Di burro, zucchero, vaniglia e cacao…
Le mani lo trattenevano…
I piedi appesantiti, incapaci di compiere un passo.
Il respiro tranciato e poi trattenuto, come allora…
Non era solo, come allora.
L'istante a scostare lo sguardo colmo della figura dell'altra e dell'uomo che aveva di fronte.
Le mani nelle mani…
La voce tentava di uscire ma non c'era verso di scandire il nome.
Il nome…
Il nome e basta!
Si ritrovava allora in bilico sulla stessa roccia a picco sul mare.
Senza sbalzo, senza salto, senza oceano.
Solo buio, sotto di sé, e lei laggiù attorniata dal giardino verde, ornato di anfore color terra di Siena e testa di Moro, spumeggianti di rose e peonie e ortensie quasi ad abbagliare la vista.
Il respiro s'interrompeva e si contraeva…
La mente combatteva rifiutando ciò che non sapeva più se fosse realtà oppure sogno.
In fondo il sogno non è altro che lo scrigno di ciò che si teme, di ciò di cui si ha paura sia accaduto o possa accadere.
Un altro passo…
In bilico…
Dietro a sé il respiro di sconosciuti avversari, ormai non più in carne e ossa ma evanescenti incubi, eppure spessi come acida pece soffocante.
Gli pareva che qualcuno lo volesse morto, ma poi no, lui morto non sarebbe servito a nulla.
Gli pareva di desiderare di vivere ma al tempo stesso di non averne più la forza.
Gli pareva che il colpo giungesse di nuovo, a tranciare il respiro, a impedirgli di gridare e chiamarla, e chiederglielo, implorandola, di non sposarsi.
Un altro passo e sarebbe volato giù dalla scarpata…
Un altro passo e l'avrebbe perduta per sempre.
Un altro colpo…
La voce del tutto annientata…
Le mani chiuse, le gambe serrate da una presa che, dapprima umana poi forse di una corda, impediva di fuggire e gridare…
Il corpo e i muscoli percossi generavano il progressivo disgregarsi delle forze…
La voce…
Le tempie battevano così forte ch'era impossibile riconoscere i suoni attorno…
Era buio…
Non riusciva a muoversi…
Il cuore impazzito…
Liberarsi dal legame…
Liberarsi dalle corde…
Gli pareva davvero che in realtà tutto ciò che voleva era liberarsi di lei, perché lei era quella corda, lei era la voce atona, lei era ciò che gli impediva di vivere.
Liberare se stesso, solo liberandosi di lei…
Si ritrovò immobile, il corpo che tentava di divincolarsi, stretto da mani invisibili, forse rimorsi come lacci della mente.
Gli occhi sbarrati a scrutare la stanza, mentre l'alba sfrontata di luce estiva biancheggiava dallo strato sgranato di tela grezza, ferendo l'anima, perché l'anima comprendeva il sorgere di un nuovo giorno, dunque il tempo continuava a scorrere, mentre quella - l'anima - era ancora là, prigioniera dell'istante scorto entro il fazzoletto di terra verde, le due figure ritte, vicine.
Era accaduto tutto troppo in fretta.
Una vita a dispiegare e combattere l'amore attraverso oceani e terre sconosciute, nicchie di pelle e sussurri di occhi, ma poi tutto s'era dunque consumato in una manciata di giorni.
Anzi, in un grappolo di ore incise nelle viscere.
La ferita non si rimarginava…
Gli parve di ricordare, ora che il tempo aveva concesso alla mente di ritrovarsi di fronte a tutta la propria insensatezza, viva e dolente, come una ferita sanguinante e ancora aperta, che lei, in un frammento di commozione, si fosse voltata, come l'avesse udito, seppure con gli occhi della mente, o forse solo la eco del proprio nome, risuonato nella testa, pronunciato a voce alta, l'avesse indotta a tacere, a trattenere in gola il consenso all'unione, come risucchiato entro una sorta di infernale girone da cui non avrebbe mai avuto pregio di ergersi ad uscire per divenire verità certa.
André si ritrovò seduto al bordo del letto.
Erano trascorse quasi tre settimane dal giorno in cui, come condotto da pura follia - che Amore è pura follia - era corso a cercarla per riprendersela, riportarsela addosso, come un mantello capace di custodire la sua stessa anima, costringendola a uscire davvero dalla gabbia dorata ove la loro storia e in fondo lui stesso l'avevano relegata.
Follia pura…
Oscar François de Jarjayes non si era mai lasciata convincere da nessuno.
Ogni passo che aveva compiuto era simbolo della sua libera e fiera bellezza.
Ogni passo che avesse compiuto…
Dunque anche accettare di sposarsi…
André tentò di respirare a fondo, sempre più chiuso e immobile, il cuore fermo, come prigioniero dell'immensa vergogna di sé, dell'immagine fissa eppure sfuggente dell'altra.
L'affaire du le collier de la reine era ormai una strana ferita che giorno dopo giorno imputridiva rendendo sempre più debole e stanco il gigantesco corpo del Regno di Francia.
La Comtesse Jeanne de la Motte, ritenuta colpevole, era stata condannata a essere marchiata come ladra, sulla pubblica piazza.
Sorprendente spettacolo, consumatosi quel ventuno di giugno, quando la condannata aveva preso a divincolarsi come una serpe, per sfuggire al marchio, ma ancor più sorprendente, era stato osservare come la gente, che di solito ci godeva a veder messo alla gogna il malcapitato reo, quella volta se ne fosse rimasta silente.
Pareva dunque che la contessa avesse ottenuto il suo scopo, sordo e muto, ossia suscitare compassione e commozione e ogni altro sentimento – forse non direttamente disceso proprio da lei bensì cresciuto nel fondo della pancia del gigantesco corpo e aggrovigliato in gola - tale da estrarre l'alone di rabbia e il rancoroso sdegno contro tutti quelli che la donna aveva sapientemente dipinto come i veri responsabili del furto e della truffa e dello scempio entro cui scivolava il popolo francese.
Rabbia e rancore divenivano via via reali e tangibili, incisi sulle facce degli spettatori dell'esecuzione, mentre Jeanne de la Motte si ergeva a simbolo di perenne vergogna per la famiglia reale e per tutti quelli che avevano il torto marcio di tenersi stretti nelle mani le ricchezze della Francia e affamare così tutti gli altri.
Jeanne de la Motte aveva provato a prendersi un pezzo di quelle ricchezze e per questo era stata ricacciata indietro, e non aveva importanza se Jeanne era una contessa, anche tra i nobili si distinguevano quelli che pativano la fame da quelli ch'erano ricoperti d'oro.
Insomma, a tal punto era divenuta odiata e ammirata, che qualcuno s'era preso il disturbo di aprirle le porte della prigione entro cui era stata rinchiusa, per consentirle di fuggire e andare a nascondersi chissà dove.
Qualcuno aveva detto ch'era stata la regina stessa, per tenere fede al muto patto. Jeanne de la Motte s'era presa una colpa non sua e la regina le rendeva la libertà - ma non l'innocenza - in cambio della prima.
Qualcuno aveva detto che non era possibile che la questione fosse andata così, perché Jeanne de la Motte, ovunque si fosse rifugiata, non si sarebbe mai trovata davvero al sicuro.
E che non c'era stato proprio nessun patto segreto da onorare, perché la contessa sarebbe rimasta spina nel fianco della famiglia reale, qualunque fosse stata la sua dannata sorte.
Le teste di Medusa erano ormai senza più remore e serpeggiavano ovunque, a Parigi e in Francia…
Una giovane donna che indossava l'uniforme per consentire alla regina di esaudire al suo desiderio di giocare con lei…
La chiosa vergognosa era diventata pane per le menti dei parigini e dei francesi, così che almeno tutti potevano sfamare la fame che divorava le viscere vuote, con succose calunnie, e vendicarsi col disprezzo che s'ingigantiva, giorno dopo giorno, contro la famiglia reale.
André Grandier si alzò, andando alla finestra.
Il salice giù dabbasso esibiva una chioma fitta di fogliame leggero e veride, libero allo spirare dell'aria statica del mattino.
Rammentò, massaggiandosi le tempie, ogni suo disgraziato passo.
Non si era dato per vinto.
Aveva tentato di forzare lo sbarramento…
Lo sguardo feroce, quasi divertito di Madame Roma…
Gli altri soldati, questa volta della Guardia Reale, piombati addosso, a ricacciarlo indietro, e il nome, il suo nome, gridato, sporcato dall'assurdo richiamo, colmo della propria stupidità d'essersi ritrovato sul baratro, così come d'aver cacciato anche lei sul ciglio di quel baratro.
L'ultimo brandello di memoria gli riportava il colpo contro la terra polverosa del selciato, proprio fuori dall'edificio.
Marcel Duval gli tendeva la mano per rialzarsi.
Un sorrisetto di compatimento…
Lui l'afferrava e poi la scansava via, conscio che forse l'unico idiota in tutta quella faccenda fosse solo lui, illuso che l'altra avesse deciso di sposarsi per disperazione, lo smacco d'essere stata rifiutata, la ripicca di ascoltarsi e volersi libera dal disamore che l'aveva soggiogata.
Un pensiero di libertà eruppe nello stomaco suscitando nausea.
Sarebbe stato peggio crederla prigioniera del suo ruolo, così che il matrimonio fosse stato deciso come unica via d'uscita, oppure a tal punto libera da scegliere di sposarsi con un uomo che l'avrebbe amata, a prescindere da tutto, e che l'avrebbe tenuta al sicuro!?
Victor Girodel aveva mostrato un volto severo, profondamente fiero.
Era nobile ma non s'era lasciato intimorire da lei, dall'amore che lei nutriva verso un altro uomo, così che forse, quell'amore aveva avuto capacità di dissolvere l'altro amore, inghiottirlo e farsene beffe.
Non un amore folle, bensì un amore vero, reale, tangibile, di gesti d'accettazione.
André Grandier si diede del vigliacco, osando e sperando d'immaginare che nella scelta di Oscar non vi fosse alcuna libertà, bensì il disperato intento di tacitare le teste di Medusa.
André Grandier si diede dell'idiota, perché quella libertà ora pesava come un macigno, perché lui sapeva che quando anche quelle teste avessero sputato tutto il veleno che avevano in corpo, lei non si sarebbe mai tirata indietro, lei avrebbe tenuto testa a tutto.
Dunque doveva esser stata una libera scelta.
Dunque Victor Girodel aveva avuto ragione di amarla al di sopra di tutto, chiunque lei fosse stata e persino se lei non l'avesse mai amato, l'altro.
Il terrore e il sollievo…
L'aveva rifiutata e lei se n'era fatta una ragione.
Lei era libera…
Libera come quella dannata bestia…
Ch'era sparita.
Di nuovo!
Anche quella!
Da quel giorno era ripassato davanti all'edificio svariate volte.
L'aveva osservato ormai disabitato, le porte sprangate, le finestre sigillate, i domestici scomparsi.
Argo di nuovo instupidito dalla rabbia, i pugni stretti.
Avrebbe dovuto legargli le zampe a quel dannato animale.
Ma no, non si può addomesticare la Natura.
Non oltre certi limiti.
I sentieri di un volo libero torneranno sempre a sporgersi dalle rupi del cielo…
Argo non aveva sentito ragioni e alla fine un pertugio tra l'edera velenosa gli aveva consentito di entrare nella corte dell'edificio, accanto a Saint Eustache, mentre le campane rintoccavano il mezzogiorno, e il sole feriva la vista vuota.
Victoire gli era andata dietro come al suo solito.
Quando ne erano usciti, la rivelazione era stata dirompente.
Non c'era più nessuno nella casa, anzi, era come se nessuno ci avesse mai davvero abitato, come se nessun matrimonio vi fosse mai stato celebrato.
Non c'era più nessuno e il falco era scomparso davvero.
Come creatura rieducata alla natura selvatica e nomade che in un istante riprende coscienza di sé, tornando a vagare nell'aere come un'anima vaga negli Inferi.
Senza pace, senza meta, senza scopo…
Come un'idiota aveva ripercorso i passi.
Doveva trovarla…
Lei…
Non il falco!
Prima s'era presentato presso la residenza dei Jarjayes.
Sua nonna l'aveva accolto con un sorriso mesto. Era felice per la decisione presa dalla sua bambina, ma contrariata per via delle atroci malelingue che forse avevano messo fretta a una scelta che ben poteva esser meglio ponderata.
André non se l'era sentito di dirlo apertamente, nanny.
Le parole erano rimbombate nella testa…
Lui era stato il primo a costringere Oscar alla resa. Perché biasimarla, se Oscar aveva compiuto la sua scelta?
E allora nanny aveva ammesso che forse era stato meglio così, meglio per tutti, che rassegnarsi alle volte è molto più saggio che rischiare di dannarsi l'anima e costringere altri a finire all'Inferno.
Gli occhi della mente continuavano a osservare sua nonna che asciugava lacrime di rabbia.
Si sentiva sola, ora che Oscar se n'era andata.
Dove?
Dai Girodel…
Victor Clement de Girodel era il figlio cadetto, poco o nulla gli sarebbe spettato degli averi di famiglia, destinati al fratello maggiore, che nel frattempo aveva preso moglie, assunto il titolo di conte, così come le redini delle terre e dei beni del casato.
La madre era lontana, mai era stata presente nella vita del secondogenito, il padre arruolato a far carriera, in aperta concorrenza con altri potentati dell'esercito, compreso il Generale Jarjayes.
Victor Clement de Girodel era sempre stato libero di fare ciò che avesse voluto.
Anche prendere in moglie una donna che aveva vestito l'uniforme fino a poco tempo prima, educata come un maschio, e da cui aveva ricevuto ordini, e che durante un importante processo a Parigi, era stata definita l'amante della regina.
Victor Clement de Girodel sarebbe stato così pazzo d'accettare in moglie una donna simile.
Victor Clement de Girodel forse non avrebbe goduto del cuore della persona che aveva sposato, ma avrebbe accolto la sua vita nelle mani e l'avrebbe custodita come il bene più prezioso.
Una sola sorprendente rivelazione…
Poi, nemmeno così sorprendente.
Moglie e marito erano partiti per un viaggio di qualche settimana, subito dopo il matrimonio, una sorta di vacanza beneaugurale o forse il tentativo di lasciar evaporare le dannate dicerie.
I pugni stretti…
La nefasta visione…
Che hai fatto?
Ma poi…
La Comtesse de la Motte era evasa, forse aiutata da qualcuno che aveva interessa a sfruttare la fantasiosa ricostruzione dei fatti di cui la donna si era dimostrata abile tessitrice.
E quella, dall'oscuro rifugio ove si era rintanata, aveva preso a tessere una sorta di trama scritta, copioni licenziosi e lordi, ove eran messe alla berlina, sulla pubblica piazza, tutte le peggiori oscurità che avvolgevano la famiglia reale e la nobiltà di Francia.
Che ne fosse venuta a conoscenza durante le sporadiche incursioni a Versailles o che qualcuno gliene avesse rivelato l'esistenza, o, alla fin fine, che quella avesse inventato tutto, finanche esibire lerce calunnie, ormai aveva poca importanza.
Il Colonnello Oscar François de Jarjayes era stato dunque richiamato a corte, ricevendo l'ordine di partecipare alla sua ricerca.
Proprio quell'ufficiale, la donna ch'era stata appellata davanti a tutti come l'amante della regina, una donna ch'era stata educata come un uomo, vestita alla pari per consentire alla sovrana di soddisfare chissà quali voglie di oscuro desiderio…
Chissà dove s'era andata a nascondere Jeanne de la Motte, forse davvero era riuscita a lasciare la Francia e a riparare in Inghilterra per ricongiungersi al marito già fuggito all'estero!?
Rosalie Lamorlière non ne sapeva nulla. Né dove fosse la sorella, né chi l'avesse aiutata.
Oscar poteva essere ovunque, alla testa di un drappello di soldati che avevano preso a setacciare le campagne attorno a Parigi, i monasteri, gli alberghi, le chiese…
Dunque il pensiero si era ficcato lì, ossia rintracciare Jeanne de la Motte, perché se avesse scoperto chi l'aveva aiutata a fuggire, forse avrebbe anche saputo dove si trovavano quelli che la stavano cercando.
Medusa e tutte le Gorgoni s'erano accomodate entro il salotto più chiacchierato di Parigi, Palais Royal, dove alloggiava, sdegnosamente scacciato dalla corte, il Duca d'Orleans, cugino del re, osteggiato dalla famiglia reale per via di certi ideali professati contro la monarchia o forse soltanto contro Re Luigi XVI, che in fondo la monarchia avrebbe fatto gola a chiunque si fosse ritrovato in testa una corona.
E Orleans non aveva mai smentito che una corona in testa gli sarebbe stata gradita.
Le trattative erano state serrate, pur di ottenere qualche informazione.
Bernard Chatelet era uno dei pochi giornalisti ammessi nella cerchia dei letterati che frequentavano il palazzo e che si vantavano di tessere la trama della nuova Francia, sotto l'ala protettrice del nuovo Mecenate.
Ma, di nuovo, non ne era uscito nulla.
Se non che la Francia stava sprofondando, un giorno dopo l'altro, nella miseria più nera, anche se lo se solo per alcuni, non per tutti.
Il prezzo del grano saliva e così quello della farina, chi poteva, nascondeva quel poco che possedeva in ogni anfratto della casa, così che nessun esattore avesse finito per lasciare sul lastrico tutta la famiglia.
Parigi andava via via riempiendosi di disperati che confidavano negli avanzi delle grasse tavole imbandite, nella carità di monaci e religiosi, nella cupidigia dei pochi ricchi che amavano comprarsi tutto, anche la pelle delle persone e il sesso e la virtù.
André Grandier osservò l'alba che montava da est, spandendo la sua luce sul profilo ancora scuro dei tetti.
Il cuore balzò in petto…
Oscar era lontana ormai. Forse in caccia di Jeanne de la Motte, forse caparbiamente intenta a dimenticare quella parte di sé, quel tempo di sé in cui lei aveva amato con tutta se stessa, e che lui le aveva strappato dalle mani, come si strappa il cuore ancora tiepido, ancora mobile, dal petto d'un cerbiatto trafitto a morte.
Le aveva imposto un sacrificio immenso, il sacrificio di amare, ma poi lui era stato il primo a ritrovarsi senza coraggio di amarla, vendendo se stesso in cambio di quell'ideale del bene per lei, come se Amore e Bene fossero fieri avversari.
Le aveva impedito di amarlo…
Dunque…
Dimenticare tutto…
Dimenticare lei…
Lo doveva a se stesso e soprattutto lo doveva a lei…
No…
Vorresti…
Amarla…
Oltre la vita che vi è stata concessa…
Oltre questo tempo e questa Storia…
Oltre i sogni…
E ancora oltre…
Dio…
Se…
Se potessi rivederla prima che la luce si spenga per sempre nel mio sguardo…
I pugni stretti…
§§§
"Ehi…dannazione…ma tu non hai mai nulla per cui essere felice?".
La voce un poco canzonatoria lo raggiunse, mentre lo sguardo basso osservava gli aloni vermiglio raccolti entro l'esiguo cerchio di vetro abbracciato dalle dita.
André non sollevò neppure la faccia, che tanto la voce gli era nota e siccome erano passate da un pezzo le dieci di sera, e la bettola era sul sentiero di marcia della ronda dei Soldati della Guardia, di certo quella doveva essere la voce del Luogotenente Alain Soisson, ch'era entrato per controllare certo ma anche per lasciarsi tentare da un buon bicchiere di vino, così da spezzare la notte, che evidentemente quel turno gli spettava.
Lo scostamento della sediaccia urtò i pensieri errabondi e liquidi, che però sì, André Grandier ammise che il compagno d'armi di un tempo non aveva poi tutti i torti.
"Senti…" – riprese Alain facendo cenno ai compari d'avvicinarsi, sempre gli stessi, che André a quel punto fu costretto a dare uno sguardo per comprendere se c'erano davvero tutti.
Sì, la compagnia era al completo, Marcel Duval, Dante Renard, Gustav Dumas, e altri forse meno intenzionati ad attaccare bottone ma ansiosi di posare la schiena s'una seggiola e farsi servire il vino da qualche damigella altrettanto ansiosa di ricavare una carezza e magari un paio di lire in mancia.
"Dovresti rassegnarti e fartene una ragione! Non so quante volte ti avevo detto di non lasciartela sfuggire".
"Dovrei rassegnarmi ma sei ancora qui a farmi la predica!? E poi…di chi stai parlando? Del mio falco?! Lei non è un animale che si può ammaestrare".
"Ohhh…" – il coro di costernazione misto a curiosa emozione si sollevò dagli altri interlocutori, che ammisero ch'era meglio stare zitti e lasciare che i due contendenti s'azzuffassero, almeno a suon di parole.
"Dante! Qui un bicchiere non basta!" – sussurrò Marcel tirando per la manica il compare – "Fatti portare una bottiglia! Anzi no! Due bottiglie!"
"Scherzi? Sei matto!? Il luogotenente là fuori. Ci mette ai ferri se tardiamo!".
"Un altro luogotenente ce l'hai qui davanti! Alain Soisson ci coprirà. E poi sta per piovere, mica potremmo rischiare d'ammalarci? Che poi domani ci tocca uscire mezzi moribondi".
"No, non ho detto questo" – ribatté Alain senza indietreggiare – "Sai bene che non sto parlando di quella gallina con le ali! Dico solo che ti ho dato del pazzo ben più di una volta…credevo fossi abbastanza sveglio. Insomma, ho cercato di fartelo capire di non lasciarla andare. Ma tu, testardo, non m'hai dato retta! E adesso te ne stai qui a crogiolarti nella tua dannazione?! Sembra quasi che tu tenga più alla tua dannazione che a quella donna! E' comodo annegare nel vino, quando tu stesso ti sei reso responsabile di ciò che è accaduto. Per quanto quella… sia una donna da ammirare più che da amare…ne convengo che alla fine abbia fatto la scelta più giusta. I nobili si sposano tra loro…e poi…come saresti riuscito a riabilitare il suo nome dopo quello che è accaduto al processo?".
"E dunque, da quando t'interessano nome e rango d'un nobile? Di una ch'è stata appellata l'amante della regina poi!? Da quando sei diventato così ligio alle leggi che regolano questo dannato paese? Mi sarei aspettato un simile discorso da suo padre, che è nobile, non certo da uno che professa l'ideale di uguaglianza tra nobili e plebei! E che sostiene che il rango e che il nome non valgono un accidente".
André s'ammutolì, incantonato dalle proprie parole, messo al muro lì dove voleva ficcarcelo il compare.
"Ecco! Bravo! L'hai detto!" – sputò Alain sporgendosi, a fiammeggiargli l'indice davanti al naso, che pareva si divertisse a girare il coltello nella ferita – "Il rango non può nulla contro il sentimento che lega due persone! Peccato che il primo a mettere in mezzo il rango sei stato proprio tu! La responsabilità è solo tua! Lei ha solo imboccato la strada che le hai tracciato tu stesso! E allora a me viene una gran rabbia nel vederti così prostrato, così affranto! Mi piacerebbe almeno sapere che è per via di ciò che hai fatto e non per via di ciò che hai perduto!".
"Come preferisci!" – rimbeccò André che ormai l'altro lo conosceva e sapeva bene dove sarebbe andato a parare – "Scegli ciò che più ti aggrada…vigliacco…idiota…".
Alain arretrò sospirando, gli occhi al cielo…
Era inutile contrapporsi a qualcuno che non aveva nessuna voglia di strapparsi di dosso le proprie colpe e che aveva fatto, e faceva di quelle colpe, una sorta di cinghia di cilicio, per dolersi del proprio destino.
"L'ho perduta" – sussurrò André Grandier – "Ma se adesso lei sarà al sicuro, in un luogo ove potrà continuare a essere chi è sempre stata…allora…non l'avrò perduta invano…".
"Sì, ma che idiozia ti vai raccontando!" – i pugni picchiati sulla tavola – "Fa' comodo pensare che lei è salva! Una donna salva! Una donna che non ama altri che te…che dannata salvezza potrà mai aver ottenuto?!".
"Che dannata salvezza?!" – che André si sollevò, spingendo via il bicchiere, disgustato dall'altro ma peggio ancora da se stesso – "Quindi che avrei dovuto fare? Tornare a servirla, starle appresso come un cane!? Diventarne il servo, l'amante plebeo?! Non comprendi che l'avrei gettata ancor più nel fango? Oppure…no…convincerla a vivere nella mia casa, una stamberga che sta in piedi solo perché altre case la tengono ritta? E dopo? Chi sarebbe diventata Oscar François de Jarjayes? Tu non sai chi è lei…tu non la conosci…se…".
"Se!" – che Alain, fu lui ad allungarsi di nuovo, stavolta afferrando l'altro per il bavero della giacca, a provocarlo, perché lui certe questioni le risolveva in un modo soltanto…
Se…
Se…
Se…
Sei!
Di bottiglie ne erano state portate almeno sei!
Tracannate in fretta, se n'erano andate a comporre una sorta di costruzione ondeggiante, giusto per divertirsi, per vedere chi per primo sarebbe stato così stolto da fale cadere.
I vetri insicuri traballarono, cozzando…
Uno o due bottiglie afferrate in fretta, le altre lasciate cadere…
Era quello che ci voleva…
Lo schianto…
Gl'improperi…
I rimproveri reciproci…
L'oste sul punto di sferzare tutti col manico della scopa…
Il manrovescio accompagnato dal rimbrotto…
Dante saggiò le nocche, schioccando le dita.
Marcel si slegò il fazzoletto dal collo.
Alain Soisson lo teneva per la giacca l'altro, André Grandier, ma quello non aveva nessuna intenzione di fare a pugni, non lì, non in quel momento.
"Se avessi combattuto per lei e l'avessi persa allora non avrei nulla da ridire" - sputò Alain – "Ma perdere qualcuno perché non si ha il coraggio di lottare e raccontarsi la storia che il bene è più importante dell'amore…sei un vigliacco!".
"Merito una lezione dunque!?" – lo sfidò l'altro – "Ebbene non intendo assecondarti!".
Che però tutt'intorno, gli animi s'erano già scaldati e due ceffoni seppur innocui erano volati, i corpi ondeggianti a schierarsi, anche se alla fine si era poi tutti della stessa specie, dello stesso rango, che quando si fa a pugni, il sangue che sgorga ha lo stesso colore per tutti.
Traballò anche il tavolo.
Alain Soisson si alzò in fretta, tirandosi dietro André che questa volta, aggirò il mobile per ritrovarsi a fronteggiare il compagno d'un tempo.
"Non ti conviene!" – sputato in faccia.
"Oh…questa sera sì invece!" – rimbeccò il soldato – "Ho voglia di menar le mani e la tua faccia e la tua vita da idiota mi paiono un'occasione da non perdere! Davvero invitanti!".
Le mani a scansarsi da dosso la presa dell'altro, Alain guizzò all'indietro, Dante e Marcel agganciarono André, così che quello si ritrovò il destro bloccato.
"Lasciatelo andare!" – sputò Alain.
Che i due si scansarono liberando il compare di un tempo…
I pugni chiusi, le braccia in guardia…
"Mi fai pena!" – sibilò Alain.
"E tu mi hai stancato!" – digrignò André…
I piedi scivolarono muti sul pavimento…
Alain attaccò per primo, il gancio sibilò a vuoto, scostando l'aria…
André si scansò girando intorno al tavolo, che attorno volavano sedie e tavoli…
Che altro modo ci sarebbe stato di camuffare l'idea del luogotenente di menare le mani e sfogare la rabbia, così da ricondurre il compare di un tempo a sfinirsi nel combattimento, così che privo di forze, si sarebbe ritrovato a soccombere dinnanzi alla propria idiozia, dinnanzi alla propria scelta e alla dannazione in cui aveva gettato se stesso e lei!?
"Sei un'idiota!" – replicò Alain.
"Vigliacco o idiota?" – ansimò André – "E non potrei essere chi voglio? Se pensi di smuovere la mia coscienza, so già qual è il tuo scopo…".
Il destro sfiorò la guancia, la velocità del pugno indusse un copioso schizzo di sangue…
La pelle attinta…
L'anima appesantita dai colpi…
La gentaglia della bettola aveva preso a ritirarsi, eccetto qualche ubriaco che voleva lavare l'onta d'essere stato interrotto nella personale discesa verso l'oblio del sonno indotto dall'ubriacatura…
Caos…
Incisioni di sprezzo…
Il vortice dei pensieri a poco a poco annullato dal tedio del dolore che attingeva via via il costato e i muscoli, mentre i corpi danzavano entro una geometria di scontro e resa.
"Non voglio farti cambiare idea!" – gridò un poco stremato Alain – "Voglio solo che tu sappia che ti disprezzo! Avevi tutto e l'hai gettato via!".
"Avevo tutto! Dici bene! E non sai quanto sia stato difficile lasciarlo andare!".
Aprire le mani…
Lasciarla andare…
Ascoltare solo il ricordo della pelle accarezzata…
Udire lo schianto del respiro addormentato nell'incavo della spalla, il solletico del contatto, nel trionfo umido del tepore del corpo…
Sprofondò André, attinto dall'ultimo colpo, un poco meno potente degli altri, che lo prese quasi in faccia…
Cadde giù alla fine, schiantandosi senza danno, per via dei compagni che l'afferravano, tenendoselo addosso.
Il dolore infranto contro i pugni…
L'accesa consistenza del sangue diluita dalle lacrime…
Scrosciare di piedi pestati a terra…
Sedie e tavoli rimessi in sesto…
Uniformi spolverate a levare di dosso il lercio della rissa…
Odore intenso di vino sparso a terra…
Incredulità e furia…
"Senti…" – sussurrò André stremato, mentre il cervello vagava nel vuoto dell'esistenza, la mano a pulirsi la bocca, l'astio del sangue a distorcere il sapore dell'aria riscaldata dalla rissa…
Rivederla…
Era fuggito da lei tante volte…
Rivederla…
Eresia pura…
Gli pareva che l'altro soldato si fosse mutato in demonio squamato e che in quell'assurdo scontro gli avesse rivelato la via per precipitare all'Inferno, là dove lui l'aveva cacciata…
André doveva strapparla dall'Ade…
Orfeo che s'inoltra nel nulla per riportare Euridice alla luce…
Ma se quel demone fosse stato davvero lui…
Sotto le sembianze di un angelo che l'avrebbe corrotta per sempre…
Il silenzio calò nella stanza sottosopra…
Il caos annientava…
Il tempo annientava…
I sogni annientavano…
"Come faccio…" – tossì André come instupidito dal guizzo della mente – "Ad arruolarmi nei Soldati della Guardia?!".
La proposta eruppe come scintilla nel buio della notte fredda d'inverno.
Tremore di muscoli, respiro spezzato…
"Quella donna…vorresti rivederla…" – continuò Alain, sputando a terra, saliva mista a sangue, passandosi la manica sulla bocca – "Ormai…è sposata!".
Come a dire…
Ti sei voltato troppe volte e nessun dio ti concederà mai di riaverla tra le braccia…
Lei è divenuta polvere ormai…
"A che ti servirebbe entrare nella Guardia Metropolitana?" Non mi pare che un nobile verrebbe mai a sporcarsi le mani e la carriera a comandare…noi!? A Parigi?!".
Che Alain si guardò attorno per contare a uno a uno, seppur solo con lo sguardo, la truppa lacera e scomposta e lercia, e quella ricambiò con un'occhiataccia altrettanto feroce.
Come a dire…
Non siamo poi così male!
Vedi di non tirar troppo la corda sennò, anche se sei luogotenente, quattro manrovesci te li prendi pure tu!
Il piede di Orfeo franò sulla ghiaia sdrucciolevole che conduceva alla discesa buia dell'anfratto infernale…
"E' la moglie di quell'uomo giusto?" – rimarcò Alain, quasi commosso dal pentimento d'aver sollecitato la disperazione dell'altro, che adesso c'era anche caso che l'altro l'avrebbe davvero commessa una pazzia, ossia andarsi a riprendere una donna che ormai aveva cucito addosso uno del legami più sacri al mondo.
Silenzio…
"Sei davvero pazzo! Che vorresti fare?" – contestò Alain – "Diventare davvero il suo amante? E il suo matrimonio? Bella idea! Riscattare il tuo orgoglio di uomo messo all'angolo? Competere con quella specie di damerino incipriato che quella s'è presa per marito, per portargliela via? Ammesso che quella solleverà ancora gli occhi su di te e metterà da parte il marito? Oh…ma sai che ti dico? Che quello te la lascerebbe persino portare a letto, pur di accontentarla e soddisfarla! Tutto pur di tenersela stretta!".
"Finiscila!" – ruggì André concentrato a seguire come un pazzo il filo sottile della pazzia…
Non la conosci…
Non potrei mai…
Non…
"E poi…chissà dove sarà a quest'ora?" – affondò Alain – "Non credo proprio che il marito le consentirà di continuare a giocare a fare il soldato! Non ci hai pensato vero, quando hai deciso che il bene per lei sarebbe stato più importante del tuo amore?! Quello non ci penserà due volte…è suo marito! Credi che non pretenderà che lei sia sua moglie!?".
Infastidiva adesso la voce di Alain Soisson…
Che André Grandier, come instupidito, affondò il piede nella mota rovente, così come nell'immaginario doveva raffigurarsi la discesa agli Inferi…
Sua moglie…
Victor Girodel amava Oscar François de Jarjayes…
L'amava al punto che l'avrebbe concessa al suo servo pur di godere di lei e della sua libera resa…
Ma non al punto da rinunciare ai suoi diritti di marito…
Il respiro venne meno…
Dannazione…
Lui l'aveva lasciata, lui aveva rinunciato a lei e lei aveva alzato la posta, proprio come nella dannata bettola a Brest.
E allora era lei ad averlo sfidato, in silenzio, ammantata di seta, suadente e libera come una fenice.
Lei l'aveva sfidato ad accoglierla così com'era sempre stata, bella, fiera, libera…
E lui…
La pazzia, forse una delle tante Gorgoni nate e cresciute all'ombra di quella dannata storia, si fece strada nella testa…
Rivederla…
Averla…
Sputò a terra André…
Come a raccogliere i pensieri in pezzi, taglienti come vetro acuminato, mentre ascoltava il desiderio risorgere, l'orgoglio fatto a brandelli, che un matrimonio non avrebbe mai distratto Oscar François de Jarjayes dal ruolo che le era stato cucito addosso fin dalla nascita…
Un matrimonio no, ma…
Il dovere d'essere moglie…
Il diritto di un marito a esser tale…
I pugni stretti…
La bocca dischiusa…
Il corpo dell'altra immaginato…
Violato da un amore estraneo…
Preso da un amore che non aveva avuto consenso…
Dio…
Per un istante André Grandier sperò davvero che Oscar François de Jarjayes si fosse innamorata di Victor Clement de Girodel e che lei avesse accettato di sposarlo perché lo amava.
Se fosse stato così…
Il suo consenso sarebbe stato pieno e…
Non lo sapeva…
Lui le aveva salvato la vita ma l'aveva condannata a restare in quella gabbia…
Viva ma prigioniera…
"Lei…" - balbettò instupidito dalla flebile speranza – "Lei è ancora al comando della Guardia Reale. Non ho sentito voci che la dessero reclusa in una bella casa a coltivare rose. Pare sia in cerca di quella Jeanne de la Motte!".
Rivederla…
Unico pensiero…
Unica parola…
A qualunque costo…
"E i tuoi figli?" – domandò Alain senza convinzione…
"Staranno bene. Ormai sono in grado di badare a se stessi. Sono benvoluti da tutti e Parigi saprà vegliare su di loro. E poi Victoire avrà bisogno di una donna accanto a sé e Rosalie sarà felice di accudirla. Io non potrei esserle di grande aiuto quando crescerà".
André, alle perdute, s'immaginò di chiedere a sua nonna di occuparsi dei mocciosi.
La famiglia Jarjayes non avrebbe mai negato di accudire Argo. Oscar aveva accolto il bambino di ritorno dall'America. I ragazzi avrebbero aiutato nanny e forse avrebbero anche potuto studiare.
Ma André Grandier era sempre stato solo un servo. Non aveva più alcun titolo per tornare nella casa dei Jarjayes e non avrebbe mai chiesto nulla a nessuno.
Non ne aveva necessità.
Aveva di che vivere e poi…
Oscar François de Jarjayes non viveva più là.
Oscar François de Jarjayes era la moglie di Victor Clement de Girodel adesso e dunque avrebbe abitato in un'altra casa, in un altro luogo.
Dove…
La pazzia pianificata con disperata lucidità.
Un respiro fondo…
"Dannazione Grandier!" – gridò Alain – "Sei davvero un idiota".
Il braccio allungato per allungare la mano…
Alain tirò a sé e André si sollevò da terra, barcollando, per via del vino, per via dei colpi…
L'equilibrio minato dall'Inferno che s'apriva sotto i piedi.
Rivederla…
A qualunque costo…
Rivederla…
Se…
Se l'avesse fatto avrebbe infranto il patto di odiarla, per amarla davvero, fino in fondo…
Fino alla morte.
Non c'era scampo…
§§§
I passi risuonarono lungo il corridoio, calpestio in pietra grezza, finestre ampie e aperte a lasciar scorrere l'aria estiva.
L'olezzo di Parigi era lontano, attutito dalla solennità del luogo…
La Grand Ècurie…
I passi condussero avanti alla porta designata, ove accedevano i giovani soldati da spedire al fronte spinti dalla fame oppure sospinti da qualche guaio combinato in giro per la Francia.
Non avveniva lì il reclutamento per i soldati della Guardia Reale.
Lì accedevano quelli che al più aspiravano a diventare Soldati della Guardia…
"Che cosa farai?" – chiese Alain un poco distratto a osservare il paesaggio che s'apriva fastidioso dalla finestra aperta, il sole ormai alto a intingere i caldi raggi entro le sbarre dorate dell'inferriata che racchiudeva la Cour Royal e la Cour du Marble subito dietro.
Versailles era un luogo quasi del tutto estraneo ai parigini.
Lontano, anche se distante solo qualche decina di miglia dalla città, perché tutto a Versailles appariva dedito ad altro che alla sopravvivenza quotidiana, votato al lusso, alla vita agiata, al divertimento, alla lotta per ottenere al più un posto privilegiato a Le Salle de l'Operà, a La Cour Chapel.
I disperati di Parigi annaspavano su pagliericci di fortuna, i nobili scivolavano entro lenzuola di lino candido e profumato…
I poveracci dimenticati da tutti ambivano al più a un tozzo di pane raffermo, farina di segatura da ingoiare con l'acqua della Senna, regno di topi e pesci morti…
I nobili sceglievano se e di cosa ingozzarsi, le membra flaccide, i sorrisi incipriati, i modi raffinati così da apparire eleganti a distinguersi dalla plebaglia…
Il re e la regina erano effigi lontane, amati dal popolo perch'era loro imposto d'amarli, che se qualcuno in passato aveva azzardato a contestare il potere divino ch'essi emanavano, che se qualcuno s'era azzardato a dimostrare che il sangue del re era uguale al sangue d'un qualsiasi plebeo, s'era saputo la fine spaventosa che aveva fatto.
Alain Soisson s'era offerto di accompagnare André Grandier all'ufficio reclutamento.
La domanda verteva su quale compagnia avrebbe scelto l'altro, quella ch'era di stanza a Versailles, addetta al controllo del perimetro della reggia, quello più esterno, una sorta di tessuto strappato in vari punti, trafitto da boschetti e foreste, col pregio d'essere violati da chiunque avesse avuto in animo di presentarsi al re, in persona, senza farsi annunciare come accadeva ai nobili.
Oppure l'altra, la Compagnia B, quella che presidiava le strade di Parigi, di giorno e di notte, laggiù, entro la miseria più nera, il freddo più sordo, nella disperazione del popolo, annegata nel vino e nelle braccia delle puttane della città.
André Grandier non rispose.
Attendeva il momento per entrare, eppure pareva essere lì per altro.
Alain Soisson tornò alla carica.
"Senti, tu qui c'eri già stato?" – lo chiese, diretto e implacabile, perché davvero, quando l'altro gli aveva chiesto di dirgli come fare per arruolarsi nella Guardia Metropolitana e Alain gliel'aveva detto, André Grandier era un poco trasfigurato, come se, dovendo giungere sin lì, a Versailles, l'uniforme e la baionetta che gli sarebbero stati assegnati, avrebbero avuto lo stesso nefasto calibro di massi allacciati al collo, sì da tirar giù il corpo a fondo.
"Sì" - ammise André un poco esausto – "Tanto tempo fa".
"E scommetto che quella era qui…me la immagino…".
"Io ero…" – non aveva senso girarci attorno – "Il suo attendente".
Mercoledì…mercoledì…giorno infausto della settimana!
Mercoledì…giorno di mercato! Di mercoledì si vendono polli a Les Halles…
E fiori a Quai de L'Horloge!
E di notte…
Si vende amore…mon ami…come tutte le notti…
Le Grande Commun…
Pars aedum regiarum officinis destinata…
Quasi venti minuti per percorrere il dedalo di corridoi e stanzette con camini, acquai, carrucole per il trasporto delle vivande, che per via dei dannati passaggi, giungevano sulle tavole quasi sempre fredde.
I passi s'erano appaiati, al via vai forsennato ma ordinato, ciascuno aveva il suo compito da svolgere, dall'ultimo servitore addetto a ripulire i piatti da schizzi e briciole prima d'esser serviti in tavola, agli addetti alla sistemazione di piumaggi e fiori, a decorazione delle pietanze che avrebbero suscitato lo stupore ed il plauso dei commensali…
"Che figlio di puttana!" – secco – "Dunque la conoscevi già! Sapevi chi era fin dai tempi di Brest. Hai lasciato la Francia per lei? Ma che razza di donna è? T'ha lasciato andare…".
"Te l'ho già detto Alain. Non sai di cosa stai palando. Abbi la decenza di ammetterlo e tacere".
"Dimmelo tu allora!? Io la mia opinione te l'ho già data. Ti ci vedo adesso! Io al tuo posto sarei furibondo! Tu l'amavi, te ne sei andato per lei. Adesso lo comprendo. E quella t'ha ripagato sposando un altro! T'ho già dato del pazzo, ma ammetto che se davvero quella ti avesse amato, almeno quanto l'ami tu, credo non avrebbe esitato a lasciare la sua vita e a seguirti persino all'Inferno. Immagino che la odierai!?".
André tentò di mantenersi muto, freddo, distante dalle fastidiose ma incombenti parole del compare.
La odiava?
Sì, avrebbe voluto…
L'avrebbe imposto a se stesso, pur di smettere di pensarci alla dannata scelta, pur di consolarsi almeno con l'effimera visione dell'odio verso di lei, che alla fine proprio lei gli aveva offerto il solo e dannato motivo per odiarla.
Troppo facile…
Una donna che decide di scegliere la propria vita…
Odiarla sarebbe troppo facile…
"Oppure era semplicemente spaventata" – Alain continuava a parlottare, imponendosi di colmare il muto silenzio dell'altro – "Sapeva di non amarti e non ha voluto illuderti ma nemmeno rischiare di compromettersi. Un conto è scoparsi un uomo nel segreto di Parigi. In fondo in quella dannata città, ognuno di noi ha la speranza d'essere uguale a tutti gli altri…un altro è portarsi appresso il suo servo qui, in questo luogo".
"Alain…alle volte penso che tu sia peggio di tutti i tuoi compari messi assieme. Parli di ciò che non sai, sputi sentenze, giudichi gli altri. Non è il luogo adatto questo, ma non ci metterò molto a trovarne uno per rifilarti il resto di quel che non t'ho dato l'altra sera!".
"Non ti scaldare! E poi se te la prendi tanto, significa che ho colto nel segno".
"Non me la prendo. Ma se davvero lei avesse scelto un altro uomo, ebbene, non potrei far altro che rassegnarmi. E l'odio non è esattamente rassegnazione!".
"Sei un'idiota! Che cosa vorresti…diventare come quei martiri che amano fino alla fine dei loro giorni?! Una specie di santo?!".
Negò André Grandier che Alain Soisson intuì avvicinarsi alcuni personaggi.
Ufficiali…
André sussultò, scostandosi dal cono visivo dell'uomo che avanzava.
Sottufficiali della Guardia Reale…
Li conosceva per nome, anche se non ci aveva mai parlato.
Lo sguardo basso…
L'udito a carpire le voci…
"Quella non si trova!" – sputò uno dei due mentre si toglieva i guanti e andava con la mano ad allargarsi un poco il colletto dell'uniforme. La calura estiva soffocava e infastidiva i pensieri.
"Quella è già in Inghilterra! Te lo dico io!" – replicò l'altro facendosi aria con un fazzoletto – "La Comtesse se n'è svignata, portandosi via le collier du la reine…".
"Ma credi che importi a qualcuno?".
"Se anche importasse a qualcuno, in fondo a noi non importa proprio un accidente di nulla. Vedrai ch'è andata proprio come dicono a Parigi. La regina ha avuto il suo bel processo e la sua bella condanna contro quella donna. Un colpevole dunque s'è trovato. E adesso, fanno finta di volerla trovare, quella truffatrice. Ma per me ormai è inutile farci correre in lungo e in largo per la Francia per cercarla. Per fortuna ci hanno fatto rientrare. E poi io non sono un soldato della Guardia Reale che se ne va per campi e monasteri a braccare una ladra! Il nostro posto è qui".
Le voci si persero sormontate dalla scia di vento caldo che scostava la polvere caduta da tempo sui dannati pensieri…
Il contingente ch'era stato comandato di trovare Jeanne de la Motte era rientrato.
Dunque sarebbe stato anche possibile che lei…
Oscar…
Il passo…
"Dove diavolo vai adesso?" – gridò Alain intuendo che i passi di André conducevano altrove, che prese a corrergli dietro, come un idiota - "Ma non s'era detto di lasciarla perdere quella?".
"Tornatene a Parigi Alain!" – replicò André allungando il passo, dirigendosi la reggia.
"No…diavolo! Voglio proprio vedere che farai? Non starai per caso andando a cercarla? Qui? E non penserai certo di trovarla? Qui?!".
"Sei fastidioso Alain Soisson! Te l'ho già detto. Se intendi seguirmi vedi almeno di tenere la bocca chiusa!".
I passi condussero a percorrere la straducola laterale che costeggiava la facciata del palazzo reale, che la reggia era davvero come quei setacci a maglia grossa, delizia dei fornai barattieri, che assieme alla farina, lasciavano passare anche la pula, così che quella, grossa e lurida, appesantiva il pane e riempiva la pancia del popolo a poco prezzo.
"Ma come pensi di entrare?".
"Entro dalla stessa porta dove entravo un tempo. Te l'ho detto, ero un attendente, mi occupavo dei cavalli, dei finimenti…".
"E allora? Stiamo andando nelle scuderie!?".
"No! Che fai tu idiota, quando non hai nulla da fare!?".
Correva quasi adesso André, avvedendosi da lontano di due guardie…
"Dormo, gioco a carte, mi annoio…" – abbozzò Alain con il fiato un po' grosso…
"E poi!?".
"Caz…Grandier…e poi…mando giù quel che capita con un bicchiere di vino!".
"Ecco…".
La sconosciuta strada prese a manifestarsi, non tanto sotto i piedi di Alain, che aveva sollevato lo sguardo andando all'edificio che s'apriva davanti agli occhi, quanto sotto il naso, perché adesso i passi conducevano ad attraversare un ampio spazio di ghiaia, asciutto e bianco, ornato di grandi vasi in terracotta, disposti secondo geometrie ben precise, che ospitavano alberelli carichi di fiori bianchi profumatissimi, e poi ancora oltre, a imboccare una porta che conduceva entro pareti squadrate di pietra e istoriate con quadretti di caccia e teste d'animali impagliate, per poi proseguire oltre, all'aperto e oltre e oltre ancora…
A inabissarsi su, per altre scale in legno, entro altri muri un poco sbrecciati, grigi di fumo, odorosi d'inconfondibili intingoli d'arrosto e selvaggina e poi ancora…
Burro fuso…
Zucchero caramellato…
Vaniglia lieve…
Cacao bizzarro…
Camerieri, mastri cuochi, aiutanti degli aiutanti, servette, sguattere…
Pareva tutto in disordine ma no, là regnava un ordine quasi più ferreo di quello che dirigeva i gesti del Colonnello della Guardia Reale.
Un tempo aveva conosciuto tutti, o quasi, che quando lei svolgeva il servizio di guardia, a lui era consentito girovagare per gli ambienti meno nobili della reggia ma particolarmente accoglienti.
Era il benvenuto ovunque, e gli era persin accaduto allora di ritrovarsi corteggiato da una qualche servetta o cameriera d'una qualche dama di compagnia.
Ci stava bene André in mezzo a scorte di carne affumicata, pollame spennato appeso a testa in giù, vasetti di miele ambrato oppure nero e tiepido come le notti di primavera senza luna.
Si godeva il riposo oppure le chiacchiere con i domestici intenti a farcire tacchini e lui a spiluccare il ripieno crudo dall'orlo bianco della ciotola.
L'ultima stanza in fondo al corridoio, una sorta di dispensa delegata a contenere vini pregiati, frutta, conserve e tutto quanto sarebbe stato necessario per abbellire le tavole dei commensali.
Un tripudio di piume e ricami misti a gelatine e porcellane…
Le orecchie si colmarono del suono mistico di spiedi sfrigolanti e pentolacce rimestate e sgocciolanti…
Il sentiero condusse lì…
I corridoi d'un tempo…
Gli odori di un tempo…
Grida di stupore…
Corse…
Mani unte a lisciare i grembiuli…
"C'è André! André è tornato!".
"André!".
I passi dei due uomini s'arrestarono.
Alain Soisson dovette darsi del pazzo…
Possibile che Orfeo pensasse davvero di ritrovare la sua Euridice in mezzo a cassette di mele, avvolte dal veleggiante piumaggio di grasse oche spennate?!
André Grandier invece fece ancora qualche passo fin a ritrovarsi attorniato da un nugolo di servette, cuoche, lavapiatti, cameriere, che gli corsero appresso, il nome ripetuto, lo stupore, il pianto, i piedi pestati a terra dalla gioia, i devoti e soffocati applausi di sorpresa.
Se non fosse stato davvero Orfeo, quello sarebbe parso più un fauno in mezzo alle ninfe, un damerino capace d'incantonare una donna nell'angolo fumoso di una cucina e tenerla lì, con una semplice carezza ai capelli stretti entro la cuffietta di servizio.
"Quando sei tornato?".
"Stai bene?".
Le mani a toccarlo, le dita castigate ad accarezzargli la faccia…
"Che hai fatto all'occhio…oh…poverino!".
Il coro spumeggiava giubilo e carezze…
Alain tossicchiò incredulo…
"Sto bene…e voi…ci siete tutte?" – chiese André sulle spine.
E quante dovrebbero essere, dannato bellimbusto!?
Se lo chiese Alain, un poco ingelosito dell'altro attorniato dalle servette, che però non parevano lì a fare la corte a un cicisbeo più gentile di altri, ma davvero era come avessero ritrovato un fratello maggiore o minore, a seconda dell'età, uno di loro, servo dei servi, uno che non s'era lodato e inorgoglito per via che aveva servito tutta la vita una famiglia nobile.
Oppure chissà…
Ci fosse stato Gustav lì, quello avrebbe pure abbozzato supposizioni ben più sagaci su quel che ci sarebbe stato da spartire con le garrule fanciulle.
"Si…ecco…" – un istante silenzioso – "Qualcuna di noi se n'è andata, sai…è passato tanto tempo! Ci ha fatto stare in pensiero. Nessuno sapeva dove fossi finito. Abbiamo sentito che sei andato in America, ma quando s'è saputo che la guerra era finita, non sei più tornato qui. Però ecco…" – si sommavano voci e commenti, modulati entro graziose e commosse cadenze di sollievo e ammirazione e un qual certo rimprovero - "Qualcuna di noi ti ha visto…poco tempo fa…alla…reggia…non sei passato a salutarci e allora abbiamo pensato ti fossi dimenticato di noi…".
Dannato Grandier…
Avevi tutto e hai buttato tutto alle ortiche!
Avresti potuto avere anche più di tutto…
Che tu sia dannato!
"Sentite…perdonate…".
"Chiedi pure André…" – d'istinto, come se quelle avessero intuito lo scarto della voce, il dubbio commosso, che quelle non sapevano nulla, seppur in verità si sapeva tutto e da parecchio.
André era sempre stato un servo fedele…
Era stato sempre fedele.
E basta!
"Alla reggia…" – abbozzò titubante…
Le servette s'ammutolirono, intuendo la recondita richiesta - "Vuoi sapere chi c'è alla reggia?".
"Io…".
Non certo se alla reggia c'erano il re e la regina, che quelli alla reggia c'erano sempre, e neppure se i boriosi ministri o il gran ciambellano di corte fossero saldamente seduti sui loro scranni.
Una minuscola fanciulla si fece avanti, André la riconobbe…
Thérèse…
Quando aveva messo piede per la prima volta a Versailles, all'inizio lo stupore era stato grande, poi, a poco a poco, allo stupore s'era sostituito lo smago per lo splendore freddo, lo spreco immondo, la noia colmata dal gioco d'azzardo, perdite vertiginose e scommesse che comprendevano terre, carrozze, dame da impalmare…
La vocetta di Thérèse, poco più che quella d'una bambina…
Lo invitava a entrare…
E i passi conducevano al chiarore tiepido e profumato di pane appena sfornato, mentre di fuori si susseguivano le comande per l'imminente cena.
La porta si chiudeva e tutto pareva spegnersi, accarezzato solo dagli schiocchi della legna un poco umida che ardeva nel camino e dal fumo liscio ch'evaporava fuori dalla pentola a sobbollire sopra.
Null'altro che acqua, per tenere caldo e abbastanza umido il luogo, sì che le gelatine non avessero finito per perdere la loro eterea lucentezza.
Là, giù, nel fondo delle cucine odorose di spezie ed intingoli e arrosti, André si toglieva la giacca e restava in silenzio.
Il ceppo buttato nel fuoco del camino schioccava le sue tiepide scintille bianche e fredde…
La sciarpa annodata al collo slacciata, i lacci della camicia allargati…
Il corpo stiracchiato e sistemato davanti allo stesso camino di sempre, per levarsi dalle ossa l'umidità delle giornate di pioggia mista a sole, che la terra un momento era fredda e fangosa e poi, subito dopo, arsa dalle ore più calde, quasi bollente e crepata d'aride spaccature.
Il cuore freddo e fangoso un giorno, bollente e crepato nell'altro…
Si era sentito spesso a quel modo…
Come quella sera, ad immaginarsi la sua Oscar, il passo lieve e fermo, mentre avanzava e gli occhi dei cortigiani e dei dignitari e dei ministri posarsi su di lei, come falene attirate dalla luce della sua figura dignitosa e chiara e algida, di contro agli idioti commenti che fino a quel momento dovevano aver sibilato, di bocca in bocca, esaltando come novello Don Giovanni di Svezia, il personaggio che forse se ne stava in disparte solo per rimarcare lo sprezzo verso altri che non fossero stati alla sua altezza o pari alla sua bellezza…
La sinfonia dei violini, il cadenzato ritmare del minuetto...
Note lievi e suadenti. Lisce…
Quella sera lei aveva scelto di concedersi a una donna, la più importante di Francia…
E André, dannato, l'aveva spinta a farlo.
Tutto, pur che lei restasse sua, nel cuore e nella pelle.
Chissà se la Comtesse de la Motte l'aveva mai veduta, Osca François de Jarjayes, danzare con Sua Maestà la Regina di Francia?
In quel mondo dorato che via via s'andava a ricoprire di fango e di miseria umana, quella di chi cerca ogni sistema di sopravvivere, restare a galla…
Nel rimestare di stoviglie, lo schiocco del chiavistello della porta chiusa a chiave, il frusciare di vesti morbide ammantate del sentore un poco aspro degl'intingoli ch'erano stati messi a sobbollire dal pomeriggio…
Mani morbide che si permettevano di scostare il ricciolo che copriva l'orecchio, per sistemarlo dietro.
Il profilo fermo, un poco rigido, gli occhi a osservare il fuoco e poi scorgere l'altra…
Thérèse…
Occhi giovani e grandi, famelici d'affetto…
Thérèse…
Braccia desiderose d'abbracciare e il corpo d'essere colmato d'un abbraccio…
Aveva abbandonato anche Thérèse…
Non era più tornato da lei, a sedersi davanti a quel fuoco, e lei lì, seduta ai suoi piedi, a osservare lo stesso fuoco, le mani ferme e conserte, mentre di fuori, le altre servette s'immaginavano quel fiore colto da un giovane gentile, e c'era un poco di invidia certo, ma André era sempre stato gentile…
Ma poi, quando André era scomparso, Thérèse aveva raccontato del fuoco e del silenzio e dello sguardo di André, pagliuzze d'oro e ulivo danzanti come estasiate dal solo pensiero di un'unica donna.
Sorrise la giovane Thérèse, ormai cresciuta.
Un inchino…
"Ci sono molti ufficiali…" – esordì lieve, come se non si fossero mai lasciati lei e André, come se lui e quell'affetto muto, fatto di sola vicinanza di corpi, a fare da scudo alla fatica delle giornate, a rendere vera un'esistenza altrimenti invisibile a tutti, fossero rimasti lì, piantati nel cuore, germoglio in attesa del ritorno del sole, del ricongiungimento delle coscienze.
André la interrogò con gli occhi ma l'altra negò.
"Sappiamo che ci sono nobili dell'esercito. Pare stiano discutendo di quella donna che si è portata via la collana della regina…".
Anche qui!
Ormai Alain Soisson non sentiva parlar d'altro, in giro per Parigi e quasi per tutta la Francia…
"Ci hanno detto di preparare per il desinare…ma chi siano…" – commentò la giovane un poco dispiaciuta, che a lei non era consentito, accostarsi agli ospiti – "Non lo sappiamo di preciso!".
"Si potrebbe chiedere…" – propose un'altra – "Abbiamo appena sfornate tre belle crostate da servire…sono ancora calde ma tra poco saranno da consegnare ai maggiordomi…".
Un passo indietro…
Alain sussultò alla vista dell'altro che pareva colto da insana pazzia.
"Caz…fai?".
André prese a sbottonarsi la giacca, sfilando le maniche…
"Corro!" – trillò una servetta, intuendo il senso dei gesti.
"Ma che diavolo vuoi fare?" – sbottò Alain che poi comprese, mentre il nugolo di cameriere e lavapiatti s'era disperso come uno stormo di fringuelli spaventati dal colpo d'una baionetta.
Una tornò con una giacca da maggiordomo, la taglia sorprendentemente adatta a quella del giovane attendente d'un tempo, l'altra con una spazzola, un'altra ancora con una fusciacca linda e stirata…
E poi la cravatta malva…
"Ma tu guarda…" – sputò Alain, strabuzzando gli occhi, mentre una fanciulla lo squadrava come a prendergli le misure – "Non t'azzardare! Conciato come un pavone in gabbia non mi ci vedo proprio!".
La vestizione compose l'effige di uno dei tanti maggiordomi ammessi ad accedere alle sale nobili della reggia, compostamente muti a servire pietanze, assistere commensali, porgere piatti e zuppiere, affettare arrosti, condire con salse agrodolci, tutti impegnati, assieme a segretari e dignitari di corte, a omaggiare la famiglia reale, ruotando come pianeti attorno a Sua Maestà Re Luigi XVI, e così pure a lisciare i pianetini e gli asteroidi e le piccole lune o i satelliti che danzavano attorno ai primi.
"Vai al diavolo!" – sputò Alain, giusto il tempo d'afferrare l'altro per la giacca e tirarlo un istante indietro, sistemargli alla ben e meglio la dannata cravatta al collo, spiluccargli un lembo di crostata e augurargli d'essere riconosciuto all'istante e così buttato fuori a calci.
Lo vide scomparire entro il corridoio scuro, immaginando che se André Grandier era già stato in quel luogo, di certo qualcuno l'avrebbe adocchiato e di certo gli avrebbe chiesto conto del fatto che fosse lì.
Lei…
Oppure il damerino incipriato…
O chissà, forse persino quell'altro, quello che squadrava il mondo fingendo di non sapere d'essere l'amante della regina…
Orfeo senza cetra, ma con un vassoio di profumata frolla fra le mani…
Chissà se Ade si sarebbe lasciato corrompere?
Chissà se il bellimbusto incipriato avrebbe davvero avuto il coraggio di lasciarsi soffiare da sotto il naso la donna che si era appena sposata con l'uomo che più al mondo la rispettava, per rifuggire dall'uomo che un tempo le aveva rubato il cuore e il sesso e…
André Grandier aveva una disperata inclinazione a farsi umiliare.
Che diavolo avrebbe mai potuto dire trovandosi di fronte a quella donna dopo che lui l'aveva rifiutata più e più volte?
Lei gli aveva preferito un altro…
André se l'era meritato eppure…
Si ritrovò gli occhi della servetta addosso, che le altre s'erano affrettate a tornare alle loro faccende.
Thérèse sorrise, lo sguardo azzurro e limpido, che Alain alto quasi il doppio dell'altra, si sentì un poco idiota e le gambe per un istante si ritrovarono come affaticate dalla corsa, come se il sorriso lieve di una sconosciuta avesse davvero il potere di smuovere quella parte di sé che lui stesso aveva sempre tenuto nascosta al mondo, il sussulto del cuore, la contrazione del pensiero.
Non s'era mai potuto permettere d'illudersi, di sperare, che dentro Parigi non si doveva abbassare la guardia, perché le dita affusolate delle dame erano abili a sfilare portafogli e denaro, mentre le labbra baciavano sensualmente il collo fino a far perdere la ragione.
Ecco allora che gli occhi dell'altra regalavano speranza.
"Lo conosci da molto tempo?" – chiese Alain un poco sulle spine.
"Beh…sì e no…".
L'alone nocciola dello sguardo s'assottigliò scurendosi alla risposta un poco incomprensibile.
"Quando sono arrivata a Versailles non conoscevo nessuno. Mi facevano lavorare parecchio e una sera ero così stanca che mi sono ritrovata a terra, non riuscivo ad alzarmi. Mi avevano ordinato di tornare subito alle mie faccende ma non ce la facevo. Ero lì, attendevo il colpo del mestolo, sulla schiena, invece, un giovane gentile mi ha dato la sua mano per rialzarmi…non so cosa volesse…".
Quello che vogliono tutti…
Lo pensò Alain, solo che André non era come tutti, anche se lui avrebbe voluto che lo fosse, per sentirsi meno idiota di fronte all'altro, per dirsi che lui e l'altro erano uguali, e dunque l'altro si sarebbe preso una bella batosta, come se la prendono tutti gli uomini idioti di fronte alle donne intensamente belle e vive e furiose, come lo era quella che ormai non si sapeva più dove fosse finita, che però forse era là, nelle stanze più nobili della reggia, quella stessa donna che s'era vista chiudere la porta e braccia dell'altro così tante volte…
Adesso sarebbe stata lei a chiudergli la porta in faccia!
Avrebbero potuto essere uguali lui e André, così chissà che anche lui, Alain Soisson, avrebbe potuto innamorarsi…
"E allora!?" – incuriosito…
"Mi disse di riposarmi e per evitare che venissero a infastidirmi, rimase con me".
Silenzio…
"Quando l'ho ringraziato, è stato lui a ringraziare me".
"Che…"
"Mi ha ringraziato e si è scusato per avermi…usato…".
Alain rimase lì, come un allocco - "Che intendi?".
"Sulle prime non l'avevo compreso nemmeno io. Poi, quando mi accade di vederli assieme…".
"Chi…".
"André e lei…quella donna che veste l'uniforme".
Alain intuì…
"André voleva solo restare in silenzio, seppur non solo. Lui aveva salvato me, ma in un certo senso io l'avevo salvato dalla sua solitudine, quella che lui si porta dietro credo da sempre".
"Che…" – Alain avrebbe abbozzato un altro appellativo…
Idiota!
"Credo che volesse essere semplicemente uguale a noi. Una persona qualunque, con una storia qualunque. Ma quell'amore, quello che lui prova per lei, non glielo permette. E' impossibile strapparsi di dosso la propria pelle…così mi disse una volta".
"Dunque André se n'è andato per questo" – borbottò Alain tra sé e sé, come a spiegarsi e rispiegarsi ancora il concetto – "Per ottenere la libertà".
Thérèse fece spallucce - "Voi lo conoscete? C'è riuscito?" – chiese un poco scioccamente…
Negò Alain, muto - "No".
Poi prese a slacciarsi anche lui i bottoni della giacca, che Thérèse alzò gli occhietti chiari al cielo e negò con la testa e corse via a recuperare…
Un'altra giacca di misura!
§§§
I passi risuonavano entro il luogo corridoio imboccato dopo aver ripercorso a ritroso la strada che riportava alla reggia.
La Galerie Bass inondata di luce s'apriva avanti a sé, mentre André camminava sicuro, verso le stanze che ospitavano la Guardia Reale o meglio gli ufficiali che presiedevano all'ordine della reggia.
Il solito via vai di grappoli di dame a passeggio con i rispettivi cicisbei, amanti, mariti, consiglieri…
Il vespaio di maggiordomi e cameriere che riportavano indietro vassoi vuoti e pietanze spiluccate…
Orfeo recava con sé l'inebriante profumo del burro, dello zucchero…
Vaniglia e cacao addolcivano i passi mentre le cameriere che sulle prime avevano stentato a riconoscerlo, gli sorridevano, domandandogli, mute, che ci facesse lì, e che era tanto tempo che l'avevano più visto e che…
I passi…
L'anticamera ampia e il tavolo ampio ormai sparecchiato dalle portate d'esordio e ripulito per far spazio alle delicatezze dolci...
André appoggiò il vassoio, si girò di scatto, onde evitare d'essere squadrato da quelli che andavano via via occupando la stanza, che le disposizioni di Monsieur Breteuil erano ormai incamerate entro ordini scritti ben precisi, ma ora era tempo di soddisfare anche piaceri più effimeri come la fame e il palato.
Burro e zucchero si addicevano a Euridice?
Docile ninfa capace di maneggiare l'acciaio come una cetra e tessere Amore solo con lo sguardo di ciglia di seta nera.
Il respiro sospeso…
André Grandier convenne di lasciarsi trasportare dalla follia.
Era stato un pazzo a lasciarla tanti anni prima.
Non era servito a nulla.
Il bene per lei…
Non gl'importava più.
Quel bene era stato la sua perdizione…
L'Amore non sapeva che farsene del Bene.
Ora voleva amare e Amore infuocava la testa e le viscere in maniera così fonda e implacabile che gli parve quasi di perdere il respiro, mentre lo sguardo un poco offuscato si faceva strada tra le uniforme dei boriosi ufficiali, mustacchi impolverati di zucchero a velo, facce rubiconde e ridanciane, panciuti oppure pelle e ossa, giovani fieri della propria uniforme da sfoggiare come vessillo di potere e impunità, e meno giovani cariatidi annichilite dalla gotta e dai vermi che imputridivano le membra.
Scorse al palcoscenico…
Il cuore sussultò…
Cercava la muta ribellione del languido azzurro…
Cercava la bellezza antica, fragile, confusa, tremante, muta anch'essa, nel lieve istante che precede il sussurro tenero dell'abbandono…
Cercava la sua fortezza, la sua pelle calda, il seno intenso di baci umidi…
Cercava…
Il cuore imploso di rabbia s'ammansiva solo al dannato ricordo, lei lì, accanto a sé, distesa, ferma, le braccia larghe ad accoglierlo…
La bocca come fiore che si lascia succhiare e lasciar senza vita o nutrimento…
Cercava d'immaginare la parola, lo sguardo, il sussurro non appena l'avesse avuta accanto, inaspettatamente lui senza parole, lei di certo incatenata alla rabbia furiosa di ritrovarselo davanti.
Ritrovò il volto furioso d'un amante ferito, marito di carta, mano rappresa all'acciaio, come se quell'acciaio fosse lei, dunque da tener ferma a sé, perché lei non sfuggisse, correndo a uccidere la carne e la vita.
Ritrovò il volto pallido del perfido amante, quello ch'era fuggito pensando di dimenticare, mentre chi fugge non sa che nella fuga un antro ancora peggiore finisce per scavarsi nel cuore proprio e in quello di chi resta, così che proprio lì, in quell'antro si rifugia Amore, ancora più Amore, che quasi trabocca, anche se imbrigliato dai lacci della ragion di stato, anche se soffocato dal Bene per l'altro.
Gli sguardi si scorsero, gli uni a quello dell'altro.
Sobbollirono sulfurei respiri tranciati dalla visione, che l'altro, il plebeo, non doveva essere lì, nel luogo sacro, tempio della pitocca nobiltà ma pur sempre inaccessibile, che a nessuno nella lurida Parigi fosse venuto in mente che alla reggia gli uomini ben avrebbero potuto essere uguali agli straccioni e alle puttane della capitale.
Straccioni e puttane dovevano stare alla larga, a fingersi in adorante canto verso i nobili regnanti e la corte tutta…
"Che fai…" – sibilò, ingoiando rabbia, Victor Girodel alla vista di André Grandier – "Qui?!".
Il quadro vorticò subitaneo…
André Grandier non si sottrasse alla ferocia dell'occhiata, sorprendendosi solo che ad essa si abbinasse, in un rapido giro d'assaggi di meringhette e crostate, quella grigia e fonda del Conte Hans Axel von Fersen, che parimenti avanzava dietro al Tenente Victor Girodel, come attratto dall'incontro delle due figure da cui parevano sprigionarsi zampilli di fuoco capaci d'incendiare ogni cosa dentro la stanza.
Fersen s'avvicinò, la solita aria che mirava a rabbonire la situazione.
André invece fece un passo indietro, che ormai gli era chiara e nota l'assurda congettura che il conte svedese aveva imbastito fin dalla partenza da Brest, per vendicarsi di un bacio rubato, i due scagnozzi spediti a eseguire una sentenza già scritta, senz'appello, senza ch'egli potesse difendersi.
Tacciato come ladro, non di gioielli o denaro, bensì del cuore e della vita di una donna che non poteva subire l'onta d'essere rapita da un plebeo.
L'unico dubbio era se l'esito del pestaggio a Ponta Delgada l'avesse davvero voluto il conte, oppure fosse stato deciso dai due scagnozzi, per vendicarsi d'una scopata soffiata da sotto il naso.
Sarebbe stato impossibile stabilirlo con certezza ormai.
Sorprendente dunque che la resa dei conti avvenisse lì, a Versailles, in un tiepido mattino d'estate, quando da ovest minacciava pioggia, e lui, André Grandier, si era ritrovato ora dopo ora a cadere giù nella progressiva pazzia, per via di quell'Amore ormai incontenibile che aveva tentato d'addomesticare, come si tenta di vincere una tempesta in mare o la nebbia fitta o il sole rovente che non da tregua.
Impossibile…
Impossibile non soccombervi…
E la rabbia ancora più fonda era che quell'Amore fosse nella realtà delle cose, fosse chiaro come la luce del giorno, limpido come l'acqua di una fonte, un Amore banale e unico, che chiedeva soltanto d'essere vissuto così, nell'ignoranza del futuro, nella rassegnazione del passato.
L'Amore non chiede nulla.
L'Amore non accetta compromessi, non ammette ripensamenti…
L'Amore…
"Devi andartene!" – sibilò Girodel rugginoso, colto d'improvviso dal più fondo conato di gelosia.
André Grandier non si scompose.
Sbatteva nella testa la sorda necessità di comprendere quanto l'avversario fosse infastidito dalla sua presenza.
Semmai Oscar François de Jarjayes ne fosse stata davvero innamorata, Victor Girodel avrebbe difeso solo il proprio onore, non certo la fedeltà della donna che aveva chiesto in moglie.
Ma se lei invece…
"André…" – Fersen s'impose, imponendo d'abbassare i toni, così che altro fango non avesse rischiato di riversarsi addosso alla figura di colei che non era lì – "Che cosa fai qui?"
Oscar…
In fondo era da comprendere se non fosse stato peggio essere appellata giocattolo amante della regina oppure invece contessa caduta in una tresca col colui ch'era stato il suo attendente d'un tempo, servo plebeo che l'aveva corrotta per sempre.
Erano entrambe nefaste visioni ma incapaci da sole di offuscare la luce dell'altra.
La volontà e l'orgoglio ferito e l'Amore rinnegato…
Tutto ciò che invece sarebbe stato in grado di corrompere l'anima sino a farla marcire.
André trattenne il fiato, attenendo di scorgerla.
Vederla solo un istante, parlarle muto come faceva da quando l'aveva incontrata, chiederle, muto, se lei davvero amasse Victor Girodel, domandarle, muto, perdono, anche se sapeva bene, André Grandier, che lei non l'avrebbe mai perdonato.
Non si può perdonare l'offesa atroce d'aver scelto il bene piuttosto che l'amore…
Scorsero gli occhi…
Oscar non c'era.
Lei non si sarebbe mai nascosta, non avrebbe mai evitato di scontrarsi.
Era su questo che contava André Grandier…
L'orgoglio…
Il dannato orgoglio che tanto lui aveva combattuto, ora tornava prepotente a lambire i sensi, a accarezzare i muscoli…
L'orgoglio spezzato nell'istante in cui il cuore si perde e non si è più nulla e si è tutto…
"Vattene!" – sibilò Victor Girodel – "O questa volta ti farò arrestare e non rivedrai più la luce del giorno!".
Pareva sicuro di sé Victor Girodel, come non avesse timore di nuocere al servo di un tempo della famiglia Jarjayes.
In quanto servo, André Grandier sarebbe stato passibile d'essere rinchiuso nell'immediato in qualche qualche prigione, che lì, lui, a Versailles, non aveva più alcun motivo di metter piede, ma era pur sempre stato il servo d'una famiglia nobile, ben vista dalla famiglia reale…
"Suvvia signori…" – intervenne Fersen – "Vediamo di risolvere la questione senza portare scandalo in un simile frangente!".
"Certo…" – parlò piano André – "Perché ciò che conta è lo scandalo?! Ciò che conta è mantenere pulito il nome di una donna e della sua famiglia…non ha importanza ciò che lei vuole, ciò che lei sente, ciò che…".
Victor Girodel afferrò d'istinto la giacca dell'altro sollevando il destro, che non fece in tempo a stringere la stoffa, che André si scansò, fulmineo, liberandosi e caricando il destro a sua volta, che però rimase a mezz'aria, ben visibile ma innocuo, come se ciò che importava non fosse colpire l'altro ma semplicemente concedere risalto al gesto, ritrovare lo sguardo furente di fronte al pugno.
Che il destro finì inchiodato e strattonato indietro dalla mano altrettanto potente di Alain Soisson, ch'era arrivato sin lì, senza vassoi in mano, seppur ficcato dentro una striminzita giacchetta da maggiordomo.
Se l'avessero visto i compari…
"Stai buono!" – balenò il compare contro André, che ormai Alain Soisson l'aveva compresa la straordinaria capacità dell'altro di finire in mezzo ai guai.
I due uomini d'alto rango tradirono un moto di sorpresa.
Alain Soisson s'immaginò che i nobili, a differenza dei plebei, non avrebbero fatto mistero di palesare sdegno plateale, sgranare versi garruli pur di starnazzare la loro versione dei fatti, ma senza finire per ingaggiare alcuna sconveniente lotta, soprattutto lì, dinnanzi a tutti.
I due aristocratici parvero rassegnarsi a sferzare odio solo attraverso lo sguardo, semplicemente increduli che non uno ma ben due popolani fossero riusciti a raggiungere i nobili piani della reggia.
Il cuore si smarrì, Victor Girodel rammentò quand'era stato costretto a inseguire la giovane indiana.
L'aveva raggiunta, come Apollo ghermisce Dafne, ma quella non s'era trasformata in alloro.
Non subito almeno, non fino a quando lui l'aveva amata.
Era accaduto invece quando lui stesso l'aveva abbandonata al suo destino.
Victor Girodel si disse che forse il mito era tutto lì.
Dafne aveva sempre saputo che Apollo non sarebbe mai stato capace di amarla, per davvero, di fronte agli uomini e agli dei, e allora aveva pregato di divenire sterpo divino, per incoronare gli dei e i grandi condottieri, e rimarcare con la sua labile ma folle presenza, il tradimento dell'Amore.
Metamorfosi dell'anima prima che della carne…
André Grandier si lasciò ammansire dal bonario invito di Alain Soisson, ma lo sguardo rimase furente contro quello di Victor Girodel.
"Devi andartene! Hai osato troppo…hai osato prendere ciò che non ti spettava!" – sibilò Girodel avvicinandosi, rimarcando così il peccato originale dell'altro – "E hai già compiuto la tua scelta!".
"Invece…voi nobili avete già tutto!" – masticò André Grandier – "Dunque lo stato delle cose per voi è immutabile e non ha ragione d'essere mutato! Non potreste mai cadere nella tentazione di desiderare ciò che non avete, semplicemente perché avete già tutto! Soltanto noi plebei rischiamo di peccare…rischiamo di corrompere la vostra purezza d'animo…perché noi invece commettiamo il peccato di desiderare ciò che non abbiamo!?".
"Dannato!".
"Sì…su questo ne convengo che hai ragione…".
Orfeo dunque non aveva cetra o canto capace di strappare la sua Euridice dall'Ade…
Il luogo era ben singolare Inferno, che i dannati si sollazzavano tra chiacchiere, pettegolezzi, dolcetti e vanesi profumi.
André attese…
Ancora qualche istante…
Forse…
"Non è qui" – s'intromise Fersen severo – "Non la troverai qui…è partita…".
André si ritrovò in balia del destino.
Victor Girodel allargò la destra, il sorrisetto cinico a cogliere ed accompagnare la rivelazione del conte - "Cercala… se vuoi…".
Inutile invito…
Un servo senza il suo padrone non può andarsene a zonzo per una reggia…
"Fersen ha ragione…non è qui!" - rimarcò Girodel.
"Dove…" – un sussurro, non gli spettava più saperlo – "Dov'è?".
"In Inghilterra!" – s'affrettò a spiegare Fersen, precedendo Girodel che però non parve apprezzare immediatamente la sollecitudine. quasi fosse un punto di disonore che l'altra non fosse lì, la donna che aveva chiesto in sposa.
"Jeanne de la Motte…" – disse piano André come a tentare d'instradare i pensieri, allacciare le congetture, incredulo che quello che aveva udito poco prima non combaciava con lo scenario indotto – "E' fuggita da tempo, dicono che nessuno sappia dove si trova ormai".
"Ebbene…proprio per questo…" – spiegò Fersen – "Lei è stata comandata di seguirne le tracce. Per non creare fraintendimenti, si è pensato ad una mansione ufficiosa, senza seguito o uniforme, una sorta di ambasciata discreta che non rechi troppo disturbo agli inglesi ma che consenta di ritrovare la de La Motte".
"Gli inglesi non hanno concesso l'estradizione…" – le lacrime piantate in gola, gli pareva tutto assurdo e senza senso, i pugni stretti, André corse a osservare lo squarcio di giardino che biancheggiava dalla finestra aperta.
Sperò che nulla fosse vero.
Sperò di scorgerla, da lontano…
C'era che i due uomini non avevano ragione di mentire, non vi sarebbe stato gioco di carte o tranello o sotterfugio in grado di tenere lontano Oscar François de Jarjayes dalla reggia, dall'incarico, finanche dal banalissimo confronto con l'attendente di un tempo.
Nessuno l'avrebbe mai potuto impedire a lei, se non il suo stesso orgoglio, il suo stesso desiderio di tranciare definitivamente ogni sguardo sull'altro.
"Non si tratta di una missione ufficiale ma di un'ambasciata segreta! Che dev'essere portata avanti con discrezione. Lei è anche una contessa e avrai saputo cosa ha detto quella serpe al processo contro di lei?" – l'eloquio incideva i pensieri – "Per via del disonore arrecato ai Jarjayes, è stato concesso a una personalità della famiglia di prendere parte elle ricerche, ed è stata scelta lei, non in quanto colonnello, ma nella sua veste contessa…".
"Come contessa?!" – sputò André, il dubbio come ultimo baluardo della morta speranza.
Negò Fersen, come a far intendere che non ne sapeva molto neppure lui. D'altronde, se doveva essere una missione segreta…
Rimase muto Girodel, in fondo Oscar François de Jarjayes era pur sempre una contessa!
Nella segreta visione si fece strada il dubbio che diveniva via via certezza sulla scelta inesorabile e sulfurea, ossia la decisione voluta e definitiva di abdicare al ruolo, all'uniforme, alla vita passata.
L'affondo corse attraverso le vene, gelando all'istante.
"Vattene!" – ripeté Victor Girodel – "Ormai non hai più alcun potere su di lei! Ormai non puoi più permetterti di mettere piede a Versailles! Se ci tieni a lei, se tieni a lei come contessa, resta lontano. Tengo a lei e mai vorrei che venisse a sapere che ti ho fatto arrestare e sbattere in prigione per via di questa tua dannata smania di continuare a starle alle calcagna. Hai preso la tua decisione! Hai promesso che saresti stato lontano! E lei ha preso la sua! Vattene prima che possa pentirmi della mia magnanimità!".
Quale decisione…
André Grandier fece un passo indietro.
L'Amore iridescente, splendido, infernale, bieco, sordido, sporco…
L'Amore puro eruppe nelle viscere…
Quasi intuì le gambe cedere mentre lo sguardo tornava alla sala.
Oscar François de Jarjayes non era lì, non era alla sua residenza, non era dai Girodel, non era Parigi.
Forse allora era in Inghilterra, per mediare l'estradizione di una ladra.
Non era importante dove fosse, ma non era lì.
"Ascolta…" – Fersen s'avvicinò e invitò André a lasciare la sala…
Qualche passo…
"Dimenticala!" – la voce un poco rotta, impossibile comprendere se fosse compassione o disprezzo – "Ne soffrirebbe…".
"Devo contraddirti…" – il respiro troncato – "Se la dimenticassi…allora sì che lei ne soffrirebbe. Non posso farlo, non posso dimenticarla, l'ho già fatta soffrire abbastanza".
La sofferenza di una donna…
L'Amore si fece beffe anche di quella…
L'Amore puro e immenso come l'oceano.
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