I seem to have attracted a troll reviewer, please just ignore them!
Rouge ou blanc
La purezza non esiste.
Nemmeno la perfezione.
Esiste l'imperfezione ed è proprio dall'essere imperfetti che deriva la purezza dell'essere veri, dell'essere puri e imperfetti.
Dell'imperfezione dell'Amore...
Dell'imperfezione della paura...
Dell'imperfezione del sacrificio...
Dell'imperfezione della resa e della sconfitta.
Dell'imperfezione dell'essere perfetti entro l'Amore imperfetto e l'imperfezione della sconfitta.
"Sei davvero bellissima!".
Madame Roma non riusciva a togliere gli occhi dallo specchio che riportava un'immagine quasi irreale.
La mente risucchiata al passato, all'immagine di una giovane donna, stupore di sé, corrucciata, un intimorita, un po' persa, imperfetta ma fiera e tenace e sensuale e sfuggente.
L'arruffo dei capelli umidi di brezza di mare e scompigliati forse dal cattivo sonno, a regalare un'espressione ancora più buffa, un po' sospesa, un poco scapigliata, come se da qualche parte una donna ci fosse stata, lì, riflessa, ma così ben nascosta che solo un gentiluomo esperto sarebbe stato capace di scovarla.
O chissà quale altra lusinga…
O chissà quale altro accidente, che non necessariamente avrebbe dovuto gravitare nelle consuete abitudini delle donne.
Forse…
Quell'accidente dunque si era manifestato.
Era l'Amore forse, oppure la negazione di esso?
Era la consuetudine, la severità della certezza o l'abbaglio del rispetto?
Madame Roma rimase in piedi, seppure il viso si abbassò per ritrovarsi anche lei riflessa nella superfice vitrea e trasparente.
I visi appaiati…
Quello giovane, liscio, perfettamente ovale e non spigoloso, ospitava grandi occhi azzurri ma non più smarriti, come mare che ha vissuto la tempesta e si avvia ad acquietarsi o rassegnarsi, ammorbidirsi entro onde fluttuanti e placide.
Il mare era calmo.
La bocca dischiusa, non serrata, seppure incapace di parlare, come non avesse altro da dire, come se la scelta compiuta avrebbe spezzato per sempre ogni sussulto di libertà.
Madame Roma sorrise, il viso libero da orpelli, segnato dalle stesse rughe di pietà e rabbia, seppur come ingentilito dallo strano trionfo d'essere riuscita finalmente ad ottenere quel consenso assurdo, quella scelta insperata, così diversa da quella compiuta a Northampton.
Sei bella…
E' inutile nascondersi dentro un'uniforme…
Il tempo d'essere un uomo sarà sempre lì, sarà sempre parte di te ma ciò non significa che tu debba rinunciare ad essere altrove, anche solo per il tempo di un ballo…
Madame Roma era la padrona di casa, colei che avrebbe atteso gli ospiti, porgendo il saluto, l'omaggio di benvenuto.
Mai avrebbe immaginato che sotto i suoi occhi sarebbe scorsa l'insperata vittoria che l'aveva tenuta viva per tutti quegli anni.
Questa volta non aveva chiesto nulla, non aveva proposto nulla, mentre osservava colei che le era di fronte.
Il cuore batteva piano.
Il viso più maturo era segnato dal tempo e dalla passione, gli zigomi accentuati dal decadimento del tessuto, nessun neo finto, un accenno di trucco e null'altro, mentre lo sguardo si illuminava, di nuovo ebbro, di nuovo vivo, fiero di sé, colmo della storia impressa nelle mani un poco rugose e nelle dita delicatamente affusolate.
La mano destra di Madame Roma s'allungò a raccogliere delicatamente il fascio di grano.
Nessuna richiesta…
Il gesto non più estraneo.
Un istante…
§§§
Victoire Jenevieux pareva una statuina di sale, occhi di verde trasparente e leggero, sgranati in picchiata verso l'evento, mani giunte in grembo, una bambola di pezza appena acquistata.
"Ma stai respirando?!" – chiese Argo preoccupato, mentre osservava la bambina diventare quasi paonazza dallo sforzo, che quella, labbra sigillate, negò facendo una smorfia di sofferenza.
"Così cadrai per terra in un istante!" – la rimproverò l'altro, rintanato nell'angoletto della carrozza che stava conducendo gli ospiti alla residenza di Madame Roma – "Respira...ma sei matta?!".
Victoire tentò di prendere il respiro, intenta a non sgualcire il delizioso vestito che le era stato recapitato per il ricevimento, a cui il fratello e con lui il padre, erano stati invitati.
Era cresciuta ancora, quello indossato per la visita a Versailles ormai non era più adatto.
Argo controllò che la sorella stesse respirando e poi corse allo sguardo del padre che li guardava mezzo divertito, mezzo compassionevole.
Alla fine André era stato costretto ad accettare l'invito, sarebbe stato scortese rifiutare.
Il cuore batteva lento, come instupidito dal continuo rimescolarsi della sua vita.
Era fuggito da lei tante volte.
Altrettante volte era tornato e altrettante ancora l'aveva rifiutata, anche quando era consapevole d'aver distrutto l'orgoglio dell'altra, stracciato quell'uniforme che lei si era tenuta sulle spalle, fin da quando aveva quattordici anni.
Tornare ancora avrebbe significato distruggere la vita dell'altra.
Eppure...
Fuggire ancora non sarebbe servito a nulla.
Fuggire da lei...
Inutile...
Ma adesso starle accanto sarebbe stato ancora peggio.
Non sarebbe più riuscito ad accontentarsi.
Non sarebbe più riuscito a impedirsi di farle del male.
Lo squarcio della verità pulsava come ferita aperta e fresca e impossibile da guarire.
Il cuore si contrasse, colpito dall'evidenza delle cose.
Lui non aveva nulla da offrirle, nulla se non se stesso.
Se stesso era troppo poco o forse non era ciò che meritava lei.
Il cuore si perse.
Inutile imbrigliare l'Amore entro il tessuto della logica o la trama dettata dal futuro.
Inutile imbrogliare l'Amore dietro la scusa di non essere abbastanza.
Ma dirle che l'amava non sarebbe bastato.
Ma era tutto ciò che avrebbe potuto dire.
I passi avanzarono piano entro la grande sala illuminata da decine di candelabri disposti ai lati, l'ampio spazio al centro era sgombro, così da permettere agli ospiti di danzare, intrattenuti dall'orchestra intenta ad accordare la sonorità dei violini.
André fece un cenno di ringraziamento quando a un tratto si trovò di fronte alla padrona di casa, Madame Alexandra Roma Lemonde.
"Benvenuti!" – Roma ricambiò il saluto e gli occhi corsero a quelli del moccioso indiano, vestito di tutto punto, come un giovane signore francese, anche se il vezzo dei capelli scuri legati a treccia era ancora lì, in bella mostra, a rammentare agli astanti, che Argo non era francese e probabilmente mai lo sarebbe diventato.
I saluti s'incrociarono.
Victoire compose finalmente un sobrio inchino, deliziata dal gesto d'afferrare i lembi del vestito, così da ritrovarsi orgogliosamente al centro simmetrico di quella specie di ruota che la faceva apparire come un giovane pavone alle prime armi.
Roma sorrise, indicò ai bambini una sorta di buffet ove avrebbero potuto servirsi e gustare deliziose praline di finissimo cioccolato.
La superficie liscia e splendente del pavimento brillò al passaggio dei passi veloci ma non troppo.
André perse di vista i bambini.
Si ritrovò addosso gli occhi di Roma.
"Dunque siete voi Monsieur André Grandier!?".
"Madame…vi conosco per nome…".
"Certamente! Io invece conosco voi! Ho imparato a conoscervi molto presto. Fin dal primo giorno in cui Mademoiselle Jarjayes si imbarcò per giungere in America".
André si contrasse, il cenno lontano piombò addosso come una scure. Gli pareva fossero trascorsi secoli ormai.
Il frammento del dispaccio che elencava gli ufficiali e i soldati che sarebbero giunti in America per recare il denaro necessario a sostenere le truppe francesi che fronteggiavano gli inglesi riemerse, e con esso il battito stonato - il suo nome - e da quel momento, lui che si considerava ormai morto per sempre, era tornato a vivere.
Era rinato per lei, l'aveva veduta di nuovo…
"Non comprendo, madame, perdonate. Qualcuno vi ha parlato di me?" – ingenuo e nell'istante comprese d'aver osato troppo.
"In un certo senso…" – ammise Roma senza eccedere – "Mi siete apparso quasi per sottrazione. Non sapevo chi foste ma giorno dopo giorno ho imparato a conoscervi attraverso Oscar François de Jarjayes. L'avreste mai immaginato di giungere a conoscere qualcuno di cui nemmeno si conosce l'esistenza o il volto, attraverso i silenzi di un'altra persona!?".
La domanda era infida e splendente al tempo stesso.
Essa rivelava dunque ciò che era stata Oscar François de Jarjayes, quando lui era fuggito e poi ancora dopo, quando lui era morto. O forse ciò che nemmeno lei sapeva di essere stata.
Dunque lui era divenuto vero e vivo attraverso la sua ricerca, attraverso l'insana caparbietà di volerlo riavere accanto a sé, di volerlo avere vivo.
L'aveva descritto, l'aveva forse amato, pur non rivelando nulla.
Un respiro fondo.
Avrebbe voluto chiedere André ma Roma, con sapiente tempismo e un cenno del capo, fece per congedarsi, per andare ad accogliere altri ospiti.
Le viscere presero a ribellarsi allo scenario.
André si ritrovò di fronte a se stesso, di fronte al quel bene puro, l'Amore per lei, che lui aveva sempre messo prima di sé e prima di lei e prima di loro.
Che stava accadendo?
La mente cadde nei ricordi rammendati e fusi, aggrovigliati e feroci.
Loro…
Soli…
Amanti…
Parigi li aveva accolti ancora, dopo che si erano ritrovati, dopo che si erano perduti, dopo che lo strazio di amarsi aveva avuto il sopravvento persino sul bene puro che straziava il cuore.
E dopo ancora…
Quando forse persino l'Amore non c'entrava più nulla, non era più ciò che era stato o ciò che era o ciò che sarebbe stato, e nessuno dei due se l'era più domandato, se si amavano o no, perché non era importante, non contava più nulla.
Bruciava il concerto di respiri, muti, respirati appena nella morte annunciata, i sensi implosi entro l'assenza di suoni, la luce buia della coscienza che si perde.
Si era sorpreso dell'invito…
Non avrebbe voluto accettare.
Se l'avesse riveduta…
Non lì, non in quel luogo che era gabbia ove lei sarebbe stata per sempre araba fenice, splendente e immortale.
Non lì, non in quel luogo che era gabbia dove lui stesso, fuggendo e rifiutandola in perpetuo, per assurdo che fosse, l'aveva tenuta segregata.
I passi avanzarono.
Lo sguardo si posò agli invitati.
Un sussulto…
André riconobbe il Conte di Fersen e il Tenente Victor Girodel.
Quasi d'istinto, come nei tempi perduti in cui era stato solo servo, solo attendente, solo inferiore, si ritrasse, incapace di mantenersi entro il chiarore emanato dai candelabri, incapace di accettare d'essere lì, a calpestare lo stesso pavimento, a respirare la stessa aria, a poggiare lo sguardo su di lei, che non appena l'avesse vista...
Fersen pareva sempre lo stesso, sguardo sicuro ammorbidito dalla resa dei sensi a quell'amore che mai sarebbe stato in grado di vivere appieno e di cui mai si sarebbe nutrito.
Evidentemente il conte aveva imparato a farsene una ragione, a sopravvivere.
D'altra parte quale Amore potrebbe mai indurre a proseguire la propria vita se non un amore irrealizzabile!?
In fondo se è il destino che si mette di traverso e poi il rango, la nascita, la corona…
Le volontà non possono nulla, dunque tanto vale continuare a struggersi e risplendere della tetra luce della sconfitta contro cui non si può nulla!
Fersen aveva tentato di salvare Oscar.
Dunque aveva ripiegato la sconfitta del proprio amore impossibile entro l'impossibilità che l'altra si salvasse attraverso il suo Amore.
Non per amore ma per orgoglio.
E lei, Oscar…
L'aveva amato Fersen?
L'aveva visto anche lei come una sconfitta da cui dunque limitarsi a stare a distanza, per non bruciarsi, seppur godendo del tiepido calore emanato da una fiamma ormai morente?!
Cercò i bambini, anche quelli in un angolo, sorprendentemente a conversare con Madame Roma.
Erano gli unici fanciulli, tutti gli altri erano uomini e donne nobili, ufficiali di marina, generali dell'esercito.
Il senso di quell'invito straniva, la ragione vacillava.
Pareva quasi che i mocciosi fossero stati invitati per aver lui lì, al ricevimento.
Il respiro s'innalzò di colpo.
André vide Roma congedarsi dai bambini e volgersi al triplice scalino che conduceva a una sorta di pianerottolo rialzato, ove sbocciava un corridoio istoriato di fiori, e poi stanze sconosciute.
La vista un poco indebolita si sforzò di catturare la geometria tutta particolare della strana dimora, ancora più strana della sua, con angolazioni che parevano non comunicare ma restare separate.
Analogo passo compì Fersen che si avvicinò a Roma, con un cenno del capo. Victor Girodel invece rimase fermo al suo posto.
André mosse un passo questa volta.
Il piede pestò piano il pavimento, la gamba tremò un poco, il respiro si perse così come lo sguardo fu costretto ad assottigliarsi, così da mettere a fuoco l'effige.
Il chiarore sprigionato dai candelabri vacillò ondeggiando, rosseggiando piano, avvolgendo la figura bianca che avanzava lieve, come una piccola araba fenice che risorgeva dalle ceneri di un amore che aveva in tutti i modi tentato di distruggere.
André Grandier vide Oscar François de Jarjayes che avanzava verso i tre scalini mentre il Conte di Fersen li risaliva a porgerle la mano, per consentirle di scendere e presentarsi al ricevimento.
L'abito bianco fasciava il busto esaltando la figura snella e asciutta, magra eppure intensamente forte.
La schiena era libera, la nuca esposta, i capelli raccolti entro un'acconciatura dorata, simile a quella di una dea greca.
Labbra...
Bocca...
Occhi...
André fu costretto ad avanzare ancora, imprigionato dalla ressa degli invitati, instupidito dal mormorio crescente dei commenti.
Che inutile esibizione…
Sangue...
Respiro...
Profumo...
Il corpo sopra di sé, mentre la guardava, mentre piano sorgeva il lieve orgasmo che ammorbidiva l'anima e distruggeva i muscoli, inabissandoli entro il nulla greve della morte...
Lei...
Lei su di sé...
Dentro di sé...
Lei era stata farfalla lieve, capace di volare, bianca e morbida, ingenua e timorosa.
Lei era stata viva, della vita che scorre entro i muscoli e il sangue, posata sulle guance rosate, splendente entro la scintilla dello sguardo ceruleo.
Lei era una donna…
Lei era libera…
Dannazione…
Che hai fatto…
L'ultimo incontro…
Quanto tempo era trascorso?
Un mese?
Perché?
Quale smisurato orgoglio l'aveva indotta a scegliere di spogliarsi della sua dannata uniforme e di apparire così?
Nulla a che vedere con chi era davvero…
L'aveva già deciso?
L'aveva conosciuta com'era davvero, la pelle sfiorata dalle dita, nessuna stupida stoffa nel mezzo del contatto…
"Che hai fatto?!" – lo domandò a se stesso mentre Oscar avanzava, la mano appoggiata entro il palmo della mano di Fersen.
Irriconoscibile Oscar François de Jarjayes…
Lui...
Lui dunque l'aveva indotta a chiudersi entro la sua gabbia, a mutare pelle, come una piccola araba fenice che risorge ma pur sempre araba fenice imprigionata entro una gabbia dalle sbarre dorate.
Oscar François de Jarjayes sceglieva chi essere, ma solo dentro quella gabbia.
Davvero tu le hai fatto questo?
Davvero l'hai resa a tal punto prigioniera di se stessa...
Che la sua libertà è tale solo entro quell'abito bianco, di contro al sangue rosso che scorre nelle vene?
Lei era libera davvero?
Era davvero lui allora ad averla rinchiusa in quella gabbia oppure era lei che rifiutava d'uscire da quella gabbia ed era sempre lei che lo respingeva, lontano, rimarcando la sua natura fittizia, il suo essere fenice capace di bruciare solo per quel mondo e in quel mondo?
André avanzò ancora.
Intuì la mano afferrata e stretta dalla mano piccola di Victoire che l'aveva raggiunto.
La bambina strinse la presa, il padre s'aggrappò ad essa, intuendo istante dopo istante, il senso dell'invito, la ragione della presenza dei bambini, lo schiaffo che volava netto e doloroso in pieno volto, seppure tutto intorno procedeva nella consueta zizzania di un ricevimento, nell'eterna concatenazione dei gesti e delle mani che si univano all'incedere della lieve sinfonia.
Furono Argo e Victoire a tirar lontano André, via dal bruciante squarcio aperto entro cui le coppie s'avvicinavano, prodigandosi in passi di danza, i palmi a sfiorarsi, i corpi distanti entro la sensuale vicinanza indotta dalla musica e dal ritmato volteggio degli abiti sontuosi.
André rimase a osservare Oscar, al centro della sala, il corpo appaiato a quello del Conte di Fersen, la destra stretta nella destra, la sinistra appoggiata alla sinistra.
Il passo s'accostò...
André ammise che la fenice sarebbe vissuta solo rinchiusa dentro la sua gabbia, sbarre di poetiche rime e metallo forgiato da imperiose parole, la libertà solo immaginata, solo sognata, perché davvero Oscar François de Jarjayes sarebbe vissuta solo desiderando la libertà, ma senza poterla raggiungere mai.
I pugni stretti…
Toccarla…
Averla…
Sfiorarla…
Baciarla…
Amarla…
Ogni istante diventava pensiero, ogni pensiero mutava in bestemmia.
Tremò mentre il cuore quasi si fermava...
Accadeva dunque...
Lui le aveva insegnato a scegliere e lei dunque sceglieva.
L'aveva illuso…
E lui non aveva visto, s'era lasciato illudere.
Non s'accorse che i danzatori s'erano ritratti, d'improvviso, come onde ricacciate indietro lentamente dall'evanescente gravità lunare.
Madame Roma avanzò, la mano destra appoggiata al palmo di un uomo ben vestito, seppur con abiti sobri, quasi in contrasto con la ricchezza delle vesti degli altri ospiti.
"Mesdames e messieures, mio marito Capitano di Vascello Manoush Lemonde mi farà l'onore di danzare con me...finalmente..." – ammiccò la dama con un sorriso di commossa esultanza – "Vi chiedo di onorare questa serata danzando assieme a noi...".
André fece un passo...
Impietrito...
Il Conte di Fersen tenne la mano di Oscar François de Jarjayes ma non la condusse entro lo spazio ove le coppie si erano posizionate.
Che accadeva...
Lo sguardo era intensamente severo, seppur sfuggente...
André fece un altro passo...
Fersen si diresse verso il Tenente Victor Girodel, ch'era rimasto fermo, quasi in disparte.
"Mademoiselle..." – esordì piano – "Onoro la vostra persona e le vostre parole affidandovi a Monsieur Girodel...".
La mano scorse dal palmo di Fersen a quello di Victor Girodel.
Oscar scorse al viso e l'altro sorrise, un cenno di riconoscenza, la mano stretta delicatamente, mentre l'orchestra attaccava il delicato minuetto che avrebbe accompagnato la danza entro impercettibili vortici, pose geometricamente costruite a sfiorarsi, distanziarsi e poi avvicinarsi di nuovo, ondeggiando e disegnando ondivaghi cerchi di suggestiva armonia.
"Ti ringrazio" – disse piano Victor Girodel – "Sono felice di ciò che sta accadendo. Sei sicura...".
Un cenno del capo...
I riccioli oscillarono muti, incorniciando l'assenso, le parole avrebbero faticato a uscire, il cuore ormai batteva piano, come acquietato dalla decisione, furiosamente corretta, lucidamente inevitabile, drammaticamente definitiva.
I corpi si mossero piano...
Leggeri, belli...
Rapiti, morbidi...
Così da rendere ancora più esaltante lo scostamento e poi l'accostamento dettato dall'armonia musicale.
"Che stai facendo?" – chiese piano André, a se stesso e a lei, mente la testa girava un poco e la vista s'annebbiava di colpo.
Glielo chiese di nuovo mentre ascoltava il sordo rimbombo del cuore inondare le tempie e il gelo rattrappire i muscoli accarezzati dalle note incessanti e quasi distruttive.
S'era prefigurato quell'istante...
Mille volte...
L'aveva temuto...
L'aveva rifuggito...
Ammetteva che il responsabile era lui o meglio...
Non voleva ammettere d'essere stato lui a indurla a scegliere d'imboccare un sentiero che l'avrebbe portata così lontano.
Non voleva ammetterlo, che così la coscienza si sarebbe ripulita, mondata dalla responsabilità.
Quanto tempo era trascorso dall'ultima volta che l'aveva veduta?
Dunque l'aveva già deciso?
Quando era accaduto?
Oscar era libera. La libertà ha un prezzo e diviene condanna e redenzione al tempo stesso.
Stavolta il passo indietreggiò, colpito dalla visione, mentre i sensi implodevano giù, dentro di lei, dentro di sé senza di lei, dentro quella vita che lui aveva perseguito da quando aveva deciso di lasciare la Francia ma poi era tornato ed era ritornato così tante volte che si domandò se l'averla perduta non fosse la giusta punizione per essere fuggito, per non aver combattuto per lei e per loro, e per averla illusa e amata e poi illusa e poi lasciata?!
Quella non era la loro storia e non lo sarebbe mai stata.
Un passo...
Indietro...
La visione abbagliò e l'equilibrio per un istante venne meno, mentre la vista vacillava.
Perdeva tutto...
Perdeva lei...
Perdeva tutto...
Non dunque il destino contro cui imprecare...
Non il padre che l'aveva educata come un maschio...
Non l'amore per Fersen...
Forse nemmeno l'affetto per Victor Girodel...
Lui solo era responsabile...
Chiese aria...
La mano però era saldamente chiusa entro quella di Victoire.
I passi condussero fuori, lo sguardo cercò un pertugio, un terrazzo, un'apertura che regalasse un poco di aria.
Erano al secondo piano della dimora, la balconata che dava sul retro, il giardino aperto dabbasso, e di fronte le mura antiche dell'abbazia di Saint Eustache, accolse il corpo frustrato assieme a quello della bambina che osservava il padre, un poco sorpresa che quello fosse come in balia d'una strana tempesta, lì lì sul punto di cadere a terra.
"Padre…" – chiese preoccupata – "Che sta accadendo?".
Negò André – "Dovresti cercare Argo. Vorrei andare...via".
Victoire non protestò e lasciò la mano di André per sgusciare via e ficcarsi entro la folla di ospiti che gremivano la grande sala.
Chissà dove s'era cacciato Argo, che non ne aveva voluto sapere di invitarla a danzare e non appena l'orchestra aveva attaccato il secondo minuetto se n'era fuggito via un poco schifato.
Le mani strinsero la balaustra di marmo fredda e porosa, lo sguardo fisso alla pietra, gli occhi a tentare di scorgere un barlume di luce entro la bruma del livido paesaggio che galleggiava davanti alla faccia, sopraffatto dalla nausea.
Gli occhi anelavano a una via d'uscita, osservarono l'armonica antichità dell'abbazia, i percorsi d'erba e mattoni. Sarebbe caduto a terra se non si fosse accorto di qualcuno che gli era alle spalle.
"André...".
La voce di Fersen...
Si voltò André ritrovandosi davanti a sé il conte che porgeva un calice di vino. Un nobile che offre da bere a un uomo inferiore di rango, entro un gesto pietoso e vagamente ridicolo.
Erano passati anni da quando si erano perduti di vista, ma era come se non fosse trascorso neppure un istante.
André aveva pensato spesso alla serie di confuse coincidenze che l'avevano condotto al seguito del conte, durante il viaggio in America.
Il pestaggio a Ponta Delgada...
Una vendetta...
Uno sgarbo che doveva essere punito.
Forse da parte dei due bellimbusti che si erano fatti avanti a Brest...
Oppure...
E poi la richiesta, quasi un ordine da parte di Fersen, di volerlo al proprio servizio, così da evitagli altri guai.
Perché altrimenti Fersen non se lo sarebbe mai perdonato se gli fosse accaduto altro...
Che lei ne avrebbe sofferto...
Lei...
Negò André, come aveva sempre tentato di negare.
Consapevole che l'altro in fondo aveva vissuto un amore impossibile al pari del suo, e ne era rimasto altrettanto dilaniato, nella constatazione che fuggire non sarebbe servito a nulla.
Fersen non ritrasse la mano, anzi rimase lì, il calice sospeso, lo sguardo per nulla sprezzante, come a raccontare d'aver già pagato lo strazio di perdere un amore che non potrà mai essere vissuto.
E che essere nobili o plebei poi non fa poi così tanta differenza, si soffre allo stesso modo, ci si rassegna alla stessa maniera.
In fondo è il destino che si mette di traverso, il rango, la nascita, la corona…
Le volontà non possono opporsi e dunque…
Tanto vale continuare a struggersi e tentate di sopravvivere nella tetra luce della sconfitta contro cui non si può nulla!
No...
Impossibile proseguire la propria vita come se nulla fosse accaduto.
André alla fine afferrò il calice, bevve il vino, tutto d'un sorso, quasi a strozzarsi, quasi a chiedere alla mistura infernale di spezzare quel vortice straziante ove si era ritrovato e dove suo malgrado aveva stabilito di vivere.
Così da instupidirsi al punto da scacciare da sé il desiderio folle di prendere a pugni la faccia dell'altro, la sua odiosa flemma, il suo dolore freddo.
Lui no...
Il sangue ribolliva...
Lo strazio...
Dio...
Lui l'aveva avuta tra le braccia...
Lui avrebbe potuto vivere quell'Amore, solo così?
E lei invece...
"Mademoiselle questa sera è radiosa" – attaccò Fersen osservando i giardini a mala pena rischiarati da bracieri sapientemente collocati a orientare i passi di chi avesse voluto avventurarsi a scovare un angolo di silenzio e di composta riservatezza – "Ho stentato a riconoscerla. Non trovi?"
La domanda incise...
"Se così t'è sembrato" – ammise André quasi sarcastico, nel solco della minor distanza che il conte stesso gli aveva proposto durante il viaggio in America.
Erano trascorsi anni ma pareva che per il conte non fosse trascorso che un giorno. Come se il tempo, quel tempo, non fosse mai esistito, e tutto fosse tornato al suo posto, ogni personaggio entro il ruolo che la storia dettava, lo strappo della tragedia ormai ricucito e dunque non più visibile.
André sapeva che Fersen era tornato in Francia subito dopo che lui era stato portato in Guyana.
Sapeva che era stato Fersen stesso a intercedere per lui, perché la vicenda dell'oro si era risolta con la clamorosa scoperta che quell'oro non era mai sparito in America.
Quell'oro non c'era mai stato e dunque nessuno avrebbe mai potuto rubare il naso del re!
André sapeva che non era così...
Si era stupito della sollecitudine e della generosità di Fersen.
Do ut des...
Eppure...
Nel fondo di tutto quel tornaconto, non tornava proprio nulla!
André ammise che Fersen aveva ottenuto ciò che voleva, ciò che aveva sempre perseguito da quando a Brest si era ritrovato di fronte Oscar François de Jarjayes, che però gli era sfuggita dalle mani, araba fenice che tenta di sgusciare via dalla gabbia dorata in cui è rinchiusa, intuendo un pertugio tra le sbarre.
Oscar non era riuscita a fuggire, lui stesso, André Grandier, solo per un istante si era immaginato di liberarla ma poi l'aveva lasciata lì, in quella gabbia, incapace di perseguire fino in fondo la sua libertà.
Chissà forse perché la libertà di Oscar François de Jarjayes aveva spaventato anche lui...
Fuori da quella gabbia lei sarebbe morta.
O forse, sarebbe vissuta…
Così, fuggendo, non aveva fatto altro che tradirla, lei circondata da splendide sbarre d'oro, capaci di proteggerla ma imprigionarla per sempre.
E il Conte di Fersen non aveva fatto altro che perseguire e perseguitare fino all'ultimo la mano dell'uomo che aveva tentato di aprire la gabbia, fino a che quell'uomo stesso non aveva compreso che se la fenice fosse fuggita, fuori da quella gabbia sarebbe morta.
Lui stesso, André Grandier, l'aveva lasciata lì, dentro, chiusa, così che coloro che ne avevano ammirato la bellezza avrebbero potuto farlo sempre, così che nessuno avrebbe mai potuto offuscare la luce di un essere che anela a essere libero ma solo così, solo desiderando la libertà, mostrerà davvero la sua unica e vera bellezza.
André si era piegato a quella constatazione.
In cambio gli era stata risparmiata la vita, gli era stata restituita la libertà di vivere ma non la libertà di amare.
E lei…
Adesso lei decideva al posto di tutti loro.
"Come?" – chiosò Fersen – "Non pensi sia bella?!"
"Lo era anche prima. E lo sarà nonostante..." – lo sguardo perduto ai sobri giardini della villa, non sontuosi come quelli di altre residenze nobiliari ma pur sempre dignitosamente ingentiliti dalla sapiente grazia di giardinieri italiani e francesi – "Qualsiasi abito indosserà!".
"Insomma...lo è sempre!" – concluse Fersen con un respiro fondo – "Credo tu lo abbia sempre saputo...".
"Credo che chiunque l'abbia sempre saputo!" – sputò André che faticava a parlare, che non sapeva se esporsi o esporre lei al ludibrio del canto della bellezza.
Era importante ammettere che lei era bella?
Dio...
Stava perdendo tutto...
Non aveva più né coraggio, né forza d'animo di trattenere dentro le viscere i frammenti di verità che gli erano piombati addosso, come un'enorme ampolla di vetro che sottoposta alla fiamma di calore si disfa, geme, si contrae e poi esplode andando in frantumi.
"Ebbene" – che l'altro si voltò, l'eloquio freddo, quasi più tagliente dei frammenti incisi sulla carne – "Se entrambi siamo consapevoli di questa verità, entrambi dovremmo avere a cuore il destino di Mademoiselle Oscar François de Jarjayes!".
"Un destino che mai potrebbe finire per essere distrutto dalle mani di un plebeo?!" – contestò André altrettanto freddo, disgustato dalle sue stesse parole – "A proposito, non ho mai avuto l'occasione di ringraziarti per l'intercessione verso di me nella questione dell'oro scomparso e della mia condanna".
"Era stato commesso un errore!" – glissò Fersen dimostrando bonaria accondiscendenza – "Non me lo sarei mai perdonato! Sei un amico prezioso per Mademoiselle Oscar. Credo che anche lei ne sia stata sollevata!".
"Già! Un amico, debbo ringraziarti".
"Non sia mai! Era mio dovere!".
Un passo...
"Il dovere!" – affondò André sostenendo lo sguardo del conte – "Il dovere innanzi tutto!".
"Me ne rallegro che tu prenda questo increscioso guaio con tale disincanto. Già, era mio dovere fare di tutto per evitarle una simile sofferenza!" – replicò Fersen – "Non saresti mai riuscito a provare la tua innocenza. E per giunta dopo esserti affermato colpevole! Anche se in questo modo, devo riconoscere hai salvato l'integrità delle finanze della Francia e l'onore dei Sovrani!".
"Fersen..." – un altro passo, l'abbandono della falsa complicità – "Sai bene che io sono colpevole!".
"André..." – si schermì l'altro, fingendo d'esser preso di sorpresa, senza dare ad intendere di comprendere se per aver rubato l'oro oppure il cuore di una persona o il suo onore – "Che stai dicendo?".
"Sono colpevole!" – rincarò André sprezzante, stanco persino di se stesso – "Lo sai bene! Di ben altro genere di peccato che l'aver sottratto oro alle casse del regno".
Fersen si zittì, un passo a scostarsi, l'arroganza dell'altro pareva travalicare il limite del consentito.
"Mi pare insensato parlare in questi termini" – abbozzò senza convinzione, come a voler lasciare il discorso volutamente vago, come se alla fine si sentisse scoperto, ma non gliene importasse nulla. Anzi, era meglio, così che tutto sarebbe stato più chiaro e definitivo.
"Ed era così fin dalla mia partenza per l'America!" – azzardò André ormai sull'orlo del baratro.
Perdeva tutto, almeno l'orgoglio di un amore distrutto, quello sarebbe stato per sempre suo.
La colpa di amare...
Da quella non ci si sarebbe mai potuti dichiararsi innocenti.
La colpa di amare gli apparteneva...
Misera consolazione...
Nessuno avrebbe mai potuto liberarlo da essa.
Un passo indietro, Fersen si prodigò in un sinistro sorrisetto.
"A Brest, era un bacio d'addio quello!" – sentenziò Fersen deciso, come a giustificare il gesto che dunque non era passato inosservato.
Bruciava quel bacio...
André comprese che tutto era sorto da lì. Fersen aveva veduto...
"E tale avrebbe dovuto restare?!" – sputò André.
"Che intendi?!" – prese a stizzirsi Fersen, come via via prendesse a dissolversi la nebbia che ostruiva lo sguardo e così il baratro ove era precipitato l'altro.
"Lo sai bene! Gliel'hai detto tu che io ero morto! Un tragico ed eterno addio!".
"André, credevo lo fossi davvero. La lista dei caduti, come avrei potuto tralasciare d'indicare il tuo nome? E poi, non immaginavo che lei sarebbe arrivata in America. Che avrei dovuto dirle?".
"Sì..." – un respiro fondo – "In fondo è così. E' corretto. Io ero morto. Lo ero già fin dal giorno in cui ho lasciato la Francia. Anche se ancora non s'era trovato il modo di ammazzarmi, io ero già morto. Ma se tenevi davvero al suo destino, avresti dovuto chiederti quale fosse la sua volontà, come lei avrebbe scelto e desiderato esistere".
"Il suo destino era già stabilito!" – la voce del conte scadde nella ruvida ammissione.
"Non si può dunque scegliere!?" – sferzante, l'abbandono della pregressa vicinanza – "Voi...conte...voi avete scelto d'innamorarvi?".
"No, non ho scelto chi amare e Dio solo sa se amare davvero sia una scelta. Ma noi non possiamo nulla contro il destino" – replicò l'altro incurante della rinnovata distanza.
"Dunque. un uomo non può nulla contro il destino..." – che André gli si parò dinnanzi – "Il destino viene prima di tutto, di ciascuno di noi. Vi siete adoperato perché venisse rispettato un destino che non dipendeva da voi…e contro cui nulla avreste potuto!".
Fersen sostenne lo sguardo, senza arretrare.
André comprese...
Tutto era iniziato da lì, da quel bacio che lui si era preso come primo e unico suggello di un amore impossibile.
L'aveva...
"Hai rubato ciò che non ti apparteneva!" – si fece avanti il conte, afferrando l'altro per il bavero della giacca, il tono insolitamente distorto e sprezzante.
André non si ritrasse, lasciandosi strattonare, come avesse voluto davvero lasciarsi prendere a pugni dal conte, che ormai ogni dubbio svaniva per lasciar posto alla certezza più marcia.
"Messieures!" – una voce imperiosa alle spalle, un delicato battimani a raccogliere l'attenzione dei contendenti e distoglierli dal proposito poi non tanto vago di venire alle mani, anche se quello non era il posto adatto, non al ricevimento ove tutto stava via via volgendo allo scopo che Madame Roma si era prefissata ormai da anni.
La dama avanzò sul balcone.
Fersen lasciò la presa senza slacciare lo sguardo dell'avversario.
Entrambi perdenti, entrambi senza ormai alcuna speranza.
"Messieures, prego..." – contestò Madame Roma avanzando lieve – "C'è necessità d'un poco di aria"
La donna fece scorrere avanti a sé due valletti che recavano alcune seggiole e un minuscolo tavolino ove vennero appoggiati bicchierini di vetro intarsiati a losanghe trasparenti, una bottiglia di pari foggia dal contenuto ambrato, freddo e sensuale, e alcuni vassoi di dolci allo zenzero, che il sentore della spezia s'impose nell'aria un poco fredda, andando a interrompere il livore, insinuandosi nella mente, mescolandosi al profumo di magnolia ormai sfiorita e rose sfatte dallo scorrere infausto della stagione estiva.
André si ritrasse scorgendo la figura che avanzava dietro a Roma, il passo lieve, l'incedere leggero, seppure lo sguardo pareva fiammeggiare gelida resa. A se stessa, al destino, all'irreprensibile bene che lui le aveva da sempre opposto come un mantra dietro cui celarsi e nascondere l'impossibilità stessa di amarla.
La guardò e l'altra, come sapesse che lui era lì e al contempo non si aspettasse di vederlo, sussultò nell'impassibilità dello sguardo.
Ora tornava ad essere André Grandier.
L'uomo che amava Oscar François de Jarjayes e che sarebbe tornato a camminare mezzo passo dietro a lei.
I pugni stretti…
Se l'avesse persa…
L'amava…
Se l'avesse persa…
Quell'amore era addosso a entrambi, quel sacrificio stava a lei portarlo.
Lui non avrebbe potuto fare più nulla.
La purezza non esiste.
Nemmeno la perfezione.
Esiste l'imperfezione ed è proprio dall'essere imperfetti che deriva la purezza dell'essere veri, dell'essere puri e imperfetti.
Dell'imperfezione dell'Amore...
Dell'imperfezione della paura...
Dell'imperfezione del sacrificio...
Dell'imperfezione della resa e della sconfitta.
Dell'imperfezione dell'essere perfetti entro l'Amore imperfetto e l'imperfezione della sconfitta.
Glielo chiese André, muto...
"Conte Fersen prego" – s'intromise ancora Madame Roma – "Alcuni ospiti mi hanno chiesto di incontravi. Sareste così cortese da raggiungerli nella sala!?".
Madame Alexandra Roma Lemonde era nel suo regno e orchestrava le geometrie.
Il conte annuì, sorpreso ma al tempo stesso consapevole che le geometrie andavano combinandosi entro lo scontro finale delle due esistenze.
Solo Oscar François de Jarjayes a quel punto della storia avrebbe potuto ribellarsi e liberarsi per sempre da quell'amore impossibile, in grado, da esso solo, di macchiare per sempre la sua esistenza.
Quella non era la loro storia...
E André Grandier non avrebbe mai potuto mutare il destino dell'altra e nemmeno il proprio.
Madame Roma gli aveva chiesto di partecipare al ricevimento.
Fersen si era immaginato davvero di salvare Oscar François de Jarjayes...
Madame Roma aveva esposto ciò che sarebbe accaduto.
Victor Girodel si era avvicinato molto alla giovane donna...
Fersen, anche lui, aveva ammesso d'averla perduta.
Un lieve inchino, lo sguardo scorse al volto di Oscar, alla sua figura.
Fersen rammentò le proprie parole quando a Brest le aveva detto che avrebbe potuto innamorarsi.
Sì, in un certo qual modo si era davvero innamorato di Oscar François de Jarjayes, ma tutto ciò ch'era riuscito a fare era stato sottrarla all'onta di un destino che avrebbe mutato la sua persona, la sua pura essenza, che sarebbe rimasta tale solo se non fosse stata di nessuno.
Forse non era riuscito a salvare Oscar François de Jarjayes, non lei, non la donna di carne e pelle chiara e sangue rosso e sguardo severo, ma l'altra Oscar, quella eterea e eterna, per sempre immortale soltanto se fosse rimasta chiusa nella sua gabbia, volgendo lo sguardo alla libertà, sì...
Solo in quella posa lei sarebbe vissuta per sempre...
Essere che desidera…
Mai essere che vuole e ottiene la propria vera libertà.
"Perdonate madame" – s'intromise André gelido, facendo per andarsene, compromettendo gli intenti di Madame Roma alla fine silenziosamente accordati a quelli del Conte di Fersen – "Debbo congedarmi anch'io".
Tre passi...
Madame Roma si parò davanti, che lui fu costretto a fermarsi, ritrovandosi quasi accanto a Oscar, così che lo sguardo per un istante si chiuse, per non rischiare di restare abbagliato dal respiro dell'altra e non rischiare di cadere davvero entro l'effige così intensamente lieve e bella, che lui la sua pelle la conosceva muta e conosceva lo scorrere del suo sangue nero nelle vene, l'incendio sensuale e morbido che conduceva alla resa dei sensi.
Dio...
L'aveva persa...
E l'aveva così vicino...
"Prego monsieur, non avrete in animo di lasciar sola la nostra ospite!?" – insinuò Roma preoccupata – "Io sarò di ritorno prestissimo ma mi dispiacerebbe se lei...".
"Non è necessario" – abbozzò Oscar, a metà tra la chiosa sprezzante - che anche lei intuì la crepa sul cuore, come stesse per frantumarsi in mille pezzi - e il desiderio che lui fosse lì, accanto a sé, ad impedire che il cuore davvero si ritrovasse a terra, distrutto, e lei incapace di chinarsi e raccoglierne i frammenti.
Intuiva lo strazio di André...
Intuiva la propria rabbia...
Forse non l'avrebbe rivisto mai più.
Non comprese...
Non ebbe modo di comprendere l'intento di Madame Roma...
Prolungare l'agonia, consentendo ai due amanti – che ormai erano tali - di dirsi addio?!
Ricongiungere i sensi, riannodare le sparse speranze e scovare un pertugio folle per continuare ad amarsi?!
"Prego monsieur...si tratterà che di pochi istanti!" – sentenziò Roma avviandosi verso la finestra che dava sull'interno dell'edificio, seguita da Fersen – "Se non rammento male, dovete conoscervi bene. Mi hanno raccontato la vostra storia. Davvero singolare oserei dire! Dunque...restate pure. Siete miei ospiti...".
Con sapiente interesse, Madame Roma ebbe l'accortezza di socchiudere un poco vetri e tende, così che nessuno avrebbe avuto attenzione per quell'angolo di rancore tiepido che andava via via spegnendosi verso l'agonia dell'assoluto distacco.
André tacque, i pugni chiusi, Oscar lì, a pochi passi da sé, seppur gli pareva che non fosse neppure lei ma chissà quale altra creatura immobile, statua di marmo, fatta di piume e vento, eppure era sempre lei, colei da cui lui era fuggito così tante volte che ormai non le rammentava più.
Gli parve che tremasse...
Timore o vergogna...
Rabbia o disprezzo...
D'istinto si sbottonò la giacca.
D'istinto l'allargò per andare a posarla sulle spalle nude, appena lambite dall'ignobile seta, incapace di scaldare la pelle, così distante dal ruvido panno che da sempre avvolgeva la figura.
"Non serve!" – sibilò l'altra sprezzante – "Sai che non mi aggradano queste smancerie!".
Che fece per scansarsi ma l'equilibrio si ritrovò minato dalla resa, incisa dalla sua stessa scelta di lasciarlo, così che essa aveva quasi perforato il cuore, come una sottile punta d'acciaio che adesso s'era ritratta e il sangue scorreva inesorabile, lasciandola via via progressivamente senza forze e senz'aria.
"Siediti!" – ordinò André – "Che hai? Non ti reggi in piedi!".
Forzò la presa del polso, che lei tentò di staccarsi, divincolarsi...
Inaudito osasse toccarla ancora...
Il proverbiale riguardo pareva come sale s'una ferita...
Quasi nauseante...
André si ritrovò anche lui quasi senza respiro.
Le era vicino, non poteva fare a meno di osservarla, scorrere ai lineamenti sensuali ma solidi, duri quasi, come se l'abito l'avesse resa ancora più bella ma al tempo stesso ancora più lontana dalla libertà di scegliere chi essere e dunque arresa ad altro che lei non voleva essere.
Si pentì del pensiero...
Le doveva la libertà di scegliere...
Si pentì d'immaginarsi di essere unico fulcro della sua vita.
Aveva desiderato stringere tra le dita il suo orgoglio...
Esso pulsava adesso, lì, sotto lo sguardo, carne e sangue, labbra e respiro...
Che fare se non ammirarlo?
Che fare se non lascialo libero di bastare a se stesso?
"Devo ringraziati" – esordì tentando d'ammansire il desiderio che incendiava le dita e i muscoli.
Oscar non rispose, le pareva di non riuscire a respirare.
D'un tratto, come instupidita e sorpresa lei stessa, s'immaginò di desiderare di alzarsi e andarsene, oppure che Victor la raggiungesse per spezzare quel contatto che marciva i sensi e di nuovo la defraudava della scelta che stava tentando di compiere.
"Poco fa" – ammise André – "Ho compreso che il Conte di Fersen non sa nulla dell'oro che hai veduto nella mia casa. Non l'hai detto a nessuno".
"Se pensi che abbia taciuto per farti il favore di salvarti la pelle ti sbagli!".
"Oh, non ne dubito, Sei sempre stata troppo leale per colpire un uomo alle spalle a questo modo…".
"La mia lealtà, pensi sia solo quella?! Argo ha eseguito i conteggi per conto di Monsieur Franklin".
"Giusto! E' per Argo. Se non è lealtà questa?! Ma ora, ciò che stai facendo qui, adesso, ecco se in qualche modo...".
L'altra sollevò lo sguardo, gli occhi ficcati addosso - "Avanti! Dimmi cosa pensi di ciò che sto facendo, qui, adesso?".
"Se stai cercando di dimostrare che sei libera di scegliere il tuo destino...se questa messinscena ha lo scopo di rimarcare chi sei e che puoi scegliere di allontanarmi da te...".
"Una messinscena? Dunque non avrei diritto di scegliere? Sono libera ma non fino a questo punto? E' solo questo che ti preme rinfacciarmi!?".
"Sai che puoi e potrai fare sempre ciò che vuoi!".
"Certo...la mia libertà serve a lavarti la coscienza! E La mia lealtà ti terrà al sicuro da qualsiasi vendetta!".
L'alterco s'inabissava entro un vortice di parole nulle, inutili, eppure quasi sulfuree e soffocanti.
"No, sei una persona libera. E sei una persona leale. Ma proprio queste tìimpediscono di accettare ciò che ho tentato di dirti!" – spiccò André per scuoterla, la sua bellezza sbattuta in faccia come uno schiaffo che doleva e instupidiva e soggiogava al tempo stesso – "Sul conte, su di me...".
L'amore...
Quello non è capace di scendere a compromessi...
"Credi sia così semplice? Potrei anche crederti, ma non cambierebbe ciò che ho scelto di fare!".
"Va bene...allora...se non è per ciò che ho detto...allora forse è per ciò che non ho fatto! Come potrei chiederti di lasciare la tua vita, il tuo mondo...".
"Non riguarderebbe te. E se così fosse, come potrei io chiederti di tornare ad essere chi eri prima?!" – sputò lei di rimando, la terra franava sotto i piedi e la voragine s'apriva.
Silenzio...
Un respiro fondo...
André strinse i pugni...
Quando era accaduto d'averla amata per l'ultima volta?
Dunque anche allora…
Lei aveva già deciso…
"Un servo?!" – il suono ferì l'orgoglio, incise la volontà - "Se è così, l'invito ai bambini perché io li accompagnassi qui, che cosa avrebbe significato? Mettere in scena questo ballo, abbigliarti come una donna che sceglie con chi danzare? Chi sei davvero? Lo fai per dimostrarmi che Victor Girodel è colui che non potrebbe mai deluderti, che ti porterebbe quel rispetto che meriti?! Davvero meschino! Oppure ora che hai veduto chi sono davvero…un ladro e un assassino…temi per te stessa? E fingi di temere per la mia sorte".
"Sei disgustoso!".
"Lo so!".
"Sei pazzo!".
"So anche questo!".
"Hai due figli? Non hai pensato a loro?".
"Continui a fingere di non comprendere. Argo e Victoire sono in buone mani. La loro matrigna li ha accolti per ciò che sono e non oserà mai rifiutarli".
"Che…stai…dicendo? La loro matrigna?".
"Certo! Parigi! Parigi non rinnega mai nessuno, che sia nobile o plebeo. Parigi saprà proteggerli, al contrario di questa corte di serpi e vigliacchi che per vivere quietamente è disposta a scendere a qualsiasi compromesso e a rinnegare la propria libertà".
Essere liberi…
Le parole quasi affogarono la voce, rovesciate addosso gelide, senza rabbia, come studiate bene per ferire. O forse feriva il suo distacco, feriva che lui pensasse ch'era stato usato solo per divertirsi e poi…
"Dunque, quando t'è accaduto d'aver deciso di tornare a rifugiarti entro questo covo di serpenti?".
Si alzò Oscar, punta nell'orgoglio, scoperta forse, ma meschina davvero non se l'era mai sentito dire da nessuno, eppure era ciò che sentiva di essere, era ciò che aveva fatto.
L'aveva amato e al tempo stesso lo rifiutava…
Lo sguardo sferzò senza arretrare...
Per un istante André scorse al volto, l'orgoglio maltrattato non accennava ad arrendersi.
Era bella...
La bellezza di chi non si arrende...
L'amava e l'amava a tal punto d'accettare di lasciarla chiusa in quella gabbia dalle sbarre dorate pur di saperla viva.
"Sei un insolente! Come puoi pensare...".
"Che dovrei pensare allora?".
Parole incandescenti, quasi ad alleggerirle la coscienza, inabissandola all'Inferno, così che lì, all'Inferno, lei si sarebbe ribellata a lui e al fango.
Così che sarebbe stato più semplice per lei disprezzarlo, e dunque più semplice osservare l'inutilità della reciproca sofferenza.
"Il tuo servo devoto è divenuto fonte d'eccessivo ingombro…".
Il volto avvampò delle fiamme dell'Inferno…
"E così hai deciso ch'era il caso di rammentargli il suo disgraziato rango!".
Le lacrime incandescenti…
André la guardò ma pareva non la guardasse.
Lo sguardo lontano, come risucchiato da un'altra storia, da un altro tempo, da un altro mondo che non era quello calpestato dagli stessi piedi e respirato entro la stessa aria che respiravano.
Silenzio...
I pugni stretti...
Lo sguardo velato accarezzò l'immagine lontana.
Il sentore di un fiore che piano piano si mostrava in tutta la sua superba bellezza.
E altrettanto lentamente moriva.
"Dannazione…" – un sussurro contro l'incedere di fango e menzogne, incredula della bravura di André nel calpestare l'onore, il bene, l'amore, il sesso, ridotti a meri orpelli di una vita che non avrebbe mai concesso nulla al caso.
Se ne avvide André…
Un sussulto di pietà incrinò il solido muro della vendetta, della mano che le aveva porto per poi spingerla giù nel baratro.
"Una rosa...una rosa è una rosa, che essa fiorisca bianca o rossa...".
Lo sguardo sgranato all'assurda chiosa...
Dio...
Che tu sia dannato...
Rimarcata...
Come coltello che affonda, come lama che ferisce...
Come respiro annullato...
"Una rosa, non sarà mai un lillà...".
L'oltraggio al limite, inaccettabile che lui si permettesse di dire chi lei fosse o chi non potesse essere nella sua vita, dopo ciò che era accaduto, dopo tutte le volte in cui era fuggito e dopo che lei glielo aveva detto che l'amava...
Lui lo sapeva, anche lui l'amava...
Ma l'amore non basta...
Se bastasse l'odio per uccidere...
Non poteva permettersi di dirle nulla...
Non più!
"Che significa!? Vorresti dire che una donna sarà sempre una donna...in ogni caso!?".
Dio...
Era così semplice?!
Nulla a che vedere con l'educazione, il sogno di suo padre, l'uniforme di panno o l'abito di seta...
Orpelli, scuse, fughe...
Eppure feriva che lei fosse giudicata una donna...
Come colei che non avrebbe mai potuto scegliere chi essere.
Oppure, proprio perché l'aveva fatto.
No...
Non era neppure quello...
Essere una donna non c'entrava nulla...
André la liberava dall'amore promesso, dal bene mai scalfitto.
Lei era libera…
La destra si sollevò repentina...
Il ceffone scorse veloce, che André non accennò a scansarsi, forse colto di sorpresa, forse poi non troppo sorpreso della reazione.
Il colpo incassato...
Che la furia risalì come lava incendiata dal silenzioso magma.
Il silenzio di chi ripiomba la risposta negli occhi dell'avversario, che l'altro sa già le risposte...
Era riuscita a recuperare una seggioletta non troppo pesante.
L'aveva trascinata fin lì, fin dove aveva visto dirigersi suo padre, quando lui l'aveva spedita a cercare Argo, ma poi no, Victoire non l'aveva trovato e aveva avuto paura di perdersi, così era tornata indietro e l'aveva visto uscire sul balcone, suo padre, e aveva fatto per andare anche lei sul balcone ma poi aveva veduto arrivare una donna, l'abito sobrio di seta scintillante, e assieme a lei c'era quella persona che lei aveva creduto essere un maschio ma invece no, quella le aveva detto che non lo era, che era una donna, come lo sarebbe diventata lei.
Victoire Jenevieux rammentava che l'altra aveva detto di chiamarsi Oscar, che lei sapeva bene essere un nome che si dà ai maschi.
Ma lei, Oscar, era una donna, ed era stata gentile. Le aveva detto di averla conosciuta quando maman Amelie era ancora viva.
Victoire le aveva viste uscire sul balcone.
E poi, la donna più anziana era rientrata e se n'era andata assieme a un uomo nobile, che s'era compreso dall'abito di seta, ingentilito da ricami dorati.
Victoire aveva ammesso dunque che suo padre era là fuori, e assieme a lui doveva esserci anche quella donna così bella, che si chiamava Oscar e che era stata gentile con lei.
Victoire Jenevieux aveva immaginato, senza sapere perché, che suo padre avrebbe desiderato restare lì, vicino a lei, a quella donna che adesso pareva vestita come una di quelle figure che aveva scorto nei libri che suo padre le aveva donato.
Vesti bianche e avvolgenti a disegnare figure divine e senza tempo...
Capelli intrecciati di alloro e mirto...
Quella donna era stata gentile e lei, Victoire Jenevieux, per una strana e sconosciuta ragione, glielo doveva di concedere loro di parlare, o solo di restare in silenzio, soli.
Anzi, visto che quella peste di Argo era introvabile, lei stessa si sarebbe messa lì, a far la guardia allo strano angolo di aria che sapeva di stagione ormai morta e di nostalgia di un amore che moriva con essa.
Victoire Jenevieux sistemò l'abitino, allargandolo per bene, lisciando la stoffa, intuendone gli sbalzi filigranati dei ricami sotto le dita, lasciando i lembi ricadere giù dai lati della seggiola dove si era seduta, come fosse una specie di gendarme, i boccoletti a incorniciare il viso magro, i grandi occhi verde primavera immobili a osservare il buio delle stanze attorno e il silenzio alle spalle.
D'istinto, le mani afferrarono e strinsero la stoffa della giacca dell'altro, per averlo sulla faccia, chiedere il senso dell'assurdo affondo, lei che non sapeva più chi essere e che avrebbe voluto essere tutto tranne che non sapere chi essere.
Ma in fondo lo sapeva chi era...
Lei lo sapeva chi era, e André era lì a rammentarglielo...
I pugni erano lì, a tenere stretti i lembi della giacca...
Che, incassato il colpo in faccia, le mani forti si sollevarono ad afferrare i polsi, non per staccarli da sé ma per costringerli a restare lì, su di sé.
Le mani strinsero i polsi, ancora e ancora, rammentando lo squarcio di mare immenso, il profumo della pelle nell'istante della resa...
La bocca...
La sua bocca...
Sei un pazzo...
L'hai perduta...
Il bacio d'addio...
Disperazione e follia...
Voglio che tu dimentichi ciò che è stato! Ammetterai che tutto ti precipiterà nel baratro del disonore più nero…
Ebbene è tutto ciò che hai da dire? Mi avresti usato dunque? Avresti preso ciò che volevi…sai che non è così, sai che io…io ero con te…
Ebbene non parlare in questo modo...
Certo...non vorrei...ma sei tu che discuti come se tutto ciò che è accaduto fosse ignobile!
E' folle ciò che dici! Non lo è...ma...ti chiedo di dimenticare! Rammenta solo ciò che ho fatto io…ciò che è ignobile...dimentica ciò che sei stata tu!
Dovrei rammentare solo ciò che hai tenuto per te. E non ciò che sono stata io!? Non posso…
Una donna come te…non accetterebbe mai di sposarsi per via d'un gesto ignobile che l'avesse offesa…
Stai vaneggiando! Non mi sono mai piegata ad alcun gesto ignobile! E non sono certo una donna che userebbe un matrimonio per porvi rimedio...
E non accetterebbe mai di sposarsi se non per amore…
E' ciò che sento…
Il tuo amore muterebbe nella tua dannazione…allora dimentica ciò che è stato…
Chi sei…chi sei per dirmi ciò che devo fare? Chi sei per giudicare ciò che sento? Credi che ciò che è accaduto debba essere considerato ignobile e tu non abbastanza nobile per porvi rimedio!? Che discorsi...
Ecco...dunque...io non sono nessuno! E' questo che voglio che tu comprenda…
Impossibile dimenticare...
Impossibile cedere...
Sì, ora l'amore era divenuto dannazione.
Oscar l'aveva imparato finalmente.
"Lasciami...André!".
Inaudito osasse toccarla, stringerla, tenerla lì...
Ancora e ancora...
Inaudito l'essersi accusati di perseverare nel diabolico gioco.
L'ultimo bacio d'insana follia…
I passi pesanti rimbombarono fino a far tremare il cuore.
Erano risaliti velocemente dai pochi gradini che portavano dalla sala sottostante - ove la danza degli ospiti s'ingentiliva al suono del minuetto, imponendo volteggi e riverenze - al piano superiore, ove gli occhi corsero alla porta finestra, così come alla mocciosa seduta avanti a quella.
Victoire Jenevieux pareva una bambola adesso.
Sistemata a dovere sulla seggiola, le giunture sapientemente piegate a mantenere una posa cortese ed educata, le manine giunte una nell'altra, in grembo, la schiena dritta, gli occhi spalancati.
In attesa...
Un respiro fondo...
Victoire Jenevieux riconobbe la statura di Victor Girodel - perché adesso lo sapeva che lui si chiamava così e che lui aveva il suo stesso nome seppur declinato al maschile - che avanzava, gli occhi parimenti sgranati, inseguito a poca distanza dalla stessa donna più anziana che poco prima aveva condotto sul balcone Oscar, la donna ch'era stata gentile con lei.
Madame Roma raggiunse l'ufficiale appena in tempo, prima che quello sbucasse dal cono d'ombra degli scalini.
"Aspettate!".
"Madame, non so a che gioco state giocando, ma davvero inizio a dubitare della vostra intelligenza. La mia docilità e la mia fiducia iniziano a vacillare. Mi avete detto di attendere...che lei aveva necessità di respirare un poco d'aria, che non potevo andare con lei e poi mi raccontate che sarebbe alle prese con quell'uomo!?".
"Victor...non capite! Rammentate le vostre parole...voi non amate quella donna...come potreste pensare di competere con qualcuno che invece la ama?!".
"Un uomo che ha infangato il suo onore e che rischia di distruggere la sua vita!? Parlate di quell'uomo!? Che razza di amore sarebbe il suo? Lei e lì con lui...".
"Ebbene...dovrà essere lei a rifiutarlo adesso!" – rimarcò Roma forte della sorprendente geometria orchestrata – "Solo così...solo rifiutandolo lei stessa, lei non potrà più mutare sentimento e cesserà di rincorrerlo e attenderlo! Il suo orgoglio non le permetterà di lasciarsi trafiggere il cuore ancora una volta!".
"State vaneggiando!".
Dubito che una donna come Oscar François de Jarjayes potrebbe mai ritrovarsi con il cuore spezzato!
Semmai potrebbe giungere alla certezza di non avere necessità di qualcuno che giunga a spezzarglielo o meglio ancora alla decisione di scegliere una persona che mai glielo spezzerà. E ciò accadrà proprio perchè lei non l'ama!
"Sarà lei stessa a recidere quel legame! Solo così avrete la possibilità di tenderle la mano e offrirle quel rispetto che vi sta tanto a cuore e che lei merita. Oscar François de Jarjayes non è una donna da amare!".
"Che...assurdità!" – sputò Girodel sprezzante, che quello aveva cominciato a perdere il senno sul filo di lama che divideva amore e rispetto, bene e disperato desiderio – "E' troppo rischioso! Quell'uomo...l'ha presa in giro per troppo tempo...l'ha perseguitata...Oscar...gli vuole bene...".
"E sia! Non si può impedire all'amore di fluire...ma si può ammaestrare l'amore a riconoscere i luoghi entro cui potrà scorrere senza timore!".
Se questa natura volgesse il suo sguardo altrove…
Se la natura recuperasse il suo incedere selvaggio, ribellandosi all'imposizione dell'uomo...
"Sciocchezze...".
"Credetemi, monsieur, non sono sciocchezze! Vedrete...".
Che Madame Roma scorse al braccio dell'altro...
La mano appoggiata sopra...
Victoire Jenevieux s'impietrì, come un passerotto implume precipitato giù dal nido, incapace di nascondersi, spiccare il volo, scivolare via, e allora tutto ciò che può fare per rendersi invisibile è smettere di respirare così da passare inosservato, come fosse senza vita.
"Fidatevi monsieur!" – sussurrò a voce bassa Madame Roma.
Monsieur Victor Girodel non era ammesso sul palcoscenico ove si consumava la resa dei conti.
I protagonisti erano soli, a recitare il ruolo, a rovesciarsi addosso il rancore e scavare nel cuore l'incisione capace di recidere il sentimento che li legava.
Lo dovevano comprendere da sé che amarsi avrebbe portato alla morte...
Dell'uno o dell'altra...
Ogni interferenza era inutile, inopportuna, deleteria allo scopo.
Madame Roma voleva la sua vendetta. Distruggere il sogno dell'uomo che aveva amato, così come quello aveva distrutto la sua vita.
"Io sarò al vostro fianco!" – ammise Roma – "Farò di tutto per aiutarvi! Se sarà necessario...".
Farò di tutto per aiutarvi!
Farò di tutto per aiutarvi!
Farò di tutto per aiutarvi
Victoire Jenevieux udì le parole.
Non è che alla lunga ne avesse compreso il senso, se non che scorse alle due figure contrapposte che parevano lottare tra loro, seppur per una sorta di intento che, al contrario, pareva comune.
Victor Girodel corse alla finestra socchiusa.
Lo scatto dello sguardo cadde sulla bamboletta seduta sulla seggiola.
Sussultò, la riconobbe.
Che anche la mocciosa intuì d'essere stata scorta.
Il moto di sospensione incise il battito del cuore, che lei sperava che l'altro si avvicinasse e le parlasse, perché era ormai certa, seppur della chiara e limpida incoscienza dei bambini, che quello sapesse bene chi era lei, così come lei sapeva chi fosse l'altro.
Il moto di rabbia, di contro, si sollevò repentino nella gola dell'ufficiale, alla vista di Victoire Jenevieux che lo guardava.
Più lo sguardo della bambina pareva via via rifuggire dal timore e sciogliersi in una sorta di sorriso contenuto di speranza, più la stizza spezzava l'espressione di Girodel, come se quello si fosse ritrovato scoperto e dunque stesse lì a rimuginare sul miglior modo di abbindolare quella che all'apparenza era un'avversaria, anche se di poco conto e scarso intelletto.
Più erano scorsi i giorni e più Victor Girodel aveva ammesso di disprezzare quello ch'era stato solo un errore.
Una figlia che non era nulla e che, per quanto graziosa e ben educata, non aveva nessuna particolare attrattiva, né in fatto di intelligenza, né in fatto di perspicacia.
"Monsieur..." – esordì la bambina spezzando il silenzio, stringendosi le mani nelle mani...
Era sola Victoire Jenevieux...
Madame Roma s'accostò all'orecchio di Victor Girodel – "Pazientate! Ve lo chiedo, pazientate ancora un poco!" - che la donna corse via, giù, a orchestrare la battaglia secondo i suoi dettami morali.
Victor Girodel si zittì.
Victoire Jenevieux sorrise.
"Monsieur...voi siete mio padre?! Siete davvero mio padre?!".
La domanda squarciò il cervello...
La bambina pareva seria e innocente al tempo stesso.
Victor Girodel si morse il labbro.
Che senso avrebbe avuto mentire ancora?
Inutile illudere la mocciosa che lui fosse un padre amorevole che l'avrebbe accolta senza indugio nella sua vita.
"Se anche fosse..." - sibilò severo e freddo – "Mi pare che tu un padre ce l'abbia già!".
"Oh..." – Victoire Jenevieux sussultò, come se il manto di foglie sotto cui – passero implume – s'era rifugiata, fosse stato spazzato via da un'improvvisa folata di vento e lei fosse rimasta lì, scoperta e incredula, in balia di qualcuno che fino ad allora non aveva percepito come minaccioso ma che adesso dimostrava il severo potere di annientarla, gettandola via, anche se solo a mezzo di gelide parole.
Un passo...
Un altro passo...
Folle di rabbia...
Disperato per la resa...
Inebriato...
Sfiorò le labbra, la bocca si aprì a cogliere il respiro, a cogliere l'essenza di colei che anelava alla libertà...
Liberati da me...
Vivi...
Per te…
Solo per te…
"Quindi lo siete?" – incalzò Victoire candidamente, seppur intuiva le lacrime chiudere la gola – "Io non mi ricordo di voi".
"E non è necessario che tu lo faccia. Se anche fossi tuo padre, non vorrei che tu fossi mia figlia".
Il colpo schiantò la gola per davvero.
La stoffa del vestito stretta tra le dita...
Lo sguardo di Victoire non riuscì a scorgere più nulla, annebbiato dalle lacrime...
"E' inutile piangere. Il destino è stato parimenti generoso con te! Hai una famiglia, non credo avrei potuto fare di meglio" - affondò Victor Girodel – "Sai...non sarei stato un granché come padre...".
Silenzio...
Una spinta sgarbata...
Victor Girodel si ritrovò quasi gettato a terra.
Argo, comparso come furia nera, s'era avventato verso Victoire mentre quella stava lì, davvero come fosse divenuta una bambola di porcellana, spaccata in mille pezzi, senz'anima e senza ormai più alcuno scopo.
Rifiutata per l'ennesima volta...
L'esistenza rattrappita entro un grumo di vaghi ricordi...
Odore di lana cardata ad avvolgere il corpicino neonato...
Respiri fondi, singulti distorti...
Mele che rotolavano sul pavimento...
Profumo di arrosto e cipollette...
Tessuto di pezza, la bambola di Madame Royale...
Acqua marcia della Senna...
Acuto pungolo della saponetta di Marsiglia...
Gli scherni di Louis Antoine...
Il volto bello di colui che aveva compreso essere suo padre...
Le mille foglie dorate...
Le corse su e giù per le scale di quella stamberga altissima…
Le mani nella terra a piantare bulbi e gli occhi al cielo ai volteggi di Pur…
Argo afferrò la sorella per una mano, tirandosela dietro e l'altra obbedì, davvero senza volontà ormai, il senso di sé negato, annegato nell'assenza della propria origine.
I corpi si contrapposero, come sospinti l'uno contro l'altro.
Il bacio a fondere lacrime e rabbia, desiderio e muta rassegnazione.
Il bacio frustò la carne, inondando i muscoli, incendiando il sangue...
Il bacio…
Senza respiro…
Precipitata in fondo all'oceano…
La bocca rimase dischiusa…
La bocca si ritrovò a mordere piano le labbra, inabissate entro il tiepido sussulto dell'altro.
La bocca si scansò un poco, consapevole della resa, annientata dalla sconfitta.
La destra accarezzò la guancia.
Respirò piano André, sul viso di lei, lo sguardo vicinissimo, quasi a scorgere, nel buio dell'aria che via via andava raffreddandosi, il guizzo struggente dell'azzurro fondo, trasparente teca di ghiaccio a distorcere i respiri, voragine di cielo ove solo le nuvole osano tuffarsi.
Respirò piano André, in silenzio, tentando di rammentare quando mai lo sguardo di Oscar fosse stato così intenso e fondo e splendente, seppur velato da lacrime di rabbia.
"Dunque..." – la domanda uscì rassegnata, un sussurro che implose la coscienza – "Davvero vorresti che io tornassi ad essere chi ero prima?!"
Oscar non rispose.
Il senso della loro storia era tutto lì.
Lei sarebbe stata per sempre Oscar François de Jarjayes solo se rinchiusa entro la sua gabbia dorata.
E André Grandier non sarebbe mai tornato a essere l'uomo di un tempo.
André Grandier era libero…
Contro tutto.
Persino contro di lei…
Dentro quella stessa gabbia lui non sarebbe mai stato libero e per quanto lei lo amasse non l'avrebbe mai privato della libertà di amarla, lontano da sé, fuori da quelle stesse sbarre che imprigionavano lei.
Negò Oscar, negò mentre le lacrime tremavano oltre lo sguardo.
Il cielo si tinse di velate nuvole, la constatazione che mai tempo sarebbe esistito entro cui amarsi, liberi...
Non era la loro Storia...
Le braccia scivolarono lungo i fianchi...
André fece un passo indietro così che potè osservarla meglio.
Lo strappo dell'anima sferzò nella mente, come se loro si fossero ritrovati nudi e finalmente consapevoli della propria essenza, della propria vita.
Nessun compromesso...
Nessuna vittoria...
Nessuna sconfitta...
Non era la loro Storia.
Oscar scansò il viso, incapace di guardarlo.
Resta...
Avrebbe voluto chiederlo...
Sapeva che se gli avesse chiesto di restare lui sarebbe morto, perdendo per sempre la libertà.
E se lui fosse morto, sarebbe morta anche lei.
"Una rosa non potrà mai diventare un lillà" – disse piano André, nessun rimprovero nella voce, ma solo amara nostalgia di fronte alla reciproca essenza – "Oscar...sarà impossibile per te diventare qualcun altro...".
Che lei tremò, le gambe faticavano a reggere il peso delle parole...
Oscar François de Jarjayes era una rosa…
Rossa o bianca, sarebbe stata sempre una rosa.
Lo sarebbe stata per sempre…
E così...
Lei era una rosa...
"Per vent'anni sei stata l'unica che ho guadato e a cui ho pensato" – concluse André, un altro passo indietro – "Ti amo. No! Non ho potuto fare a meno di amarti. Più profondamente di chiunque altro. Sei la mia libertà"
Lui l'amava...
Non avrebbe mai potuto smettere di amarla, non avrebbe mai potuto essere altri che colui che l'amava.
Infernale condanna…
E l'aveva amata sempre e sempre l'avrebbe amata.
Le gambe cedettero...
Oscar s'appoggiò alla parete fredda del muro del balcone.
Scivolò giù, la giacca cadde dalle spalle, liberando il gelo, il respiro appannato dalle lacrime tiepide a infastidire il progressivo disgregarsi delle forze e dell'orgoglio distrutto.
Un Amore troppo grande...
Un Amore ineguagliabile...
L'Amore per la libertà…
Si ritrovò quasi a terra, sprofondata, il corpo imploso.
André non si mosse, non corse a sorreggerla.
Il duplice passo rimbombò entro lo spazio aperto del balcone vuoto.
André si avvicinò a raccogliere la propria giacca, poi scansandosi, lasciando il passo a colui che Oscar stessa aveva scelto di avere accanto, accettando così la sua decisione, che era un tradimento a lui, così che anche lui non avrebbe potuto fare altro che lasciarla e tradirla.
Victor Girodel d'impeto s'avventò sull'altra, chinandosi a comprendere che le fosse accaduto, perché si trovava a terra, lo sguardo sbarrato, il viso umido di lacrime, il corpo bello piegato dal gelo dell'abbandono, l'effige piegata dalla resa.
In fondo era ciò in cui aveva sperato.
Nessuna pietà per l'agonia dell'altra.
L'avrebbe colta e accolta quell'agonia, così che lei avrebbe riconosciuto eterna gratitudine all'amore che non era amore.
Oscar François de Jarjayes aveva finalmente compreso che fuori dalla gabbia dorata non sarebbe mai potuta sopravvivere e André Grandier mai avrebbe voluto che lei morisse, fuori da lì, lontano da quella che era stata la sua vita.
E lei...
Il duplice passo...
Le tempie chiuse scorsero ai passi che si allontanavano, mentre il cuore rimbombava in petto impazzito...
Victor le cinse la schiena, l'aiutò ad alzarsi...
La mano stretta nella mano, il viso sul viso...
Oscar si riebbe. Non era André colui che la stava guardando.
Era Victor, colui che non l'aveva mai tradita, pur ammettendo lei di non amarlo.
Girodel scostò un ricciolo confusamente sfuggito alla lieve acconciatura.
Le dita sfiorarono il viso, la pelle liscia, bianca, quasi trasparente, come se il distacco dall'uomo che era appena uscito dalla stanza, avesse indotto l'essenza dell'altra a ritrovarsi sola eppure...
Libera...
"Andiamo via" – disse piano Victor.
§§§
Resterai solo…mi dispiace…non avrai più accanto a te l'unica donna che ti amava e che ti avrebbe amato sempre…
E non potrai mai avere l'unica donna che ami e che amerai sempre…
Il buio inondava lo sguardo.
Victor scorse al respiro dell'altra, come sospeso. Gli parve che Oscar non stesse più respirando.
D'istinto la mano scivolò a cercare la mano.
Era fredda, rovesciata sul dorso, aperta, come inerme.
Un istante...
Il contatto s'impose e lui afferrò la mano, inanellando le dita, stringendole un poco, quasi col timore che forzando la presa, la mano gelata sarebbe andata in frantumi.
Silenzio...
Victor Girodel attese...
Attese che l'altra si scostasse, rifiutasse il gesto, il calore, la richiesta...
Silenzio...
Nulla accadde.
"Vorrei..." – nel buio la voce scorse lieve e ferma – "Vorrei che ci sposassimo...".
Silenzio...
Nessuna risposta...
Quasi nessun respiro...
Che Victor strinse un poco di più la mano dell'altra e la mano rimase lì e il cuore si ritrovò quasi incredulo, immaginando che anche la mano dell'altra si stringesse alla propria, come a cercare il calore, la presa di sofferente sostegno e al contempo concedere a sua volta un consenso che a parole non sarebbe mai stato pronunciato.
Silenzio...
Il cuore altrove…
La ragione progressivamente ammutolita dalla vicinanza…
Victor Girodel si voltò verso Oscar.
Nel buio intuì il cuore spezzato.
Voi giungerete a sorreggere il suo cuore spezzato?!
Gli parve sorprendente essere capace di ascoltare lo strazio di un amore irrealizzabile e al tempo stesso gli parve altrettanto sorprendente intuirsi capace di desiderare di accogliere quel cuore tra le sue mani.
La mente corse furtiva al volto della giovane indiana…
Gli aveva insegnato ad amare.
Che la mano sinistra corse al volto, la destra saldamente stretta alla sinistra di Oscar...
Nel buio il busto si torse, si sporse, si accostò, così che la bocca recuperò il respiro e colse il balzo silenzioso del cuore, le labbra morbide e buie, la pelle che sapeva di straziante liberazione dal desiderio di fuggire dalla gabbia dorata.
Oscar François de Jarjayes non era destinata a essere libera ma ad anelare ad esserlo, libera entro quella gabbia di sbarre evanescenti e fulgide che sarebbero rimaste saldamente integre a proteggere il suo culto, la sua integrità, la sua bellezza, il suo essere pura e unica.
"Mi sposerai?" – sussurrò Victor, accarezzando le labbra con le labbra.
Nessuna risposta...
La bocca si schiuse alla bocca, mentre il cuore implodeva alla resa del consenso.
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