichiarato, tu non l'attribuisci a me, e io non lo farò con te".

Infastidiva questo continuo sottrarsi allo scontro.

La pacatezza dell'inevitabile, come non ci fosse altro da fare o dire, come non ci fossero rimpianti del passato o rimorsi per il futuro.

"E' per…" – le prese le mani – "E per via di quell'uomo…".

Si sottrasse l'altra.

"Perché – domando - una donna dovrebbe avere sempre una ragione su cui poggiare la propria decisone!? E perché, semmai una ragione vi fosse, dovrebbe per forza essere per via d'un uomo? E' mai possibile che non si riesca a pensare che soltanto io ho voluto scegliere!?".

"No!".

"No?".

"Noi…siamo…".

La mano appoggiata alla bocca, Oscar sfiorò le labbra dell'altro - "Victor…no".

"Ti prego…ripetilo ancora…il mio nome. Non l'hai pronunciato spesso…".

"Victor…" – il respiro pesato – "Lascio la Guardia Reale. Lascio Versailles. Non ci sono responsabili. E' una mia decisione".

"Stai fuggendo…".

"Di nuovo…".

"Cosa?".

"Vuoi un motivo…di nuovo. Ebbene un motivo non c'è. E se anche ci fosse…".

"Allora…".

Le dita spinsero a chiudere la voce, il pollice lisciò la bocca, la mano s'appoggiò alla guancia, che Victor rimase lì, un poco ebete, in ascolto della carezza, regalata come a uno spasimante ch'era ritornato dalla guerra. Una carezza di sollievo, che il reduce era morto ed era come accarezzare un morto.

No…

Un passo indietro.

"Andrò per qualche settimana in Normandia. Non credo che ci rivedremo".

"Dio…non può finire così! Non…".

"Se davvero ti basterà una ragione per convincerti…".

Che fu Victor a fare un passo indietro…

"Non ha importanza…" – chiosò, come intuendo la ragione, e siccome lui non aveva mai amato nessuno, non avrebbe avuto senso temere così a fondo di non essere amato. Si accorse che lui non avrebbe mai potuto avere la meglio sull'amore, su quel bene fondo e intenso e senza scampo che non si può ammaestrare come un animaletto selvatico.

Un sorriso mesto - "Se bastasse una ragione…allora…non ti amo Victor".

Se si fosse accontentato della carezza, l'illusione sarebbe stata piena.

Victor Girodel comprese che una carezza può fare più male dell'affondo di una lama e ancora di più della stigma di certe parole.

Una carezza illude e brucia, accettazione mesta che lacera fino a recidere tutto.

E tutto muore, dissolto nel nulla.

Vingt-trois mars, la Normandie, Résidence Jarjayes...

Avrebbe potuto chiedere d'essere assegnata a quell'incarico.

Nessuno gliel'avrebbe negato, nessuno l'avrebbe compreso.

Nessuno sarebbe giunto a salvarla.

Ma avrebbe lasciato fare al destino.

"Insomma!" – uno sbuffo – "Mi avevi promesso che avrei rivisto il mio angelo!".

Odile riassettò i cuscini contro il muro, in realtà prendendoli a pugni per il nervoso, sistemandosi nell'angoletto ove era seduta a terra, piedi nudi, gonna stropicciata, capelli liberi che parevano uno di quei rovi bruciacchiati, dorati dal calore del sole e dall'afa.

Sì, l'aria e l'acqua di mare, quel mare di Normandia così grigio e mobile, che quella era corsa incontro all'oceano che non aveva veduto più per mesi, come avesse ritrovato un fratello maggiore, ci si era tuffata e aveva schizzato l'altra e s'era immersa come fosse stata un pesce, avevano un poco schiarito il cespuglio, così che da mogano, i capelli parevano più una stoppia…

"Lo rivedrai!" – rispose l'altra, distesa sul letto, gli occhi al soffitto, come inebriata dall'immobilità del corpo. Si era ripromessa di aspettare, di portare pazienza, per una volta nella vita, anche se le dita fremevano, perché a Parigi non c'era solo André.

La luna occhieggiava in cielo…

"Vieni qui…non sta bene continuare a dormire per terra!".

Che l'altra balzò sul letto, come una lepre che si caccia nella tana, inutile immaginare d'ammaestrare il proprio corpo guizzante come un piccolo delfino, entro un'etichetta vuota e buone maniere che mai avrebbero reso giustizia alla leggerezza.

Odile si distese, Oscar chiuse gli occhi, incredula di non essere più capace di restare distante, lontana dal corpo di un altro essere umano.

Era così da quando era fuggita da Mont Saint Michel. Da quando aveva ascoltato per mesi il proprio corpo accogliere un'altra vita.

"Ti chiedo perdono piccola Odile" – disse piano, allungando la mano, accarezzando la testa, i riccioli crespi.

"Che dici…sono qui…lo so a chi stai pensando…".

"Ah si?" – un mezzo sorriso – "E a chi starei pensando?".

Si sollevò l'altra, avvicinandosi, il naso strofinato contro la guancia, non era un bacio ma semplicemente il desiderio di imprimere alle parole il contatto della pelle.

"Stai pensando al padre del tuo bambino…stai pensando a lui vero?".

"Come hai fatto…".

"Sei qui, con me, ma le tue mani sono sulla pancia, tutte e due, oppure una sola. Ma almeno una è sempre appoggiata lì. Gli vuoi bene?".

"Sì…".

"Tanto?".

"Di più!".

"Che…".

"Scusami…sto parlando come una mocciosa. Persino tu sei diventata più matura di me".

"E allora…no!" – scattò in ginocchio Odile, sfilando il cuscino da sotto la testa dell'altra, prendendo a colpirla, prima piano e poi più forte, che Oscar fu costretta a soccombere, non immaginandosi di ritrovarsi a fare a cuscinate alla sua età, e dopo che…

Fioccarono i colpi, i corpi guizzarono a scansarli, per poi riavvicinarsi, le risa a sollevarsi al colpo andato a segno, il rimprovero se l'altra si scostava e sfuggiva…

Che spettacolo indegno!

Che avrebbe detto suo padre e…

"Shhh!" – Oscar si bloccò, scavalcando il corpo guizzante di Odile, volando leggera come fenice tra il piumaggio d'oca sgusciato dalle federe dei cuscini – "C'è qualcuno…".

Un balzo. La porta spalancata…

Nel mezzo del caos, s'era udito nitido il nitrito d'un cavallo, da fuori, che a quell'ora chi diavolo sarebbe mai riuscito ad arrivare sin lì, attraverso la strada scura che usciva dall'ultimo villaggio per giungere sino alla villa, quasi a ridosso della costa, entro il salmastro niente del confine col mare?

"L'angelo!" – gridò Odile, spiccando il volo pure lei – "Il mio angelo è qui!".

Oscar udì la chiosa della ragazza, alle spalle, tremarono le viscere, che in effetti, chi altri mai avrebbe potuto conoscere quella strada, e riuscire a giungere sin lì, nel tempo della notte nera e senza luna?

Chi altri se non…

Lo sguardo spalancato, la fioca luce della lanterna cieca illuminò il cono di sabbia, giù dallo scalone che conduceva al sentiero, il destriero che avanzava lento, la chioma scura e liscia, libera, che Argo, quando cavalcava era solito lasciare i capelli sciolti.

Il giovane indiano rivolse all'ospite uno sguardo sicuro, soddisfatto che l'innato senso dell'orientamento aveva dato i suoi frutti ed entrambi avevano raggiunto la meta sani e salvi, lui e colei ch'era seduta dietro, che quella non se l'era sentita di cavalcare da sola s'un proprio destriero, e siccome in due pesavano più o meno come due penici dal manto estivo, alla fine se n'erano venuti assieme su di un unico cavallo.

Victoire dormiva, aggrappata al fratello, i corpi un poco stanchi.

Argo diede uno scossone alla sorella, ch'erano giunti a destinazione.

"Che fate…qui?" – chiese Oscar andando ad afferrare le redini e a porgere il braccio per aiutare Argo a scendere che quello doveva tirar giù la sorella disperatamente stanca.

Odile, sulla porta osservava gli sconosciuti, per lei almeno lo erano, ma non per mademoiselle che pareva conoscerli.

Non era il suo angelo.

Un poco di rammarico si stampò netto sulla faccia della giovane e Odile pensò che anche Oscar in fondo lo fosse, delusa, che l'angelo non era lì, ma siccome Oscar conosceva quei due, si disse che non sarebbe stato cortese dimostrarlo.

"Entrate…" – Oscar fece strada, prendendo in braccio Victoire.

Odile sempre più sorpresa si mise a studiare i due ospiti e anche Argo in effetti rimase sorpreso che Mademoiselle Oscar non fosse sola.

Victoire si svegliò piagnucolando dalla stanchezza, quasi cacciò un grido alla vista di Odile, che Argo le mise una mano sulla bocca.

"Di che hai paura? E' solo un poco più scura di me. Ma non vedo che differenza ci sia".

"No…perdonate mademoiselle".

"Non scusarti Victoire" – chiosò Oscar…

"No…mademoiselle…intendevo lei" – Victoire indicò Odile che sussultò, scalza, scapigliata, qualche piuma d'oca impigliata tra i capelli, a sentirsi appellare mademoiselle, che nemmeno nelle cucine di Versailles l'avevano vista così.

Lei era solo Odile.

Un inchino reciproco, una tazza di latte fumante, biscotti allo zenzero e una goccia di miele, rinvigorirono le forze e sciolsero la lingua.

Che però Argo, forte d'essere cresciuto, lo chiese un bicchierino di buon vino e Oscar convenne che sì, erano cresciuti entrambi e…

"Allora…che cosa fate qui?".

Il bicchiere sbattuto sul tavolo…

Erano davvero alticci quella sera, i due Soldati della Guardia, quelli che facevano Dante e Marcel di nome, quelli che, anni addietro, avevano procurato la credenza, le tende, le quattro sedie e quel che aveva arredato almeno i primi due piani della casaccia sghemba ove i due figli erano andati ad abitare col padre, André Grandier.

I due figli cercavano lui, appunto, quella sera, ma lui non era là, nella bettolaccia, A'samedi prochine.

C'erano quei due, alticci appunto, e parecchio arrabbiati.

Proprio voi…

Dante s'era preso sotto braccio il giovane indiano, con l'indice aveva chiesto gentilmente alla sorella Victoire, di sedersi.

S'era schiarito la voce…

Noi abbiamo fatto tutto quel che potevamo! – aveva esordito il soldato – Ma ci si stringe il cuore a vedevi qui, da soli! Quello è un idiota! Deve aver perso la testa per chissà quale dama e adesso v'ha lasciato soli. Proprio un pessimo padre!

Monsieur…prego…nostro padre non è un pessimo padre…- aveva esordito Argo…

Monsieur …prego…non ci piacciono queste sciocchezze…- aveva proseguito Victoire…

Ebbene, questo vi fa onore, ma resta il fatto che vostro padre sta trascurando la sua famiglia e c'è un unico modo per farlo tornare a Parigi, da voi.

I due mocciosi, ch'erano cresciuti, avevano rizzato le orecchie.

Andate a prendere quella donna!

Quale…donna…

Quella! Sempre quella! Anche s'è sposata…non importa! E che volete che sia se adesso quella ha marito?! Dovete convincerla a tornare da lui, insomma…a Parigi… - che Dante s'era scambiato un'occhiataccia con Marcel – Insomma, ci teniamo a voi, non potete restare fuori fino a tardi. Tu, con quella faccia così strana e scura e tu, che sei ormai una dama. André aveva promesso di pendersi cura di voi…

E lo sta facendo monsieur…

E come? Di giorno è in caserma, e anche la notte quando è di ronda! E quando non lavora se ne va in giro…come un…come un…

Come un ladro? – aveva chiosato Victoire tutta divertita…

Dovete riportarla qui! A Parigi! Voi sapete dov'è?

Aveva annuito Argo, che un pomeriggio era tornato alla residenza dei Jarjayes per porgere un saluto a nanny e quella gliel'aveva detto che mademoiselle era in Normandia e che era un guaio perché era appena giunto un dispaccio da Versailles e si doveva organizzare come recapitarlo e Argo allora aveva deciso di andare lui e Victoire non ne aveva voluto sapere di lasciare andare il fratello solo.

"Eccolo!" – Argo estrasse dal tascapane una busta bianca come il latte appena munto, tinto del sigillo rosso sangue della famiglia reale, impresso a caldo a chiudere il carteggio.

Tremò la mano…

Victoire s'era bevuta tutto il latte e Odile si mise a ridere che l'altra s'era fatta dei bei baffi bianchi e Victoire invece di risentirsi s'era messa a ridere pure lei.

Argo era rimasto serio, avrebbe voluto parlare del padre, che per lui era il padre, ma per Oscar François de Jarjayes era André…

Il tagliacarte recise la carta spessa, recise il segreto, rivelò quello strano disegno che alla fine sembrava portare nella direzione giusta, quel sentiero che Oscar aveva intravisto entro il cuore di Parigi, un sentiero ove migliaia di occhi e braccia e gambe avevano preso a camminare, senza ancora sapere bene dove e neppure perché.

Dal prossimo primo del mese di aprile 1788, il Brigadiere Oscar François de Jarjayes è destinata ad assumere il grado di Ufficiale Comandante delle Guardie Francesi, Compagnia B, di stanza a Parigi, in Rue de Chaussèe d'Antin.

Sua Maestà la regina Maria Antonietta fa sapere che al momento, le Guardie Francesi sono l'unico posto disponibile, se ci fosse qualche obiezione, siete pregata di farlo sapere immediatamente.

Vi chiede di avere cura di voi.

"Compagnia B delle Guardie Francesi" – la voce tremò un poco, comprese che alla fine quella sorta di scelta non compiuta, s'era realizzata ugualmente.

Tremò la mano nel richiudere il foglio.

Un respiro fondo…

"Allora?" – chiese Argo preoccupato – "Tornerai a Parigi? Nostro padre…".

"Sì, perdonami Argo. Tornerò a Parigi" – sovrappensiero – "Che è accaduto a tuo padre?".

"Oh…nulla…se mi prometti di tornare…tutto si sistemerà adesso!".

"Resterete qui qualche giorno, assieme a noi. Poi tu e Victoire tornerete a casa. Ti darò un messaggio per mio padre. Ci penserà lui a recapitarlo a Sua Maestà".

Victoire bisticciava con i capelli di Odile, piluccando le piume bianche, che l'altra, per nulla infastidita, lasciava fare. Era la prima volta che una mano così gentile e lieve accarezzava i capelli ispidi e il tocco si riverberava giù, lungo la schiena e nelle viscere e poi rimbalzava in alto, ispirando la bocca a schiudersi…

"I tuoi capelli sono strani" – sentenziò Victoire come ammansita dalla pace dell'altra, che pareva non avere più necessità di combattere per sopravvivere, per districarsi nella melma del rifiuto di sé e della pelle e delle ossa ch'erano nere, dunque diverse – "Sarebbe bello acconciarli in una treccia e appuntarci sopra una corona di perle"

"E i tuoi occhi sono belli. Sono verdi come l'oceano più fondo" – chiosò Odile – "Chi è tuo padre…vostro padre?".

Oscar si alzò – "Vado a scrivere il messaggio per Sua Maestà. Odile, il padre di Argo e Victoire è…il tuo angelo…".

"Che?" – scattò quella…

"Che?" – sussultarono gli altri due.

"Andate tutti e tre a riposare. Domani scenderemo in spiaggia. Faremo una bella cavalcata…e il bagno…sì…".

Trente en un mars 1788, Rue de la Chaussèe d'Antin, Paris…

Apprezzo profondamente il riguardo di Sua Maestà per la mia personale richiesta. Accetto l'incarico prescelto.

Vi prego di aver cura di voi…

Il messaggio recapitato, l'ultima parata in onore del Colonnello Oscar François de Jarjayes, Victor Girodel che tentava di fermarla, di ostruire il passo, il volere, il destino.

Non ci si può opporre al destino.

"Porca…porca…puttana!".

"Caz…".

"O imitatores, servum pecus!" – sentenziò Gustav, sorpreso sì, ma diversamente dagli altri, piacevolmente sorpreso e non certo terrorizzato o schifato.

"Dannato muso rosso! Gli avevo detto di riportare quella donna a Parigi!" – sputò Dante, alla finestra, che la Compagnia B della Guardia Francese era in subbuglio per via che il nuovo comandante era atteso a giorni, il giorno dopo per l'esattezza, ma a quanto pare qualcuno aveva fatto girare la voce che quello – il nuovo comandante s'intendeva – era già lì, giunto un giorno prima per controllare lo stato della guarnigione e gli uffici e…- "Non certo di portarla sin qui! Che cazz…le avrà detto!?".

"Ma non sarà mica quella?" – balbettò Marcel – "Il nostro…nuovo…comandante?".

"Come?" – s'unirono altri soldati, accorsi alla finestra, a osservare l'ufficiale che scendeva da cavallo, l'effige snella, lieve, i capelli fieramente intenti a catturare quel riverbero sorprendente del primo sole di primavera – "Come sarebbe a dire quella? Lo conoscete?".

"La conosciamo, vorrai dire!".

"Scommetto che è stato André! Quell'idiota le avrà detto che il comando delle Guardie Francesi era vacante e quella avrà pensato bene di andare a posare il suo bel sedere sulla sedia del comandante" – sputò Dante.

"Come sempre devi moderare il linguaggio!"– sentenziò Alain Soisson, che non sapeva se essere turbato o sorpreso o nessuna delle due – "Ora più di prima".

"Ma non può essere andata così! Quello ormai s'è trovato un'altra donna. Secondo me è accaduto esattamente il contrario. E' lei adesso che non si da pace d'esser stata messa in disparte e allora è venuta a cercarlo!?".

"Portatemi qui André!" – sibilò Dante – "Subito…ovunque si trovi…".

Che non fecero a tempo a trovarlo André, che più veloce, rapido come una saetta, corse per i corridoi, l'ordine di riassettare le divise, ripulire alla svelta le camerate, nascondere carte da gioco e bottiglie di vino, farsi trovare in ordine insomma, che il nuovo comandante avrebbe passato in rassegna la compagnia, quello era atteso per il giorno successivo ma s'era presentato quella mattina…

Dannazione…perché così presto!

In piedi…

"Dannato" – biascicava Dante – "Se lo trovo…"

"Guarda che lui è lì…" – sgomitò Gustav indicando di sbieco.

Che lo sguardo rimase fisso avanti a sé, ch'era davvero la prima volta che si rivedevano, per davvero e non per via di quell'assurda caccia al ladro per le vie di Parigi.

Si rivedevano, dopo oltre un anno, e lui non poté fare a meno di trattenere il respiro e osservare la bocca.

Dio…

La sua bocca…

Ferma, immobile, severamente intenta a scegliere le parole, che tanto lì si conoscevano tutti ma questo non valeva nulla. Lì tutti erano estranei, tutti tranne loro due.

Poche parole…

"Sarò il vostro comandante, da domani…".

Dio, non aveva paura e se anche l'aveva, era come se essa fosse annientata dalla rabbia e dalla smania infuocata di sfidarli, tutti, non lì, non da quel momento, ma fin da quando li aveva incontrati per la prima volta, a Brest…

"Sono Oscar François de Jarjayes…".

Lo sguardo corse, lo sguardo s'infranse contro la voragine, il bene, il dolore, l'apatia dell'amore infinito e senza scampo.

Anche lei lo vide, lì, eppure fu come se fosse stupita di vederlo, come non se l'aspettasse, anche se sapeva che André Grandier si era arruolato.

Eppure il cuore s'incrinò, come lo sguardo, spezzato dalla rabbia, mentre i soldati porgevano il saluto, mentre lei li richiamava alla parata di benvenuto del giorno successivo.

"Se quella pensa d'avere vita facile, solo perché ci conosce…" – sputò Marcel ficcandosi sulla branda, allentando il colletto della divisa, dopo che gli ufficiali erano usciti.

"Non se ne parla…ce la rispediamo di filato alla sua reggia…" – che Dante si guardò attorno, comprese che André era uscito - "Bella roba, già le è corso dietro!".

"Meglio! Se mi capitava tra le mani…vorrà dire che le faremo sapere che quello rischia la pelle qui, e allora siccome lei ci tiene al soldato triste, forse se ne andrà! Questa è la volta buona che si prende una gran bella scarica di legnate il caro André! Stavolta…".

"T'illudi! Quella è un osso duro" - concluse Alain Soisson – "Se ha accettato di finire qui, ci sarà una ragione. E questa ragione dev'essere così salda che non credo quella si farà mettere i piedi in testa, né da te, né da tutti noi e neppure da quello…".

Gustav si sporse - "Perdonate cari compari… se non rammento male, ma non s'era detto, quella volta…" – il dito roteato in aria come a riavvolgere l'evanescente filo del tempo – "Che se fossimo sopravvissuti saremmo stati noi a riportargliela?!"

Vorrà dire che non moriremo! Prometto solennemente di non morire! E prometto solennemente che qualunque cosa accadrà, se ci sarà fatta la grazia di tornare…

Questa è una promessa che ti faccio! Così chissà che la mia buona stella mi risparmierà la vita! Ti aiuterò con il tuo damerino!

Quando torneremo te l'andremo a prendere noi e se quello tirerà calci e non vorrà saperne…uh…te lo porteremo legato mani e piedi!

Però poi dovrai pensarci tu a fargli cambiare idea! Dico…sei un bel giovanotto…ma tra te e quel nobilucolo d'un colonnello svedese…insomma…dicono che di quello si sia invaghita persino l'austriaca, la nostra beneamata regina di Francia…ecco…dovrai darti da fare!

"Non sei stato proprio tu, Marcel, a tirare fuori quella storia?! E siccome sei qui, vivo e in salute, adesso te la rimangi?".

"No" – ammise alla fine il soldato, ricordando lo smacco, la rabbia d'aver scoperto che quello, il damerino, li aveva presi per i fondelli tutti quanti, ma così aveva fatto anche il soldato triste, che lui la conosceva e se n'era stato zitto, e allora pure quello ci aveva messo del bello e del buono a farli incazzare.

Che poi alla fine dei conti, non erano affari loro…

Ma era una questione d'onore…

"Dov'è adesso quell'idiota? Scommetto che è già corso a fare la spia…".

Ritornò Gerard Lasalle, negando, che André Grandier l'avevano visto uscire dalla caserma, anche se era mattino, ma lui aveva la mattinata libera, per via ch'era stato di ronda quella notte.

"Dannazione! E' furbo! Vuol far crederci che non se la fila più!".

"No, secondo me davvero André s'è trovato un'altra" – cinguettò Dante – "Ma ragionate! Quella stava a Versailles, a comandare quei bei soldatucci…quelli con le parrucchette in testa e le buone maniere che paion damigelle. Ma no, non le bastava, non le aggradava quel bel mestiere e allora che fa? Che ci sarebbe venuta a far qui…se non per lui?!".

"E allora mi sa che il buon Marcel dovrà mantenere la promessa…" – chiosò Gustav.

"In effetti…se li facciamo schiantare l'uno contro l'altro, vuoi vedere ch'è la volta buona che ce li leviamo dai piedi entrambi?" – sospirò Marcel.

"Sì…e così ti sarai guadagnato un posto nell'Aldilà…al Paradiso" - ammise Dante, menando una pacca sulla spalla del compare – "Perché davvero non riesco a immaginare una storia più santamente disgraziata di quella di quei due!".

Alla finestra del nuovo ufficio, odore di carta antica e polvere di vecchie scartoffie e inchiostro rappreso, Oscar l'osservò uscire.

Lo seguì con lo sguardo, il suo André, che se ne andava e lei lì, nel luogo che il destino aveva scelto, quel destino che non si può ammaestrare come fosse un animaletto da compagnia, quel destino che scompiglia le carte, lasciando senza fiato.

Paris, 1788…

Il diciannove settembre dell'anno precedente, il Parlamento era tornato a Parigi.

Aveva acconsentito a registrare la proroga della ventiduesima tassa e un nuovo prestito.

Dunque s'era trattato d'una sorta di pax armata.

Il nove ottobre era stato istituito il consiglio di amministrazione permanente del dipartimento della guerra, era stata soppressa la Scuola Militare di Parigi e la compagnia dei cadetti-gentiluomini, nella speranza di risparmiare almeno un milione e duecentomila livres.

Poi era stata la volta della riduzione delle pensioni per circa cinque milioni di livres all'anno, per i cinque anni successivi.

A novembre, il diciannove per l'esattezza, si era consumata l'ennesima battaglia tra il re e il Parlamento, con il primo che portava al secondo diversi editti da registrare, sullo stato civile degli acattolici, sulle dogane alle frontiere e sulla revoca di un prestito di quattrocentotrenta milioni in cinque anni.

I magistrati avevano subordinato – di nuovo – la loro accettazione alla promessa di convocare gli Stati Generali per il 1789.

E il re si era opposto, chiedendo l'iscrizione d'ufficio.

E il Duca d'Orléans, allora, gettando la maschera, si era opposto al re, suo cugino, contestando che la richiesta fosse illegale, e il re gli aveva mandato a dire che non gl'interessava affatto, che tutto era legale, perch'era il re che lo voleva.

Insomma…

Il Duca d'Orléans si era ritrovato esiliato nella sua terra di Villers-Co'erêts.

La mossa d'azzardo e l'inverno rigido avevano posto fine alle scorribande del Cavaliere Nero, ch'era scomparso dalla circolazione, perché alla fine il limite non l'avevano superato lui e i suoi compari ma il duca che li proteggeva.

L'altro Cavaliere Nero no, quello aveva continuato a guadagnare le notti più fredde e poi via via quelle più tiepide, camminando piano prima sul manto d'erba ghiacciato e poi sull'erba nuova, avendo cura di non lasciar entrare aria troppo fredda o troppo tiepida dalla finestra della camera ove si recava, ogni volta che poteva, per rubare il tempo, il sonno, il sorriso, lo sguardo incuriosito e sì, per regalare a sua volta una carezza, un abbraccio, mentre il cuore si spezzava ogni volta che doveva andarsene, in silenzio, che nessuno si fosse accorto di nulla, perché se così fosse accaduto, Océan sarebbe finita chissà dove e…

Gliel'avrebbe detto a lei, certo, gliel'avrebbe chiesto chi fosse quella bambina, perch'era certo che Oscar lo sapesse.

Ma dove trovare il coraggio, le parole, semmai fosse stato tutto vero, oppure persino se non lo fosse stato?

Faceva dannatamente freddo quella notte.

S'era entrati nel decimo mese dell'anno 1788.

Le settimane precedenti s'erano consumate tra ordini, riordini dei turni di guardia alla città, invettive dei soldati contro gli ordini e i riordini dei turni di guardia, scontri sulla mensa, ricettazione di fucili venduti al mercato nero, l'incarico di scortare un principe spagnolo in visita in Francia, un attentato sventato al principe spagnolo, il tentativo di mettere in piedi una sorta di Corte plenaria che avrebbe registrato le leggi, in sostituzione del Parlamento…

Fino agli Stati Generali, che a quel punto - s'era detto - sarebbero stati convocati per l'anno successivo…

Il 1789…

E ancora la ribellione del Parlamento, quando s'era venuto a sapere che della famigerata Corte plenaria, e i tumulti che ne erano seguiti, il tentativo di arrestare due consiglieri…

Una specie di mossa per assumere il comando del paese

E poi vetrine infrante, soprattutto di fornai e fabbricanti d'armi, e l'arresto di quelli che avevano sfondato le vetrine dei fornai e degli armaioli.

Sembrava che ai parigini oramai interessassero solo due cose, il pane e le armi.

Il primo per sopravvivere alla fame e le seconde per via di una sorta di eco che si faceva strada a poco a poco tra le vie di Parigi, come il sibilo strisciante delle mille teste di una nuova Medusa, ch'erano rimaste assopite per secoli e poi dopo improvvisamente ridestate, seppur ancora inconsapevoli…

Medusa aveva aperto gli occhi.

L'uragano che aveva dimezzato le messi nel luglio dell'anno precedente, aveva impoverito i raccolti e indotto i contadini a nascondere quel che restava, suscitando voci di accaparramento e di carestia.

La famigerata Corte Plenaria era stata soppressa l'8 agosto, con lo strappo della convocazione anticipata degli Stati Generali per il primo maggio dell'anno successivo.

Il 1789

E i soldatacci, loro malgrado, vagheggiando del leggendario amore, avevano assistito al dialogo silenzioso dei due amanti che parevano amarsi anche così, muti, senza nemmeno degnarsi d'una occhiata alle volte, come non avessero in animo di amarsi mai più.

Soprattutto André Grandier pareva perso verso un'esistenza votata ad altro, che non gravitava più entro lo sguardo e le braccia di Oscar François de Jarjayes.

E questo stupiva e stizziva al tempo stesso, come se - adesso che i due amanti non erano più tali - ai soldati fosse persino dispiaciuto, finanche si sentissero addirittura doppiamente presi per i fondelli.

Tutta quella messinscena, da Brest fino a Fort Awegen, e poi dalla Guyana fino a La port du Ciel, l'oro rubato, le dame corteggiate, lo strano matrimonio…

Pareva tutto dimenticato.

André Grandier s'era davvero messo il cuore in pace e allora loro, i soldatacci, si erano ritrovati avviliti, come spinti dall'orgoglio – il loro, non quello degli altri due - di mettere ai ferri corti quell'assurda storia, pungolarla fino all'esasperazione.

Che ne avrebbero guadagnato?

Perché per giungere sul limitare d'un gesto insensato dev'esserci sempre una ragione partica, un tornaconto per muoversi e agire!?

Nulla all'apparenza, non erano affari loro, ma loro non ci stavano più a veder quella ch'era divenuta il loro comandante - in sella al suo cavallo, la coda dell'occhio a cercare André e loro a cercare lei, che lei era bella, dannazione - mutare lo sguardo entro sfumature di malinconico azzurro, velato di rabbia, come non avesse che questa a tenerla in vita.

Faceva dannatamente freddo quella notte.

Il turno era iniziato alle sei della sera e siccome alcuni soldati erano in licenza, i pochi ch'erano usciti di ronda avevano l'ordine di coprire alcune ore in più.

Fosse stata un'altra stagione tutti avrebbero acconsentito senza protestare.

Ma faceva dannatamente freddo quella notte.

Folate ingrate di vento s'erano intestardite a sfidare le povere lanterne cieche appese agli angoli delle strade più larghe e il chiarore della fiamma si spandeva, ora ondeggiando vistosamente sul lato opposto, ora ritraendosi dai muri sbrecciati delle case, per affievolirsi e poi riprendere vigore al passaggio del drappello di soldati, creatura unica e gigantesca che avanzava muta contro la notte sprezzante.

La ronda era un poco esausta e piuttosto intirizzita, oltre che decisamente e silenziosamente infuriata per via dello straordinario imposto all'ultim'ora.

I compagni del turno del pomeriggio erano già rientrati.

Si guardarono i due bellimbusti e poi guardarono avanti a sé, due file oltre i soldati che li precedevano.

Quella stava là, sempre là, da quando s'era messa in testa di comandarli, era uscita di ronda quasi tutte le settimane, senza accennare a un moto di stanchezza, ritta sul suo dannato cavallo, seppur intabarrata nel mantello.

Gli faceva rabbia a tutti quanti, quella donna, che la conoscevano certo, ma non ci avevano avuto a che fare così da vicino, sferzati dagli ordini, dalle parate, dalle esercitazioni.

Loro le donne non le avevano mai viste mettersi a comandare gli uomini.

Magari in casa, magari se quelle avevano qualche soldo di dote in più…

Ma mai in una caserma!

Poi però, col freddo, capace di sbriciolare le ossa delle mani e frantumare le lacrime ghiacciate che colavano inevitabilmente dagli occhi, quella ch'era una donna, una dannata donna, pareva suscitare un misto tra compassione e rabbia, che nessuno aveva mai compreso chi gliel'avesse fatto fare all'altra di finire lì, in mezzo al lercio delle vie più buie e lerce di Parigi, col rischio d'esser tirata giù da cavallo in un soffio, da grappoli di morti di fame, che nemmeno loro, lì dietro, sarebbero riusciti a cavarla dal guaio.

E quel ch'era peggio era che i turni di quella non coincidevano mai con quelli dell'altro bellimbusto, come avessero fatto apposta, tutti e due, a stabilire di restarsene lontani.

Ma se quella era arrivata sin lì, per cercare quel dannato soldato triste, perché ci stava lontano, come avesse timore d'avvicinarsi!?

Una canzonetta mugolata bassa rivelò il respiro tiepido del soldato.

"Soldato Soisson" – pacato ma fermo l'ordine d'evitare di trasformare la ronda in una congrega di saltimbanchi – "Smettila!".

Il Colonnello d'Agoult, testa di legno, con somma gioia della piccola guarnigione, era rientrato per predisporre i turni del giorno successivo.

Testa di legno però, li avrebbe lasciati fare.

Il soldato Alain Soisson cavò il viso dal bavero del mantello, per osservare colei che aveva profferito l'ordine, poco avanti a sé.

Conosceva l'altra da tempo, eppure, come tutti, s'era domandato che diavolo ci fosse venuta a fare una come quella, lì, in mezzo a gentaglia come loro.

Una mezza contessuccia annoiata, una famiglia importante sulle spalle, chissà forse aveva espresso il desiderio di giocare a fare la guerra e così il re, che quanto a favori alla moglie, la Regina Maria Antonietta, era sempre stato un debole, concedendo alla sovrana d'esaudire qualsiasi capriccio, aveva accettato la richiesta di spedire appunto la contessuccia annoiata a dirigere la Compagnia B dei Soldati della Guardia Metropolitana di Parigi.

Il soldato Alain Soisson, sulle prime, aveva davvero creduto che l'altra fosse lì per divertirsi con loro, i Soldati della Guardia appunto, e così s'era intestardito a comprendere quale sarebbe stato il miglior sistema per provocarla e farle perdere le staffe e così costringerla ad andarsene.

Erano trascorsi mesi. Non aveva trovato scarti d'umore, dimenticanze, errori.

Nulla…

Il soldato fissò le spalle del comandante.

"Permettete…" – il colpo alle reni avvicinò i due animali.

"Parla" – lo sguardo rivolto al buio della strada.

Rantoli e guaiti e digrignare di cani rabbiosi di fame, a contendersi qualche topo morto, mescolati a canzonette sconce di ubriachi in cerca di un poco di calore, colmavano il silenzio lugubre della notte senza stelle né luna.

"Questa sera gli uomini sono molto stanchi. Potremmo fare una sosta, conosco una locanda qui vicino, un goccio di vino per scaldarsi".

"Non è consentito".

"Solo un goccio…" – mugolò il soldataccio che aveva intenzione d'abbandonare il muso duro per scegliere metodi più blandi e commiserevoli e far breccia nel ghiaccio dell'altra.

Dannazione quella era una donna!

Se non aveva intenzione di giocare a fare la guerra, che almeno facesse la donna!

Poi c'era che quella sera André non era con loro.

Quella dunque era la serata giusta, che gli era giunta voce, ai compari, che quell'idiota fosse là…

A'samedi prochine…

Il cavallo del soldato scartò al punto d'avvicinarsi pericolosamente a quello dell'altra - "Sentite…un comandante che s'atteggia a despota…non otterrà mai la fiducia dei suoi uomini".

"Ne convengo. Ottenere la fiducia dei miei uomini sarebbe un bene, ma definirmi despota solo perché non consento loro di bere durante il turno di ronda…".

"Perdonate…".

"Soldato Soisson!" – il nome scandito fece sussultare il drappello.

Il comandante comprese che l'atmosfera gelida si sarebbe ben presto riscaldata. Anche se era dannatamente freddo quella sera.

Davvero si sarebbe corso il rischio di lasciarsi sfuggire qualche ladruncolo di strada, che ormai del Cavaliere Nero nessuno aveva più sentito parlare, ammesso che qualche ladruncolo sarebbe mai stato in giro con quel freddo!?

Lo sguardo calò sui soldati.

Tutti osservavano lei, i visi bianchi e stanchi, impossibile non scorgere nella penombra la scintilla che s'era intrufolata nei cervelli e nelle mani.

"E va bene…" – ammise – "Andate pure a scaldarvi…".

"Comandante!" – calcò Alain – "Intendevamo anche voi! Il freddo di Parigi non è forse lo stesso per tutti?! Nobili e plebei? Solo un goccio!".

Madame la Croque sussultò muta all'ingresso della combriccola in uniforme, i mantelli sgocciolanti di fredda pioggerella, i musi bianchi che però andavano via via prendendo colore all'incedere dentro la topaia.

Madame La Croque sussultò andando a piantarsi sulla faccia del soldato che conosceva come il capo degli altri sgherri.

"Non c'è nessuno da arrestare stasera. E tutti assieme, qui dentro, mi farete scappare i clienti! Insomma che volete?".

"Siamo noi i clienti! E smettila di prenderci per i fondelli" - s'incattivì Dante – "Sappiamo benissimo quello che accade qui dentro!".

"Sssh! Monsieur…prego!" – che Madame la Croque s'avventò rugosa contro il soldato – "Tutti lo sanno! Ebbene…anche voi…e me lo rinfacciate pure?!".

Sì, c'era che lì, A'samedi prochine, da qualche tempo, la gente aveva preso a entrare, sedersi, chiedere un goccio di vino - solo un goccio magari – e poi a parlare, basso dapprima, poi ancora di più, il bisbigliare mutava nel tono sovrano, che tutto intorno, il chiasso degli avventori copriva quello dei cospiratori, quelli che assaltavano i forni, per trovare il pane e la farina, e quelli che assaltavano i fabbri, per recuperare il metallo utile a forgiare pugnali e spade e qualsiasi arnese fosse in grado di falciare una gola, come fosse grano maturo.

Magari con un colpo secco, unico e deciso.

Così accadeva e nessuno ci poteva fare più nulla.

"Lui è qui?".

Dante interrogò la comare sempre più arrabbiata e nera, che quei soldati s'erano tirati dietro persino il loro comandante, un ufficiale ovvio, e c'era timore che quello - madame lo conosceva da tanto tempo, seppure l'uniforme non era più la stessa, anzi, la memoria ne contava almeno due precedenti, di foggia e colore diverso - avrebbe messo il naso dove non doveva

"Che ci fa quello qui?" – replicò la padrona senza rispondere.

"Non sono affari tuoi" – ghignò Marcel – "T'ho chiesto se lui è qui?".

"Il vostro soldato? Sì…".

Il dito in segno di silenzio, indusse la comare a impietrirsi, il soldato Marcel Duvall scostò con delicata protervia la donna e s'avviò, mentre con gli occhi accennava agli altri tre bellimbusti di darsi da fare.

Marcel Duvall doveva mantenere una promessa, riportare il damerino dal soldato triste, ma sul serio, e non da lontano.

Doveva pagare il suo debito, così non avrebbe più avuto a che fare con quei due.

Ne aveva abbastanza di quella storia!

"Comandante…c'è una questione…" – esordì Gustav Dumas, quello che sapeva metter su il tono più flautato e fermo del mondo, quando gli faceva comodo, mentre l'altra aveva appena mandato giù due sorsi di vino – "Pare ci sia stato un furto".

"Soldato…potreste fare da voi…avete la mia fiducia".

"No…no…" – s'intromise Dante, grattandosi la testa – "La vostra fiducia è davvero mal riposta. Noi proprio non possiamo farci niente in questo caso. Serve il vostro grado…la vostra…eh…".

Una provvidenziale gomitata del compare troncò la scusa disallineata e farlocca.

Oscar si alzò, un poco controvoglia, come se il calore del luogo che conosceva e la rottura dell'infaticabile routine, avessero minato la coscienza, e d'improvviso il corpo si fosse ritrovato stanco e senza meta.

"Sentite…" – abbozzò come intuendo l'inutilità del suo intervento – "Un furto qui dentro…".

"Prego!" – Dante non perse tempo, fece strada.

Tutti presero a salire le scale, che ad un certo punto il comandante intuì che il percorso aveva poco senso, sarebbe stato più utile portar giù il teppista ladruncolo e portarlo fuori anziché andare a scovarlo sul fatto.

"Che sta accadendo?".

"Ve l'ho detto! E' stato rubato…insomma…secondo noi solo voi potete fare qualcosa. Dunque…" – Dante s'era stancato – "Accade che adesso voi entrate lì dentro!".

L'altra si voltò, inchiodata dalla battuta, dall'ordine, dalla pistola puntata contro - "Che fate?".

Non vedeva l'ora Alain Soisson, s'era davvero stancato pure lui, prese le mani dell'altra, torcendole all'indietro, senza che lei l'avesse scorto, forza intensa ma senza far male, che…

Dio, i polsi di una donna sono così lievi e quella pareva così forte ma anche i suoi erano sottili, che in un istante chiunque avrebbe potuto spezzarli.

"Lasciami!" – il corpo si dimenò, lo straccio corse a chiudere la bocca, e un altro a bendare gli occhi…

Sussultò il cuore, erano passati mesi da quando era divenuta il comandante di quei dannati bifolchi e non le pareva che quelli l'avessero presa poi così male.

Recalcitranti sì, lo erano stati, ma alla fine era come si fossero addolciti e quella dolcezza nei gesti dapprima l'aveva stizzita ma poi, come se da cosa nascesse cosa, s'era ammansita pure lei.

Il dubbio allora era che tutto fosse stato una stupida messinscena.

I due soldati s'avventarono a togliere spazio di difesa, serrando le braccia, chiudendo i fianchi, imprimendo forza buona, che non ci tenevano a passare per idioti capaci di mettere le mani addosso a una donna contro la sua volontà.

Insomma quello era e doveva essere una specie di regolamento di conti…

Pochi istanti, il calcio alla porta, la spinsero dentro, la legatura dietro le mani agganciata a un gancio alla parete che solitamente reggeva moccoli di candela, un salto all'indietro per non rischiare di prendersi un calcio, un altro passo indietro, avendo l'accortezza di sfilare lo straccio dalla bocca, ma l'altro no, non ci riuscirono, ch'ebbero solo il tempo di lanciare e lanciarsi un'occhiata soddisfatta, Alain Soisson e Dante Renard, mentre la osservavano e la sentivano dannare le loro anime e poi uscivano dalla porta e…

"Ma dove cazzo eravate?" – li appellò Marcel, ridacchiando – "E quanto ci avete messo?".

"Tu piuttosto…ma l'hai convinto?".

"Suvvia…ma non ve ne siete accorti? Lui era lì dentro. Gli ho chiesto di entrare e lui è entrato".

"Ma dove…".

"A Brest non doveva nascondersi ma qui non ha fatto altro per mesi! Gli prenderà un colpo a ritrovarsela lì, a disposizione per quattro chiacchiere. Non mi pareva tanto ubriaco. Era solo triste. Come al solito!".

"Quattro chiacchiere? Ma secondo te…ci vorrà ancora parlare con quella?!".

"Ci vorrà solo parlare vorrai dire?!".

"Un goccetto adesso mi serve davvero. Ho idea che potranno fare da soli adesso! E anche noi!".

"Già" – sentenziò Gustav alle spalle – "Abbiamo la fiducia del comandante! Solo un goccio però!".

1814