I seem to have attracted a troll reviewer, please just ignore them!

May it be an evening star
Shines down upon you
May it be when darkness falls
Your heart will be true
You walk a lonely road
Oh, how far you are from home

Mornië utúlië
Believe and you will find your way
Mornië alantië
A promise lives within you now

May it be the shadow's call
Will fly away
May it be your journey on
To light the day
When the night is overcome
You may rise to find the sun

Mornië utúlië
Believe and you will find your way
Mornië alantië
A promise lives within you now

A promise lives within you now

May it be

Enya

Océan

L'equilibrio minato…

Il piede sulla dannata pietra sconnessa, che ormai lo sapeva da giorni che quella stava lì, da quando da giorni aveva preso a compiere sempre la stessa salita, la strada stretta, pietre incastonate tra gli edifici in pietra, a serpeggiare su, fin sulla cima del borgo, in alto, fino al terrazzo che s'apriva spaventosamente infinito davanti allo sguardo, sul vuoto, sulla valle ove s'inerpicavano vie crucis e sentieri atei.

Mî – ka – El…

Chi è come Dio?

Nessuno può essere come Dio…

Solo chi crede d'avere in sé un potere senza eguali potrebbe credersi come Dio.

Solo chi non distoglie da sé il folle dubbio di riuscire a somigliarGli...

Dio, roccia…

Mont Saint Michel, roccia che non si sgretola…

Né terra né mare…

Baluardo della ragione umana contro l'inevitabile tempesta della natura.

La testa tentava di riallacciare le immagini mentre il passo procedeva affaticato e lo sguardo attendeva di ritrovare l'orrido aperto, così che il respiro dopo la salita, avrebbe ripreso il ritmo regolare e la mente si sarebbe ritrovata in balia del paesaggio ora nebbioso, ora lucido, che galleggiava sotto gli occhi.

Nessuno attendeva il suo passaggio…

Nessuno scudiscio, nessuna frustata, nessuno sputo, come accadeva solitamente ai penitenti che s'avventuravano per la stessa salita e che, dopo aver ricevuto insulti e colpi, si ritrovavano a crollare ai piedi de Notre-Dame-Sous-Terre.

I pellegrinaggi si erano intensificati nel corso dei secoli e molte famiglie avevano donato denaro e pietre per la costruzione di alloggi di fortuna, così che i pellegrini non avessero finito per restare al freddo, magari intrappolati dalla marea capace di sorprendere i più ignoranti e spazzarli via.

Gli avi dei benefattori erano stati onorati di parte di queste costruzioni, così che ne avevano ricevute alcune in dono, edifici antichi e scuri di penitenza e sacrificio, odorosi di cera rappresa e legna ormai morta.

Lo sguardo tentò di mettere a fuoco punti precisi, àncore o isole nel mezzo del mare di sabbia e isolette ricoperte da aridi cespugli ingialliti, mentre da lontano, verso la costa che ora pareva vicinissima, seppur lontana, occhieggiavano luci tremolanti sul far della sera, poveri focolari, bracieri di fortuna, camini di carne cacciata di fresco, mentre il cuore esplodeva in petto, mentre lo sguardo implodeva dentro, fin nel fondo delle viscere, fin nel sussulto percepito ormai chiaro e dirompente.

Una mano al ventre per evitare di cadere…

Una mano la sorresse…

La mano scacciata, seppur senza disprezzo.

Nel silenzio, il vento sferzava il viso, scompigliava i capelli, instupidiva aggrovigliando i pensieri, minando l'equilibrio ogni giorno sempre meno presente.

"Devi aver cura di te".

Un respiro…

Lo sapeva…

Il pugno si strinse a trattenere la stoffa dell'abito.

Non era abituata a indossarne di una tal foggia.

L'altra mano s'appoggiò alla balaustra in pietra che chiudeva la terrazza verso una sorta di piazzetta sullo strapiombo, un varco verso il vuoto che non avrebbe concesso scampo.

Le dita ascoltarono la tiepida fierezza della pietra porosa che regalò un istante di calma, come una sorta di abbraccio perso nella mente, un istante di composta saldezza entro il vagare di pensieri erranti e ormai distrutti.

Solo pochi istanti per ammirare lo scenario.

Ora era lei ad esserne immersa, avvolta dal santuario granito pece, fermo e statico, eppure all'apparenza in continuo movimento, circondato dal mutevole limbo sabbioso, contro il cielo lavanda, striato di ammassi rosa e bianchi, a rincorrersi annunciando forse altre piogge che avrebbero inondato la vista e cancellato il paesaggio.

La tavola madreperla appena sporcata da orme fonde e veloci…

Sentieri evanescenti e beffardi...

La brezza lieve che s'era alzata portava con sé le voci dei pellegrini, le grida a restare uniti, le corse col cuore in gola per sfuggire al mare che avrebbe inghiottito tutto, uomini, carretti, galline, bagagli sparsi.

Dune di sabbia roteavano immobili eppure vive, come sottane gigantesche e mobili ad abbracciare la solida grana di roccia, immensa dama corteggiata dalla sontuosa corte d'azzurro e grigio.

Ora era lì, c'era lei, davvero lei, su quello sperone di roccia.

L'inquietudine generata dall'accostamento.

Esso le apparve come la propria vita, severa, intensa, caparbia e solida, ma circondata dalla mobilissima laguna instabile, senz'appigli, ogni sentiero conosciuto improvvisamente inghiottito da materia sconosciuta che ne avrebbe cancellato la direttiva.

La marea si ritraeva…

Gli occhi rimasero abbagliati dalla miriade di rivoli cangianti e lucenti.

Non avrebbe potuto percorrerli.

Se si fosse imbattuta in una pozzanghera, quella - talmente fonda – l'avrebbe inghiottita.

E se invece avesse messo piede su una di quelle isolette ricoperte di ciuffi d'erba sporchi e prossimi a morire perchè assediati dalle acque salate, non si sarebbe salvata lo stesso.

La marea montava veloce…

La sua vita adesso era così…

In preda all'avanzata dell'oceano.

L'errore era stato commesso.

Un uomo...

Un oceano...

Madame Alexandra Roma Lemonde fece altri due passi, staccandosi e andando a sedere poco lontano, su una sorta di sedile in pietra che permetteva di osservare il paesaggio con più calma, il braccio appoggiato alla balaustra, il mento appoggiato al braccio.

Una posa pensierosa, avulsa dalla compostezza che la dama avrebbe dovuto esibire per estrazione ed età, seppure essa era utile a lanciare lo sguardo lontano, come a rincorrere e tener stretto e allacciato a sé quello dell'altra che era lì, accanto a lei, forse sul punto di spiccare il volo per sfuggire all'esistenza terrena, immedesimarsi nell'aere caldo dell'estate che andava via via raffreddandosi, minata da incursioni di nubi di pioggia gigantesche e fredde.

"Vorrei restare sola" – abbozzò Oscar François de Jarjayes mentre il corpo riprendeva una posa eretta, incapace di cedere alla follia che agitava la coscienza, mentre il respiro si spezzava, infrangendosi contro l'immobile mutamento dell'esistenza.

Inaudito fosse costretta a domandare la solitudine.

"E sia" – sospirò Roma – "Ma bada che ti aspetto. Ho promesso che mi sarei presa cura di te".

"Apprezzo il pensiero" – sibilò Oscar – "Ma vorrei restare sola ugualmente".

Inaudito il bonario rimprovero, contro l'incombente cura riservatale da parte del personaggio ch'era stato estraneo spettatore fino a qualche settimana prima e che adesso era divenuto prezioso complice, per evitare lo scandalo, per arginare il fango che si sarebbe rovesciato sulla famiglia Jarjayes.

Un respiro di fondo disappunto, Roma si alzò, aggiustandosi la sottana del vestito, sobrio, senza orpelli, leggermente impolverato per via dell'arida salita.

"So che stai combattendo" – disse piano accomiatandosi, nemmeno fingendo compassione – "So che ciò che sta accadendo è del tutto nuovo…ma non sorprendente…".

Avrebbe voluto gridare Oscar François de Jarjayes…

Gridare e ritrovarsi a terra, senza isterismo, semplicemente per vedere se gridando, tutto sarebbe tornato come un tempo, le mani ad afferrare la polvere e poi scagliarla via e respirare a fondo per tentare di scorgere il guizzo veloce del proprio corpo che ridiventava libero dal peso, libero dalla vita che a poco a poco aveva preso a farsi strada dentro di sé.

Libero dalla colpa…

Un'ignominia…

Una verità che aveva ascoltato dentro di sé, prima che con i muscoli, con il cuore e la testa…

Quel giorno aveva udito il proprio nome…

André aveva gridato il suo nome, proprio nell'istante che precedeva la volontà con cui lei aveva stabilito di porre fine alla sua esistenza in quanto contessa, in quanto soldato, in quanto donna capace di bastare a se stessa, rimettendo le proprie mani e il proprio destino in quelle di colui che l'amava così a fondo da accettarla così, anche senza che lei lo amasse.

Terra salvifica e salda, chiara e possente, le mani e l'abbraccio di Victor Girodel…

Poteva esistere un amore più grande?

Che idiozia…

L'Amore non ha colore, misura, peso, limiti…

L'Amore è infinito, senza tempo, senza parola.

L'Amore è tutto e non è niente.

Quel giorno, in quell'istante in cui aveva udito il proprio nome, aveva ascoltato infrangersi un'onda contro di sé, come fosse richiamata indietro, all'acqua, alla fonda consistenza di un amore in cui annegare e morire.

No…

Non era vero…

Madame Roma errava.

Era tutto sorprendente invece.

Distorto e acuto, anche se sapeva bene ch'era stata lei – Oscar François de Jarjayes - ad aver accettato il rischio, ad aver sfidato il destino.

Udì i passi di Roma allontanarsi.

I muscoli accusarono il peso della colpa, la propria, per aver immaginato che amare sarebbe stato tutto, che l'amore è infinito, senza tempo, senza parola, senza rimpianti o rimorsi, senza conseguenze o danno.

E poi la colpa dell'altro, che però era anche sua, perché era stata lei a desiderarlo, con tutta se stessa, come se lei non fosse più Oscar François de Jarjayes, bensì un'altra donna, una giovane contessa innamorata del suo servo, oppure una plebea che sceglie liberamente chi stringere a sé, nonostante la propria condizione.

Nell'esiguo tempo di quell'istante, il cuore s'era quasi fermato, mentre gli occhi erano corsi a quelli dell'uomo che le stava di fronte, Victor Girodel, le mani strette nelle mani.

Sposami…

Poteva esistere un amore più grande?

Oscar François de Jarjayes rammentò le parole di Victor Girodel, la supplica a dispiegare il consenso…

Il passo cedette, il corpo inginocchiato scese giù, la mano al ventre…

Lo sguardo si chiuse…

Se quel bacio a Brest aveva generato l'orrore che André aveva subito e tutto ciò che lui stesso aveva immaginato e faticato a raccontare…

Per un solo bacio…

Che sarebbe accaduto…

Un suono indefinito…

Non era un suono quello…

Era una voce…

Una risata allegra e viva.

No…

Non era la sua Storia quella…

L'istinto indusse la mano ad afferrare la balaustra e sospingere su il corpo un poco appesantito.

Il corpo si sporse oltre il confine…

Si sporse ancora…

Ancora…

Il braccio stretto quasi in una morsa…

Il corpo ripiegato all'indietro…

Roma la tirò a sé…

"Che pazzia è questa?!" – gridò la donna afferrandola per le spalle.

Oscar si ritrasse liberandosi dalla presa…

Silenzio…

"Sei…" – Roma si mise davanti, dunque non se n'era andata, dunque non si fidava di lei.

E lei…

Per un istante s'immaginò la mente squassata, colpita a morte…

"No…" – le lacrime salivano – "No!".

Roma allargò il braccio destro, a indicare la direzione per tornare indietro.

I passi ripresero la via del ritorno, mentre la mente ascoltava l'istante in cui il corpo era divenuto per un tempo nullo, leggero e libero.

Lo spazio aperto di fronte a sé incommensurabilmente bello e pieno, come se l'odore della morte, il sentore della fine, avesse scosso il desiderio di vivere e…

§§§

Il sobrio gesto.

Il tovagliolo appena appoggiato a lambire la bocca, poi adagiato al lato del piatto.

Il pasto consumato in religioso silenzio, l'altra ospite poco lontano, a piluccare la mollica del pane, immersa nei pensieri, lontana…

"Di grazia!" – attaccò Roma, la voce alta riecheggiò rimbombando sul greve soffitto a cassettoni neri di ciliegio, andando a espandersi e a colpire i sensi – "Ti comporti come se fossi prigioniera?!".

Era vero…

Oscar François de Jarjayes ammise che era prigioniera.

Le mura istoriate della stanza in cui ormai dimorava da diverse settimane erano impregnate della religiosa e silenziosa riconoscenza che lei, ma soprattutto tutta la famiglia Jarjayes, dovevano a Madame Alexandra Roma Lemonde, fin dall'istante successivo in cui le forze erano venute meno e lei, Oscar François de Jarjayes, si era ritrovata sorretta da Victor Girodel, incapace di sillabare l'unica parola necessaria a chiudere per sempre la gabbia entro cui lei stessa sarebbe vissuta prigioniera per il resto della sua vita.

Quella riconoscenza incombeva ora sul destino di Oscar François de Jarjayes…

Ne era prigioniera…

Aveva preso a piovere.

Il ticchettio insistente contro i vetri delle finestre orchestrava i pensieri, distraendo dal vuoto, anche se il suono s'insinuava nella mente a rammentare le mille volte in cui si era ritrovata seduta davanti al camino, André accanto a sé, a sorseggiare un bicchiere di vino, lei a osservare il fuoco e lui probabilmente a osservare lei.

L'amava…

Lui l'amava ed era andato lontano, oltre l'oceano per ascoltare quell'amore farsi talmente fondo e pazzo e senza speranza che persino lei alla fine l'aveva riconosciuto e compreso e ascoltato nascere nel fondo delle viscere.

Giorno dopo giorno, ora dopo ora, da che lui se n'era andato…

Sempre più distante, sempre più incombente…

L'oceano…

L'oceano l'aveva risucchiata e lasciata senza respiro…

L'oceano la circondava…

L'oceano era dentro di sé…

Océan…

Le mani strette nelle mani…

Non era così che aveva sempre diretto la sua vita.

Non era così che avrebbe voluto esistere.

In balia dell'oceano, in balia di altro che non fosse stato stabilito da lei stessa.

Forse non era così, forse non aveva mai stabilito nulla, quanto tutto ciò che aveva fatto era stato adattarsi a restare dentro la sua gabbia, dentro le sue mura, senza colpo ferire a ciò che avevano stabilito altri, convincendo se stessa che quella volontà fosse la propria, una sorta di coincidenza che le avrebbe consentito di sopravvivere.

In fondo era stato utile vivere come un uomo.

Abiti comodi da indossare, libertà di muoversi, e capacità di comandare adeguate al suo rango.

Una donna a cui era state offerte responsabilità enormi di cui lei s'era fatta carico e che le avevano consentito di onorare la propria famiglia ma in fondo di onorare anche se stessa.

Si domandò se lei avesse mai desiderato essere altro nella vita.

Un'altra donna…

Un altro essere umano.

Un tempo era anche accaduto.

Si era ritrovata stupidamente gelosa di una donna.

Non aveva compreso che quella donna era lei.

Aveva desiderato essere quella donna, senza neppur sapere d'essere lei stessa.

L'aveva persino odiata perché era lei che André amava, era lei che l'aveva costretto a fuggire per perdere l'amore.

Che alla fine proprio lei l'aveva raccolto e stretto tra le dita.

Si domandò se in qualche modo sarebbe stato possibile opporsi all'Amore, imbrigliarne la forza e non esserne trascinati dalla sua stupida corrente, che, alla fine, sarebbe stato solo l'Amore a decidere il bene e il male e l'essere umano a restarne succube.

Stizziva la visione…

Avrebbe voluto amare, ma avrebbe voluto deciderlo lei…

E se non l'avesse desiderato…

Anche quello doveva esser lei a stabilirlo.

Qual è l'Amore più puro?

Quello avulso dalla passione, impregnato di logica e buon senso e avversione a qualsiasi perdita del senso di sé, pianificato e severo?

Oppure quello che instupidisce e solleva e annienta…

Oppure nulla di tutto ciò?

Strinse i pugni, in grembo.

L'abito, l'ennesimo recuperato in fretta da che aveva lasciato Parigi, soffocava sotto il segno esteriore di un amore non più racchiuso nella mente e nel cuore, via via ogni giorno più visibile e tangibile.

Amore o semplicemente incoscienza?

La mente rammentò l'istante sordo e sospeso in cui aveva intuito lo scarto dei muscoli entro la stoffa irrigidita degli abiti, la sonnolenza al mattino, la rabbia durante la notte e poi la silenziosa perdita di sé come se fosse stata risucchiata entro un altro sentiero, un'altra strada che lei non avrebbe più potuto rifiutare di percorrere.

Non poteva più scegliere, non dipendeva più da lei e quando anche ne avesse avuto potere…

"No" - abbozzò un poco esausta, più che altro per via della visione immensa che rimbombava nella testa e nelle viscere.

Aveva ricominciato a impadronirsi dei pensieri.

A poco a poco, la testa aveva cominciato a tornare indietro, ai giorni intessuti di rabbia, alle settimane ch'erano seguite all'istante d'incoscienza.

Ondeggiavano i ricordi tra stupore e terrore…

La propria colpa…

Aver amato…

Aver desiderato con tutta se stessa…

La colpa dell'altro…

Averla amata…

La valanga di congetture franò nuovamente addosso, piantandosi sullo stomaco, ch'erano settimane ormai che la nausea aveva cessato d'infastidirla ma ogni tanto pareva tornare, non per via dello stato in cui si trovava, ma proprio a rammentarle la scelta e le sue dannate conseguenze.

Non l'aveva previsto di diventare madre…

Non lo sapeva se l'avrebbe mai voluto…

Non così…

O forse…

La vita fa da sé, come l'Amore.

Nessuno dei due chiede il permesso.

La vita si fa strada a prescindere dal consenso di alcuno.

La vita è come l'oceano…

Generosa concessione al destino, capace di vincere la colpa e la vergogna, capace di gettare nell'abisso e poi risorgere, immaginando che l'uomo sia governato dalle passioni e che nulla possa la sua volontà di contro ad esse.

Contro la vita e contro l'Amore.

Océan…

I giorni successivi si erano colmati del dubbio che, ora dopo ora, era stato scacciato dalla certezza.

Aveva taciuto…

Aveva deciso di tacere, lì, sull'orlo del baratro dell'instupidita consapevolezza, in quel mattino soleggiato e feroce in cui aveva compreso che le sue mani non racchiudevano più il suo solo destino.

In un guizzo aveva deciso, senza decidere nulla, se non che in quel momento non le sarebbe importato né dello scandalo, né di tacitarlo.

Non le importava nulla se non…

André…

La passione…

La passione vinceva…

La volontà combatteva contro la passione…

Nel nome ripetuto piano nella mente, si ritrovava accodati, alle calcagna, come cani rabbiosi intenti a spolpare la preda, le sinistre congetture capaci di alleggerire il proprio tradimento e la scelta che l'aveva indotta a nascondersi.

La verità sarebbe equivalsa alla fine di André.

Suo padre avrebbe scacciato l'antico servo da ogni angolo della terra che avesse avuto sentore d'essere francese, se non addirittura avrebbe stabilito di porre fine alla vita dell'altro.

E alla sua stessa vita di padre che aveva fallito in tutto, persino nella salvaguardi di un onore che lui stesso aveva rimesso nelle disgraziate mani d'una figlia indegna.

Se non ci avesse addirittura pensato prima Victor Girodel, che sicuramente avrebbe ucciso all'istante l'usurpatore.

E nanny…

Nanny aveva trattenuto in gola il freddo risentimento che le aveva imposto di non scegliere mai tra lei, la padrona di un tempo, e André, l'unico nipote rimastole al mondo.

La fedeltà alla famiglia, di contro al sacrificio della felicità del nipote.

André Grandier si era già dichiarato colpevole, era già stato condannato e aveva già ricevuto il perdono.

L'unico…

Non si può sfidare due volte il destino.

Se fosse tornata da lui…

No…

André Grandier aveva stabilito di lasciarla libera…

André Grandier aveva deciso di anteporre all'Amore per lei, il suo bene.

Se André avesse saputo…

Gli scenari s'allargarono liquidi come cera bollente contro gelida acqua…

La colpa di contro al disprezzo…

L'Amore di contro al bene…

Eppure…

Oscar François de Jarjayes intuì che non era tutto.

Vaga e muta s'allargava l'idea che oltre a ciò che accadeva, oltre alle gabbie ove in un modo o nell'altro lei sentiva d'essere rinchiusa, vi fosse altro.

Di chi sei?

Victor…

Tuo padre…

André…

No…

Chi sei?

"Sarebbe meglio che tu non ti considerassi tale" – convenne Roma.

"No…".

Infatti era così.

Anche se era prigioniera, non voleva esserlo, né di André, né di se stessa, né di quel bambino.

Non voleva esserlo e basta.

La mano scorse alla rotondità ormai accentuata del ventre.

Roma si alzò avvicinando una seggiola - "Intendo rispettare la tua volontà com'è giusto che sia. A tuo padre non ho detto nulla, nessuno sa nulla di ciò che sta accadendo. Così ci sarà tempo per aggiustare ogni questione" - implicito affondo, come a rendere evidente il contrario – "Sei libera di scegliere ciò che ti sarà più conveniente".

"Dunque, entro il nulla di ciò che non accade…" - compose l'altra – "Tutto potrebbe accadere?!".

"Il tuo sarcasmo mi consola e mi affligge" – chiosò Roma un poco indispettita dalla guardia alzata dell'altra – "Non sei una persona incosciente e nemmeno inconsapevole della gravità di ciò che sta accadendo. Mettila come ti pare…ma la ricerca di Jeanne de la Motte è stata un buon diversivo per consentirti di allontanarti dalla corte e dalla reggia. Così ciò che sta accadendo passerà inosservato e la vergogna forse aleggerà lontano dalla tua famiglia".

Oscar sollevò lo sguardo.

Finalmente l'altra si era espressa nel solco della consuetudine che avvolgeva fatti del genere, ossia vergogna, rimprovero.

Finalmente Oscar François de Jarjayes riconosceva il baratro ove lei avrebbe rischiato di finire.

La calma scese addosso, come un abito largo che permette di muoversi ma allo stesso tempo avulso dai consueti vestiti.

"Mio padre…" – la scintilla corse a perdersi nel buio, l'immaginazione ricolma dello scandalo scampato, anche se intuiva di non esser degna d'averlo scampato.

Non le importava…

"Sei stata astuta…" – proseguì un poco sprezzante della riconoscenza all'operato dell'altra.

"Che pessima opinione hai di me!" – obiettò Roma – "Astuta! Che significa?".

"E' un complimento, non un'offesa".

Roma scattò, come fosse stata punta da una serpe.

L'umore mutava al mutar dei giorni, come se a poco a poco l'ospite avesse intuito una sorta di interesse lontano e discreto, mosso da un intento tutt'altro che generoso.

Il veleno ammorbò il sangue che dunque prendeva a tingersi del reale e proprio colore, una mistura di risentimento e disprezzo.

"Tuo padre…" – affondò Roma sospinta dall'affondo dell'altra.

"Da quanto lo conosci?" – la domanda eruppe, lo sguardo lucido, la mano appoggiata al ventre, come se in quel preciso istante Oscar François de Jarjayes avesse intuito la necessità di difendersi e difendere colui che portava in grembo.

Una creatura muta che però parlava di sé, gridando silenziosa la propria origine, chiedendo di restare innocente e pura e non divenire groviglio di colpe e risentimenti.

"Come sarebbe…" – balbettò Roma interdetta – "Che razza di domanda…".

"Una domanda semplice" – sibilò l'altra – "Di certo non dal giorno in cui lo hai incontrato a casa Jarjayes. Sulle prime non ci avevo fatto caso. Te l'ho detto. Sei astuta, ma mio padre no! Severo, intransigente quanto si vuole ma non astuto. Soprattutto per quanto riguarda le donne. Io invece, come vedi, lo sono - una donna intendo - e dunque…".

Roma sentì la terra aprirsi sotto i piedi.

La spada e la tecnica…

Non aveva senso impostare il combattimento pretendendo di vincere con la forza.

Lo spirito…

Roma non comprendeva più se aveva ancora in pugno l'avversaria, oppure s'era l'altra che aveva preso a fare domande perché lei si scoprisse, dunque l'altra sospettava e al tempo stesso aveva imparato a domandare, un pertugio per volta, così che il rancore dell'avversaria le avrebbe sciolto l'ansiosa lingua.

"Che cosa sai?" – la domanda rimbalzò nell'aria tiepida di legna arsa.

"Tu cosa credi che sappia?" – di nuovo la sfida in punta d'acciaio.

Roma si alzò, un respiro fondo, stava iniziando ad alterarsi di fronte all'insolenza, non comprendeva…

"Suvvia! La tua famiglia è conosciuta a Parigi e penso in tutta la Francia" – la voce addomesticata, che lo spirito non ha necessità d'essere sferzato da una lama, seppure una lama può semplicemente accarezzare la pelle e lasciare l'unico segno fondo, l'unico necessario a togliere la vita – "Tuo padre è stato un servitore della famiglia reale per molto tempo, un degno servitore, dunque perché riterresti il mio gesto astuto e non semplicemente generoso?".

Oscar François de Jarjayes si morse il labbro.

Nessuno fa nulla per niente - "Da quanto lo conosci?!" – ripetuto secco, la mano al ventre come a trarre forza di perseverare.

Non sapeva perché, non sapeva per chi, non le importava. Le avevano insegnato a bastare a se stessa, lei aveva disatteso quell'insegnamento.

Che amare era stato cedere se stessi e non bastarsi più.

Scansò i pensieri, scacciò l'implosione dei sensi entro la colpa, uscì di nuovo da sé per tornare a bastare a se stessa e dunque, in quell'ottica, a sapere ciò che ormai le era intimamente chiaro, seppur oscuro nei fatti.

Lo sguardo sorresse quello dell'altra.

La sfida si rovesciava.

Oscar François de Jarjayes doveva esser grata all'altra.

Sapeva d'essere in obbligo per via della sollecitudine dimostrata da Roma a scansare dalla testa l'orribile colpa.

Nessuno fa nulla per niente. Fosse anche solo precostituirsi un credito di gratitudine, là dove per le mani non possiede altro che la polvere del proprio ego distrutto dal tempo ch'è scorso…

Che la gratitudine muta e stringe molto più del laccio dell'obbligo e del rango.

Porgere l'invito a rivelarsi diveniva dunque pretesto per accertare l'origine della generosità e al tempo stesso chiavistello per aprire la porta d'una oscura stanza, che pareva essere stata chiusa da tempo e dove Madame Roma era rimasta prigioniera di chissà chi o forse solo di se stessa.

"Tuo padre…" – l'esordio sulfureo…

"Di nuovo mio padre…comprenderai che dimostri di conoscerlo…".

"Sì" – soffocato, quasi vomitato addosso, come se la conoscenza fosse adesso fonte di furiosa rabbia e mesto compatimento.

Oscar trattenne il fiato…

La battaglia verbale orchestrata tra silenzi e ammissioni…

Madame Alexandra Roma tirò un respiro fondo, altrettanto muto, la posa artificiosamente leggiadra, fiera, come se, per un istante, fosse tornata indietro nel tempo, alla giovane avida di vita, incapace d'accettare d'essere messa da parte, rifiutata, respinta per colpa d'una misera parvenu.

La figlia della parvenu era lì, davanti a sé, una sorta di creatura studiata a tavolino, educata meticolosamente ad essere erede del padre, quello stesso uomo che aveva preferito la parvenu a lei…

"L'ho conosciuto quando ero più giovane" - la mano volteggiò in aria, con sufficienza, come a scacciare i tempi passati e l'irruenza giovanile, che i primi evidentemente rammentavano, come a rinchiudere la seconda in quella stanza appunto, perché ormai esaurita e dimenticata.

Quanto giovane?

"Dunque lo conoscevi…".

Il nocciolo della questione era lì.

Oscar François de Jarjayes era la figlia di Reynier Augustin de Jarjayes, l'ultima di sei figlie che avevano reso il padre sempre più cupo e disperato per via della mancanza di un figlio maschio.

L'aveva appreso quando ormai era cresciuta.

Marguerite non avrebbe sopportato altre gravidanze, dunque lei era stata l'ultima possibilità per il padre di ottenere un degno erede per proprio casato.

Come una sorta di merce di scambio.

Il padre aveva abdicato al sogno di un erede maschio, salvando così la vita a Marguerite, e Marguerite, in cambio, aveva concesso di educare l'ultima figlia femmina come un maschio.

Un patto accettabile…

"Inconcepibile!" – sputò Roma, come trasfigurata, come incapace di trattenere e imbrigliare la rabbia, ma astutamente riversandola sulla scellerata scelta, non certo sul peccato originale che ne era stato la genesi.

"Tuo padre ha compiuto un gesto inconcepibile! Lo conoscevo da giovane e poi, quando l'ho incontrato di nuovo, dopo aver conosciuto te, sulla rotta per l'America, ho intuito ciò che aveva fatto. E' stato atroce…e tua madre…".

Lo sguardo sferzò fulmineo, la mano al ventre, l'improvvisa visione di sé, madre, che s'irradiava dal centro del corpo per andare a colpire ogni più piccola parte di sé, ogni più recondito lembo di pelle, ogni poro, ogni pelo, ogni capello, ogni respiro, ogni battito.

Forse era vero che suo padre le aveva reso la vita difficile, ma non l'avrebbe mai rinnegato, né lui, né la sua scelta.

Non era questione di amore o rispetto, dovuti al padre a priori o a prescindere…

Suo padre non aveva gettato nel pericolo la vita di sua madre.

Un altro uomo, al suo posto l'avrebbe fatto. Non avrebbe abbandonato quello che non era solo un desiderio bensì un vero e proprio punto d'onore, un potere assoluto di vita e di morte sulla donna che aveva sposato, una necessità imprescindibile per il bene della famiglia.

Non avrebbe cessato di cercare quel dannato erede fino a rischiare la vita della moglie!

E se lei non ci fosse riuscita, l'avrebbe cercato altrove.

Un'amante capace di generare un maschio…

Ripudiare la moglie…

Le strade erano tante…

Avrebbe potuto…

Suo padre amava Marguerite Georgette de la Tour.

E quell'amore era lì, quell'amore era Oscar François de Jarjayes.

Jarjayes aveva scelto lei, l'ultima figlia femmina, per salvare sua madre, per onorare sua madre, per continuare ad amarla, per trattenerla a sé. E aveva regalato a lei, l'ultima figlia femmina, una vita oltremodo sorprendente, seppur difficilissima.

"Non credo ti spetti giudicare le sue scelte!" – sibilato – "Nessuna delle loro scelte!".

"E invece…" – Roma si morse il labbro, la rabbia sgorgava sulfurea, non le importava della scelta di Jarjayes di educare la figlia come un maschio, quanto che Augustin l'avesse fatto proprio per salvare la moglie, ennesimo schiaffo che provava al mondo intero il loro amore – "Se lui…".

"Che intendi dire…" – inciso – " Se…"

Se avesse scelto te?

Un poco alla volta…

Da lontano…

Era troppo presto…

Eppure…

"Ebbene…se lui ti avesse educata secondo la tua natura…".

"La mia natura…" – basso, quasi roco.

Perdonate mademoiselle…fino a quando la vostra vera natura interverrà per ribellarsi e rivelarvi chi siete?!

La risposta era giunta dunque…

Non era stato possibile imbrigliare la vera natura di una donna, di un essere umano.

Chi sei adesso?

Non era questione di sesso…

Non desiderava essere altri…

"Non intendo sottrarmi alle mie responsabilità…qualsiasi sia la mia natura…".

"Non è solo una tua responsabilità! Sei una donna…le tue scelte non sono libere…".

"Mio padre mi ha educato così…".

Chi sei adesso?

Chiunque fosse stata…

Lei voleva essere libera…

"E allora perché non torni a Parigi e mostri a tutti chi sei diventata? Perché hai accettato di fuggire…se non per evitare la vergogna…prima saresti stata l'amante della regina e poi…".

Oscar si alzò.

Roma si parò davanti – "Che cosa sei?!" – feroce…

Lo sguardo si sgranò…

Incomprensibile, che però quasi l'altra le stava leggendo dentro.

"Perdonami…" – l'anziana tentò d'ammansire le parole – "Intendo, sei stata cresciuta come un uomo. Dunque mi domando se tu non abbia mai desiderato esserlo davvero? Quando ti ho conosciuto…parevi intenzionata a non lasciarti corrompere!? Ciò che è accaduto…ha corrotto la tua essenza!".

"Corruzione?" – fredda ma inorridita – "Che strano concetto…".

"Intendo…avere la loro forza…la loro caparbietà…avere…il loro sesso?! Tutto ciò ti avrebbe salvato?!".

La pioggia cadde addosso, rovesciandosi e contorcendosi entro il rimbombo secco del tuono ch'era corso repentino a scuotere la valle, infiltrandosi nel buio degli anfratti ricamati di luce, appena qualche istante prima.

La tua vera natura…

Di contro alla tua volontà…

"Non potrei mai desiderarlo" – mezzo sorriso di compatimento allo scenario bislacco – "Sono una donna…e…".

"Non puoi o non vuoi?!" – l'incalzò l'altra, di contro sull'orlo del baratro, perché era convinta fosse così che si scardinava l'indole, lo spirito, la caparbietà di un essere forgiato a essere forte, ossia minando la certezza, insinuando il dubbio non solo di essere altro, ma di averlo a tal punto desiderato da ritrovarsi rinnegati da se stessi, rifiutati nella carne e nell'anima.

"Sono una donna!" – sputato addosso, un mezzo sorriso di compatimento, inutile azzardare idioti voli pindarici.

"Forse hai desiderato possedere ciò che hanno loro?!" – rincarò l'altra – "Il loro sprezzo, il loro disincanto, il loro struggersi per un amore impossibile e dunque irrealizzabile e dunque irraggiungibile e per cui è inutile combattere?! Per loro è tutto più facile! Non hanno regole, non nutrono compassione, non si fanno scrupoli! Amano certo! Ma solo fino a quando non si ritrovano davanti al baratro…e allora si tirano indietro!".

"Di chi stai parlando adesso?" – sputò l'altra – "Che razza di uomini avresti conosciuto?".

"Non fare l'ingenua! Tu continui a combattere! Loro no!".

"Che…" - le lacrime salirono…

"Amare senza riserve…senza alcun pericolo…senza…".

Silenzio…

Pioggia…

Risa…

Pelle…

Respiro…

Sguardo addosso…

Battiti…

Un colpo al vetro…

Oscar sussultò…

Roma si distrasse correndo alla finestra. L'aprì che l'aria s'impregnò del sentore immutato dell'erba fradicia dopo corse a perdifiato, mani nelle mani, parole mute, desiderio nascosto nelle pieghe dell'animo…

Nulla…

Non accadde nulla.

La finestra dava s'una specie di baratro di roccia, incredibile che il vetro fosse stato attinto da chissà quale oggetto, forse semplicemente un ramo strappato dalla furia della tempesta.

Oscar si scostò, ascoltando i tuoni che s'allontanavano, portandosi via la eco del battito, il suo e quello del cuore dell'altro.

Le mani al ventre…

Il cuore sussultò…

Un battito unico si riverberò sul palmo.

Non aveva più alcuna certezza, il piede poggiava nell'incomprensione mobile dei secoli, nell'ignominia dell'amore negato.

Le lacrime ricacciate in gola, ascoltò ciò che aveva solo intuito nei giorni precedenti.

Tenne per sé l'instupidita scoperta.

"Questo bambino…" – entrambe le mani appoggiate al ventre – "Come potrei considerarlo…non è un pericolo…".

"Parli così perché sei stata educata a sopportare la fatica, la rabbia, le incomprensioni, i rifiuti!" - fa faccia rugosa s'illuminò, ghermita da un barlume di follia – "Sei stata abituata a farti carico dei problemi altrui. Ma adesso…lui è un problema…se vorrai…io…".

"No!" – secco, negato, feroce.

"Conosco…una persona che…potrebbe…" – balbettò Roma, mani nelle mani, lucidamente folle.

Un altro battito…

"No!" – che si scostò dallo sbarramento, avviandosi verso la porta, che l'altra l'afferrò per un braccio.

Oscar si fermò, il respiro fondo…

"Lasciami!".

La mano si aprì, la voce scadde nell'atona freddezza - "Volevo solo avvisarti che mi assenterò per qualche giorno. La tua risposta mi rincuora. Dunque non avrai in animo di gettarti da una rupe".

"Se non hai altro da aggiungere…".

"La tua famiglia non merita tutto questo!" – tentò di rimarcare Roma, calcando sul senso di colpa, come si conveniva laddove una figlia di buona famiglia, che si fosse atteggiata a uomo o donna, si fosse ritrovata in un simile frangente.

I pugni stretti…

Lo sguardo al cielo nero, gli occhi a scrutare pertugi di stelle tremolanti, mentre la tempesta si allontanava e via via la calma sonnolenza scivolava addosso come una candida coperta di seta.

Lo sguardo si chiuse, colmandosi solo del lontano rumore delle ruote della carrozza che scivolava scura entro la discesa che portava al voltone d'uscita.

Nessun altro suono ebbe pregio di distrarre la stanchezza, se non le campane che annunciavano l'alba e dunque lei si ritrovava sola finalmente e finalmente si addormentava, le mani sulla pancia come fosse un tutt'uno con un essere vivente che non era lei e al tempo stesso era ancora lei.

§§§

Le abitudini smussate dalla condizione…

L'effige al piccolo specchio, la stessa di sempre, eppure per sempre mutata.

Nella calura dell'estate, lo sguardo si colmò, solitario, del mutamento che aleggiava addosso, sbucato d'incanto dal profumo della salsedine aspra, mista a quello della campagna lontana, martellato nella testa, entro i respiri appaiati, lo sguardo arreso, il timore di corrompersi e corrompere il destino, e il desiderio di aversi sempre, entrambi, lei sbocciata appena e subito colta, ubriachi di sé e di se stessi e del sesso di ciascuno mescolato al sesso dell'altro.

Nell'afa appena sporcata da vaganti temporali, Oscar François de Jarjayes si ritrovò sola, circondata da inservienti discreti che orchestravano i gesti entro il tempo impiegato per uscire e camminare e avventurarsi ove conducevano i passi errabondi.

Non una parola, non un commento. Come se lei non fosse umana bensì una sorta di oggetto prezioso da custodire e maneggiare con cura, impossibile da corrompere.

Il tempo scorreva…

Sola…

In realtà non lo era più.

Respira…

Respira…

Respira…

Sì, adesso riesci a respirare…

Adesso respiriamo assieme…

Non sei più sola…

Gli occhi chiusi…

Il volo, frullo d'ali d'un primo volo, impacciato e senza respiro…

La rosa…

Il sentore…

Petali sfiorati…

Gli occhi aperti, di colpo…

Cercare nell'orizzonte latteo e azzurrato la eco dell'impercettibile frullo d'ali.

Lieve risata, lontana, come risalita dalla profondità del mare…

Lo sguardo chiuso di nuovo. In attesa.

Petali di rosa, a sfiorare il ventre…

Battito d'ali impercettibile…

Immobile…

Stupore espanso…

Quella non era la sua vita e al tempo stesso lo era…

Moto perpetuo, indegna solitudine, squarcio d'emozione, battito…

Tuono e fulmine…

Foudre…

Erano giorni ch'era sola…

Erano giorni che non lo era più.

Intuì i bagliori correre lontani, agguantare le nuvole e lambirle, come le lingue di fuoco attendono d'insinuarsi entro la materia legnosa e distruggerla.

D'improvviso colse lo scarto bluastro e grigio tagliare l'aria arancio della sera…

Il frullo impazzito d'ali…

Il battito incuneato entro i dannati brandelli di memoria…

"Che fai…" – inghiottito – "Qui?!".

La memoria cadde entro il frammento di luce innevata, che però lì era quasi il tramonto e non v'era coltre nevosa, non era affatto freddo, la natura semplicemente percorreva l'ultimo tratto di vita intensa, mentre da lontano s'udivano i richiami agli animali stanchi di passi faticosi entro le zolle arate.

Quanto tempo era trascorso da allora?

Il cuore disperso…

L'aria trattenuta in gola…

Lo sguardo lieve…

La chioma scura e lunga…

Il corpo statico e possente, avvolto entro abiti antichi…

L'unico vezzo, il mantello scuro che ondeggiava sotto il sole.

André…

Il sussurro, gli occhi in lacrime per il freddo, la vista ammorbata dalla dannazione indotta dalla commozione…

L'ora del tramonto…

I passi s'addensarono contro la finestra che dava sullo strapiombo, gli occhi seguirono il volo radente del piccolo falco che anelava a recuperare un pertugio nella roccia, forse per riposare le ali stanche.

La bestiola sbatté due volte contro la pietra, risalì quasi esausta per poi ritentare un approdo.

Dunque, forse il colpo contro la finestra…

Si rivestì in fretta…

Il piccolo falco…

Il sorriso di André, lieve, come era sempre stato il suo sorriso.

La realtà tangibile e il sogno…

Due mondi, incapaci d'incrociarsi ed esistere nella stessa dimensione temporale.

I passi sgusciarono fuori, inghiottiti dal dedalo di corridoi stretti e nudi, appena lambiti dalla lanterna cieca che sfidava l'oscurità e il martellante cuore.

Non c'era nessuno che controllava il sentiero imboccato sul far della sera, nessuno dietro a lei, a invocare cautela, parsimonia di forze, attenzione alla sospensione del cuore.

Corse…

Ci provò…

Verso l'alto, l'aria aperta, la tavola piatta di sabbia iridescente, l'odore pungente del viaggio d'un tempo…

Le sue mani, la sua bocca, la sua voce, il bene per lei, l'Amore per lei…

Dio…

Intuì il divario tra la sé di un tempo e chi era in quel momento.

Forse André era giunto sin lì, l'aveva trovata, suo malgrado.

S'immaginò che l'altro l'avesse cercata, nonostante tutto, nonostante il rifiuto fatto di parole sconce e d'amore infinito.

Cosa gli avrebbe detto…

La terrazza aperta…

Lo sguardo sbarrato a cercare il falco…

Il braccio alzato, coperto con lo scialle…

Il cuore batteva forte, la scossa si riverberò entro il ventre…

Lo squarcio nel cielo e nei muscoli s'incuneò attraverso la coscienza…

Il falchetto comparve, sbucando dalla boscaglia abbarbicata sulle rocce a strapiombo sul mare.

Oscar lo scorse, fece in tempo a sollevare ancora di più il braccio, che l'animale riconobbe l'effige e come colpito da una sorta di fulmine, scartò per abbattersi contro lo statico appoggio.

L'incertezza dettata dalla stanchezza…

Lo squarcio s'aprì di nuovo, colpendo il ventre, mentre il corpo scivolava giù, piegato dall'orrido dolore che tranciava il respiro.

Oscar tentò di tenere il braccio teso, il falco impaurito riprese il volo per appollaiarsi entro i rami d'una quercia cresciuta nel pertugio terroso della roccia.

Lo domandò, instupidita, all'animale - "Sei…sola?".

Attese…

Nessuno si fece avanti, nessuno a cingere le spalle mentre le lacrime bruciavano gli occhi, scivolando amare in gola, commiserando l'idiozia indotta dalla speranza.

Moriva il sole…

Il grido…

Il falco spiccò il volo, spingendosi in alto per cogliere il respiro della corrente calda.

"No…" – il respiro corto, le mani a trattenere il peso che pareva piombare il corpo verso il basso, verso la terra che forse l'avrebbe ingoiata.

Il sottile filo si spezzava…

Nessuno intorno, solo le strida del falco…

Tremò, perché non c'era nessuno…

"Non andare via! Resta…".

§§§

Troppi passi…

E' troppo presto…

La coscienza liquida tentava d'arginare la sequenza di verbi e parole e ordini e silenzi.

E' un'incosciente!

Adesso deve restare ferma!

Lo sguardo s'aprì d'improvviso ritrovandosi addosso la faccia terrorizzata di Madame Roma, pallida e tremante.

Quanto tempo era trascorso?

Che importava?

Rimettere assieme i pezzi…

Troppi accadimenti…

Il sole trafisse, gli occhi si chiusero…

La mano nella mano…

"Cara…che hai fatto? Mi avevi promesso che ti saresti presa cura di te!".

Sibilato tra i denti - "L'ho fatto!".

"Non devi muoverti…".

Gli occhi corsero ad altre effigi…

Le mani d'istinto si slacciarono dalla presa della donna, andando a sfiorare il ventre.

Intuì la rotondità ancora più accentuata, un poco più rigida, tesa…

Tacque…

"Ma perché sei uscita?" – chiese Roma, la voce stritolata nel rimprovero – "Sei andata a camminare tutti i giorni?!"

"Non le ha fatto bene…" – fece eco un'altra voce, sconosciuta.

Oscar scorse la figura di un'altra donna, viso lungo e smunto, occhi di brace nera, capelli racchiusi in un crocchio, mani conserte ad una sorta di grembiulaccio grigio che copriva quasi l'intera persona…

"Tacete…" – sussurrò, chiedendo a tutti di restare in silenzio.

"Dovresti…" – abbozzò Roma…

"Taci!" – un grido…

Il respiro annullato…

"Ti supplico…" – sussurrato, il cuore impazzito, se avesse potuto avrebbe fermato anche quello pur di ascoltare il cuore.

Il tocco sbatté contro la pancia, come se la propria voce, il grido, avesse raggiunto le profondità degli Inferi e da lì fosse giunta la risposta muta, che anche se i bambini non ancora nati sono muti, in realtà parlano lo stesso.

Un linguaggio d'ali e buffi battiti sordi.

Si ritrovò a piangere, impossibile fermare le lacrime, mentre ascoltava e s'immaginava un'anima forgiata come una sorta di pesciolino che aveva fatto capolino sul pelo dell'acqua, per farsi notare, per beffarsi dello spettatore, ch'era lì a cercarla, in sospesa disperazione, per poi rituffarsi giù, concedendo un unico schizzo d'acqua come dono d'addio.

Non lo sapeva come accadeva che i bambini decidessero di venire al mondo…

E quando…

"Cara…".

"Andatevene!".

"Che ti accade?".

"Nulla…non accade nulla…".

"Come ti senti?".

"Andatevene…sto bene…".

Roma si ritrasse, il timbro s'indurì, ora che la donna aveva compreso che l'altra aveva intuito muoversi il bambino.

Anche lei era rimasta col fiato sospeso…

La riconoscenza ha un prezzo e il suo prezzo era lì, nella pancia dell'altra.

Quel bambino era la dannazione della famiglia Jarjayes, il marchio impresso sull'altra che era donna, inequivocabilmente e senz'appello, e mai il padre, per quanto avesse fatto e stabilito, avrebbe potuto mutare in un maschio, e mai il padre avrebbe potuto impedire alla figlia di desiderare e amare e rivelarsi latrice di una nuova vita.

Madame Alexandra Roma Lemonde avrebbe potuto limitarsi a restare in disparte, godersi lo scandalo, recarsi da Augustin e rivendicare finalmente quell'amara rivincita dell'essere stata un tempo rifiutata, respinta, scansata per un'altra donna che non aveva saputo far altro che partorire figlie femmine, l'ultima delle quali, per rabbia e disperazione, Augustin aveva deciso d'allevare come un maschio ma che, alla fine di tutto, s'era rivelata un pessimo investimento, una subdola delatrice, un essere d'infimo spessore, molto banalmente e molto semplicemente una donna che s'era fatta mettere incinta…

Il prezzo della vendetta…

Il prezzo…

"Ebbene…sei stata stolta! D'ora in avanti non ti consentirò più di uscire! Ci sarà sempre qualcuno con te! Ti presento Madame de Brinvilliers…Angoulême de Brinvilliers…".

Lo sguardo s'assottigliò all'udire il nome altisonante.

Vaghi ricordi di testi polverosi studiati nei lunghi pomeriggi d'inverno.

Ma soprattutto…

La Marchesa di Brandivillier era colei che adottato Jeanne de la Motte, ma era morta in un incendio.

"Non temere cara. So a ciò che stai pensando. Ebbene rammenti che avevo detto di conoscere la povera Marchesa di Brandivillier? Ebbene…" – una risatina isterica – "Ti rassicuro, madame qui presente non ha nulla a che vedere né con la marchesa che ha adottato la donna tu adesso staresti cercando in Inghilterra e nemmeno con la disgraziata Marie-Madeleine!.*

"Non è necessario…" – riferito alla dama avvizzita e all'altra dama, dal sinistro e dissonante nome.

"Sì invece! M'hanno detto che non hai avuto alcun riguardo di te da quando me ne sono andata! Sei stata a passeggiare tutti i giorni!. Ebbene ti comprendo mia cara, comprendo la tua impazienza ma…".

Una piccola caraffa passò di mano da una domestica a Madame Angoulême de Brandivillier, e quella fece per scioglierci chissà quale polvere…

"Insomma…" – che un bicchiere colmo a metà passò di mano – "Dovresti prenderti più cura di te stessa! Non sei più sola adesso. E dato che non hai accettato di…".

Una smorfia…

Il ventre contratto sussultò…

"Bevi cara. Sai nei miei viaggi, ho appreso come evitare che i bambini commettano la sciocchezza di venire al mondo prima del tempo…".

Il cuore in subbuglio, la mano afferrò il bicchiere…

La riconoscenza mescolata alla paura…

Un sorso, una smorfia…

"Disgustoso!".

"Certo! E' tutto disgustoso!" – sentenziò Roma acida, rifiutando di riprendersi il bicchiere come ad invitare l'altra a sorseggiare la mistura, come a sottolineare che tutta quella situazione era disgustosa, non solo l'amaro medicamento – "Squawroot…così lo chiamano le tribù indiane…".

"Caulophyllum…" – tenne a precisare l'altra donna, Madame Angoulême de Brinvilliers, rimasta in silenzio fino a quel momento – "Mantiene quieti sia la madre, sia il bambino…".

Un'altra smorfia al secondo sorso.

Se fosse servito…

Vedere il volto del bambino…

Fuori da sé, distante da sé…

Abbracciarlo certo e cullarlo magari, ma anche distogliere il peso da sé, tornare a camminare speditamente, muoversi, saltare, correre…

Fuggire…

Fuggire…

Togliersi di dosso la colpa…

La mente esausta, rimbalzata tra la vergogna di pensarsi distante dalla propria creatura e lo smacco d'aver ceduto al desiderio, e l'orrore d'aver infangato il proprio voto di fedeltà al rango, alla famiglia reale, al padre…

Il cuore disarmato…

Lo sprezzo dovuto al rammarico…

Come si fa a diventare madre?

Lo si è a prescindere?

Lo si impara oppure la natura fa da sé, come l'amore, come la vita, e nulla si può se la coscienza si distrae e si pensa distante…

La mente prese a correre a ritroso.

Le due donne in silenzio si misero a riassettare la stanza.

Il futuro sarebbe stato più certo, se il passato fosse stato chiaro?

Se avesse compreso quando quel bambino aveva messo radici nel suo ventre…

Ma in fondo, cosa sarebbe mutato quando anche avesse compreso quando e dove…

Feriva rammentare - ogni volta che ricadeva nel passato - la stretta delle dita, i pollici a lisciare la pelle, i muscoli profumati di sudore tiepido, la bocca dischiusa in attesa dell'ennesimo bacio che giungeva dopo risa screziate e morbidi morsi sulla pelle e sul sesso.

Feriva ammettere ch'era stato puro desiderio…

Averlo su di sé, nell'istante in cui lei l'aveva chiesto, nell'istante in cui lei non era nessuno e diveniva, in quell'istante, essenza dell'altro…

Non era Oscar…

Non era contessa…

Non era colonnello…

Non era figlia…

Non era amante…

Non era amica e neppure sorella…

Era…

"Sei fortunata…" – l'interruppe Roma, sedendosi di nuovo accanto al letto.

"Che stai dicendo?" – occhi chiusi, il respiro placato chissà se dalla mistura oppure per via che il bambino s'era acquietato e non parlava più, se non attraverso tenui e leggeri movimenti.

"Una qualsiasi altra donna al tuo posto sarebbe incorsa nelle ire del padre, sarebbe stata scacciata e rifiutata dalla propria casa. Ma tu hai una posizione del tutto particolare. Sei un soldato. E dunque è stata una fortuna che tu sia stata comandata di cercare quella contessa. Sei in missione adesso, dunque nessuno saprà mai ciò che sta accadendo. Eppure…anche se sei stata allevata come un maschio, hai avuto la fortuna di donare la vita. Credimi, non è così scontato che accada nell'esistenza di una donna. E nonostante questo, la tua vita non muterà…".

Le parole si persero nell'aria tiepida della sera senza luna.

Il pensiero corse al falco ch'era scomparso di nuovo e non si era più fatto vedere da che si era appoggiato solo per un battito d'ali sul braccio.

La tua vita non muterà…

"Ti sbagli…" – sussurrò muta come se l'anziana confidente fosse ancora lì – "La vita muta di continuo…".

§§§

La vita muta…

Che sia dal giorno alla notte…

Che sia per via d'una sottile nuvola che solca lenta il cielo…

Che sia per il mutare costante delle stagioni…

Che sia per via di un'onda che si abbatte, schiantandosi, sulla rena asciutta…

La vita muta costantemente, sempre diversa e sempre la stessa.

Ch'eruppe sinistro il colpo spuntato dal ventre…

Di notte, l'ennesima notte, le lenzuola scagliate via, il respiro strappato alla rabbia…

Quanti giorni erano trascorsi da che era lì?

Quante settimane…

Quanti mesi…

Era sempre stata abile a tenere a mente lo scorrere del tempo, segmentato entro le quantità stabilite dalle leggi, ma anche inconsciamente osservato attraverso il proprio corpo attinto da mutamenti e rivolgimenti di sangue e luna.

Si era accorta, scorrendo stancamente al paesaggio durante l'ennesima passeggiata - incurante della richiesta di Roma di mantenere i passi in piano, senza eccedere né in discese, che poi sarebbe stato necessario risalire su, fino alla casa, né in salite che però portavano all'ampia terrazza - del mutamento della tinta dell'aria, che pareva più acuta adesso e quasi trasparente, come capace di vincere con la propria forza umida lo stanco calore del sole, che dunque non aveva più pregio di gonfiarla, ammorbarla, intorpidirla di salsedine e miraggi evanescenti.

Gli arbusti lontani e quelli che sfioravano l'orrido, giù per la scarpata, ingiallivano e morivano, via via spogliandosi del mantello verde, sempre più debole, al punto che il vento dell'oceano aveva sincera forza di sollevare e sparpagliare mulinelli di foglie, così come di spingere velocemente strisce di nuvolaglia piovosa e grigia verso l'orizzonte imperlato di pioggia.

Dunque l'approssimarsi dell'autunno…

L'aria pungente feriva lo sguardo, l'azzurro si velava per via del freddo, mentre nella salita gli occhi tentavano di scorgere il piede, almeno la punta, ma solo al prezzo d'un passo troppo ampio che finiva per compromettere lo sforzo della camminata.

Era autunno dunque…

Dunque era accaduto allora, poco prima o poco dopo…

La destra afferrò il lenzuolo, poi la sponda del letto…

L'ennesimo ordine…

"Devi bere questo!".

La sostanza aveva mutato sapore, non più disgustosa ma dolce, zuccherosa, diversa…

"Che cos'è?".

"Cara non preoccuparti, Madame de Brinvilliers sa il fatto suo. L'ho chiamata appositamente per il tuo bambino. Ti aiuterà a farlo nascere".

"No…".

"Come no?!" – si schermì Roma – "Che stai dicendo? Non vuoi sollevarti da questo peso? Quando il bambino nascerà sarai libera! Potrai tornare alla tua vita e tutto sarà risolto!".

"E' troppo presto…" – la nausea saliva mentre il cuore pareva uscire dalla gola, il ventre squarciato. come dilaniato da cani furiosi – "Non è ancora il momento".

Le parole uscivano a stento…

Tutta la coscienza e le forze erano impegnate ad attendere il colpo di spada, accoglierlo e contenerlo, così da non rischiare d'impazzire.

Era troppo presto?

Troppo presto per separarsi, anche se in fondo non aveva desiderato altro che accadesse?!

Che però se fosse accaduto al bambino di separarsi da lei, troppo presto…

Che sarebbe accaduto?

Il grido eruppe…

"Suvvia!" – Roma si alzò, batté le mani e tutti quelli ch'erano nella stanza…

Quanti erano…

Se ne accorse Oscar, ch'erano lì, tutti lì, le facce delle domestiche scorte durante le giornate di solitudine, visi giovani e stanchi, antichi e feroci di rughe di sprezzo, i volti dei pochi domestici scrutati mentre accarezzava il muso dei cavalli ricoverati nella piccola scuderia.

Quanti erano?

Non li aveva contati, se n'era scordata…

Già non li rammentava più, che l'ennesima sferzata costrinse a rattrappirsi, smorzare il respiro, accogliere come una pallottola sparata addosso, la selva di spine che bucavano i muscoli.

Tutti uscirono per ordine della padrona.

Soltanto Angoulême de Brinvilliers rimase, attenta all'evolversi di quella che negli occhi della donna si leggeva essere una sorta di punizione divina, inflitta a colei che aveva desiderato e per questo meritava di vivere la dolorosa ignominia di un parto senza legge e senza benedizione.

"Non è il momento!" – sputò Oscar trafitta dalla conta dei giorni, delle settimane, dal dubbio…-"Che mi hai dato da bere?" – schioccò instupidita – "E' troppo presto!?".

Roma si alzò, che lei tentò di scansare via la donna…

Il prezzo della vendetta…

La mano di Roma si posò sul ventre, lo spinse che Oscar fu costretta a indietreggiare per evitare che la spinta si riverberasse sul bambino…

Il prezzo della vendetta…

"Non capisci?" – prese a sussurrare Roma – "E' per il tuo bene. Metti al mondo questo bambino e sarai libera! Prima accadrà e prima tornerai alla tua vita…".

"No!".

La contrazione riprese a mordere il ventre, quando anche avesse voluto non avrebbe compiuto un passo…

"Grida pure cara. Non c'è nessuno. Non avere vergogna di chi sei…qui sei semplicemente una donna…una donna che metterà al mondo un bambino…".

La mano destra di Roma sfiorò la mano destra, avvolgendo il polso in una candida sciarpa di seta…

La mano sinistra di Madame de Brinvilliers sfiorò la mano sinistra, lo stesso gesto…

Un grido…

Un altro…

"Stai tranquilla…tutto passerà!" – le parole di Roma mescolate a gesti assurdi…

"Liberami!".

"Potresti ferirti. Penseremo al bambino…hai ragione è presto ma io non riuscivo più ad osservarti così affranta…".

"Che hai fatto!?".

"Nulla…cara…non mi hai detto…".

"Che hai fatto?" – il ventre squassato, le mani a torcere i lacci – "Tu…tu conoscevi già mio padre! Dimmelo! Tu lo conoscevi…lui…lui non ti ha voluto!?".

La provocazione eruppe, unica strada per squarciare il velo, costringere l'altra a scoprirsi…

"Cara…".

"Finiscila dannazione!".

"Ma se anche fosse…te l'ho detto…" – abbozzò Roma un poco spaventata che l'altra non fosse sufficientemente furiosa contro se stessa – "L'ho fatto per lui. Sì…lo ammetto…gli ho voluto bene e tu hai infangato il suo nome, la sua scelta…".

"Che cosa vuoi?!".

"Ma non comprendi? Aiutarti a liberarti di questo bambino…".

"Liberarmi?!"

"Ma non è ciò che vuoi anche tu?".

Il cuore impazzito…

Roma s'avvicinò al viso, Oscar tentò d'afferrarla, le mani bloccate, il grido…

"Tuo padre non dovrà subire la vergogna di avere una figlia che ha infangato il suo nome. Hai accettato il mio aiuto, era inteso che lo volessi anche tu! Sei una donna finalmente e tuo padre ne morirebbe! Se sapesse ciò che sta accadendo…lo prenderebbe come il suo peggior fallimento. Dimmi…avresti preferito che lo sapesse? In fondo così avrei avuto la mia vendetta. Vederlo soffrire…sarebbe stata la mia rivincita. Invece io onorerò ancora una volta il mio affetto per lui…".

Folle…

Vendetta…

Rivincita…

"Liberami!"

Uno straccio sulla bocca…

Il sapore dolce…

Le pareti ondeggiarono, i volti presero a divenire liquidi veleni…

"Presto sarà tutto finito…".

"Non farlo…".

"Non soffrirai…".

"No!".

Voleva liberarsi della colpa…

E si aggrappava alla colpa come unico e ultimo legame…

Non con l'altro, ma con se stessa.

Se anche non l'aveva desiderato, diventare madre, adesso lo voleva, non per se ma per quel bambino.

Il coraggio di vivere, a tutti i costi…

Vuoi…

Un grido, l'ennesimo mentre il ventre si squarciava…

Muori…

Il tempo infinito…

Esile sollievo mentre la gola bruciava…

Gli occhi corsero alle due donne.

Pareva si prodigassero, asciugavano la fronte, sistemavano i cuscini…

"Liberami…".

"Non ancora…".

"Come puoi…".

"E' per il tuo bene cara…".

"Non puoi pensare che questo sia il mio bene…voglio vedere questo bambino…voglio…".

"Respira!" – l'ordine…

Combatteva, che non sapeva più se voleva vederla quell'anima nuova, oppure no, era ancora presto, non era ancora il tempo, non era pronta.

Stupida, non lo sarai mai!

Una mano sulla fronte a cacciarle giù il viso, come fosse un animale che non doveva vedere, osservare, scrutare, scorgere il corpo, il proprio, contorto e brutto nello sforzo di liberarsi della colpa.

Tutto ha un senso, non il senso del tutto però.

Tutto diviene e cambia sostanza…

Tutto in un attimo a racchiudere il senso delle cose e delle domande e della vita vissuta e di quella che verrà.

Un'unica risposta…

La propria vita diviene altro, diviene di altri…

Altro da sé e lui…

Lì però non c'era senso a ciò che accadeva…

Il cuore si perse nell'istante in cui neppure la voce ebbe forza d'uscire…

Il respiro troncato…

L'affanno delle due donne…

Lo squarcio nella mente…

Non sarebbe neppure riuscita ad abbracciare nessuno…

"Sta nascendo…coraggio cara…" – Roma l'incitò ancora – "Dimmi...il suo nome…come vorrai chiamarlo?".

Un altro grido, rantolo di sprezzo per la propria stolta incapacità di eseguire gli ultimi ordini, desiderio contrapposto di non eseguirli, come se le avessero ordinato di nuotare per salvarsi e invece un'onda la stesse sommergendo e lei fosse senz'aria, senza forze, senza speranza.

E davvero non ci fosse più alcun coraggio di vivere…

Non c'è un modo giusto o sbagliato di diventare madre…

Non si è madre…

Lo si diviene, nel groviglio degli strappi di coscienza, negli occhi della mente che si posano a rami spogli appena baciati dal sole, nei passi silenziosi entro la brughiera nebbiosa, sul calar della sera, nel cuore smarrito dall'oscurità che avanza alle spalle e nessun rifugio ove poggiare la delusione di vivere.

Non si è madre…

Lo si diviene, nel timore di non essere abbastanza forti, abbastanza sprezzanti…

Non si è madre…

Lo si diviene nell'istante in cui il corpo si divide dall'altro corpo ed esso diventa entità a sé, altra, vicinissima ma distante, non più legata…

Nessun suono…

Nessuno strappo…

"…" – un sussurro impercettibile, il nome sibilato senza voce…

Silenzio…

Il respiro aggrappato alle disperate contrazioni del ventre che rifiutava tutto quanto ormai inutile…

Silenzio…

"Voglio vederlo…" – sussurrato mentre il dolore lasciava via via liberi i muscoli e la coscienza e la fatica prendevano piede annebbiando la vista, incutendo tremore agli arti incapaci di restare fermi.

Silenzio…

"Cara…" – Roma s'accostò al viso – "Sei stanca…riposa adesso…è tutto finito…".

Silenzio…

"Voglio vederlo!" – più forte, come impazzita, la voce irriconoscibile…

Madame de Brinvilliers slegò i polsi che caddero come morti sul lenzuolo fradicio, il corpo disperatamente abbandonato per lo sforzo, il cuore che a poco a poco rallentava e chissà, se non fosse stato davvero un cuore, si sarebbe pure arrestato per sempre.

Lo sguardo intuì il movimento…

Un fagotto di panni, chiuso e silente passò di mano.

Madame de Brinvilliers si mantenne vicino a lei, Madame Roma fece un passo indietro, verso la porta, aprendo la maniglia, il groviglio di stracci in mano.

"E meglio di no…".

"Che stai dicendo…" – tentò di scendere dal letto, tentò di riagguantare i pensieri, il senso di colpa, il peso, il desiderio di correre di nuovo via, il rifiuto del bambino…

Ora avrebbe potuto vedere quel bambino fuori da sé, distante da sé, così d'abbracciarlo certo e cullarlo ma anche posarlo altrove, distogliere il peso da sé e tornare a camminare speditamente, muoversi, saltare, correre…

Fuggire…

Fuggire…

Togliersi di dosso la colpa…

Come si fa a diventare madre?

Lo si è a prescindere?

Lo si impara…

Oppure la natura fa da sé, come l'amore, come la vita e nulla si può se la coscienza si distrae e rifiuta…

Tutto s'abbatté addosso come l'onda enorme, la stessa che l'aveva risucchiata nel vortice dell'oceano…

"Cara…" – un altro passo indietro, il fagotto stretto addosso – "Adesso puoi dimenticare tutto. Ogni cosa tornerà come prima…".

"Dici menzogne! Nulla potrà essere come prima…".

"Sì invece! I figli in fondo sono creature di Dio…".

Il passo contro l'altra…

Il passo contro di sé…

L'amore non cura e non guarisce…

Dio…

"Non l'hai voluta davvero!" – parole incandescenti contro il ventre putrido e sanguinante – "Così Dio se l'è ripresa con sé. Questa piccola creatura era di Dio ed è tornata a Lui".

E allora…

Mî – ka – El…

Chi è come Dio?

* La Marchesa di Brandivillier aveva adottato Jeanne de la Motte. Marie-Madeleine d'Aubray, Marchesa diBrinvilliers(Parigi,6 luglio1630Parigi,17 luglio1676), è stata unanobileeserial killerfrancese. Si gioca sull'assonanza dei nomi!

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