I seem to have attracted a troll reviewer, please just ignore them!
Capitolo un poco lungo e un poco complicato per via dei "rimbalzi temporali". Grazie a tutti per la lettura.
Ascolteremo nella calma stanca
la musica remota
della nostra tremenda giovinezza
che in un giorno lontano
si curvò su se stessa
e sorrideva come inebriata
dalla troppa dolcezza e dal tremore.
Sarà come ascoltare in una strada
nella divinità della sera
quelle note che salgono slegate
lente come il crepuscolo
dal cuore di una casa solitaria.
Battiti della vita,
spunti senz'armonia,
ma che nell'ansia tesa del tuo amore
ci crearono, o anima,
le tempeste di tutte le armonie.
Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l'amore disperato
verso tutte le cose.
Cesare Pavese
The Second Hand Ticks
Audiomachine
Like a fallen angel
Il passo malfermo minò l'equilibrio, la spalla colpì sgraziata il muro freddo e polveroso del cunicolo stretto e nero, percorso tante volte prima di allora, facendo attenzione al pavimento un poco sconnesso per via di pietre avvallate e mancanti.
Non serviva più restare all'erta, riguardarsi, ma ugualmente non aveva più forza di mantenersi diritta.
Il colpo si riverberò entro i muscoli, ficcandosi nel costato, rimbombando nel ventre ormai vuoto.
Quasi cadde, la mano a tentar di afferrare, graffiandolo, il muro freddo.
L'ultimo frammento scorto dagli occhi galleggiava ormai entro liquide immagini che parevano non appartenere più ad alcun tempo, come se in realtà nulla fosse accaduto, nulla d'altro avesse interessato la sua vita, se non un mero accidente di passaggio, un evento ormai trascorso e perduto nei meandri del passato.
L'immagine di Roma, vicinissima al viso, le dita un poco secche e nodose ad accarezzarle la faccia.
La gola secca…
Rammentava l'arsura che impediva di parlare, gridare, muoversi, staccare il dannato corpo dal giaciglio appiccicoso di sudore, lordo di sangue, il proprio e di colui ch'era nato e che lei non aveva potuto conoscere.
Rammentava l'orrido rossore che invadeva il candore delle gambe…
Rammentava l'ultimo sussurro…
E' necessario che il sigillo di Nostro Signore scenda su questa creatura, il prima possibile. Me ne occuperò io…
Rammentava d'aver imprecato…
Sarebbe spettato a lei…
Dio…
Dove sei?
Il piede riprese il passo verso la flebile luce esterna, l'alone lunare sinistramente adagiato sulla morbida e infinita distesa mobile attorno a Mont Saint Michel.
Il vuoto parimenti attorno, l'orrida visione della solitudine che correva entro le vene, impossibile da scacciare.
Sarebbe stato semplice ammettere che tutto era stato frutto del castigo di Dio.
Attendere un figlio…
Lo stupore d'essersene accorta sull'orlo del baratro, caparbia nel perseguire la propria vita, sorda alla vita altrui, persino quella che cresceva dentro di sé.
Sarebbe bastato semplicemente ascoltare se stessa.
La rabbia dettata dall'incapacità s'era sommata alla vergogna.
Lei, Oscar François de Jarjayes, incinta di un uomo ch'era uscito dalla sua vita ormai da anni, un uomo che l'aveva rifiutata più e più volte, un uomo che lei aveva cercato e desiderato sino al punto d'imporgli di restare e morire lì, dentro di sé, compromettendo per sempre la vita di entrambi.
Asciutta dannazione…
Immenso vuoto…
La mano al ventre, divenuto arido scrigno, tomba vuota, capestro a cui impiccare per sempre la propria esistenza…
Quell'anima non c'era più.
Il dolore a stringere la gola, immaginando dunque che Dio, proprio Dio, avesse accolto il suo più profondo e distruttivo desiderio.
Liberarsi della colpa, liberarsi del fardello.
No…
Dio…
Dove sei?
Se Dio esiste…
Come potrebbe accogliere un simile desiderio?
No, una simile richiesta può essere solo degna dell'Angelo Caduto che si è creduto Dio o di quell'Uomo stolto che si è creduto Tale…
In lontananza si rincorrevano bagliori di luce aggrovigliata, nera, roboante, infernale.
Lì non c'era più nulla, nemmeno lei c'era più.
Scacciare via tutto…
Le dita a stringere la balaustra in pietra, i muscoli rigidi e freddi scivolavano giù, disgregandosi in piccoli e struggenti carezze di sudore, respiro, capelli, storia.
Quella non era la loro Storia…
E lei non era più Oscar François de Jarjayes.
Chi era?
Importava sapere chi era?
Chi era?
Importava sceglierlo?
Tutto inutile…
Non lo sapeva chi era, non poteva scegliere chi essere…
Annegare…
Morire…
Sparire…
Continuare a essere e a non essere più…
Tutto e niente…
Una rosa...una rosa è una rosa, che essa fiorisca bianca o rossa...
Dio...
Che tu sia dannato...
Che significa!? Vorresti dire che una donna sarà sempre una donna...in ogni caso!?
Dio...
Era così semplice?!
Scivolava la mente, giù nel baratro tiepido dell'assenza di sé.
Si perdeva la coscienza, tanto valeva si disperdesse anche il corpo.
Che nella spasmodica ricerca di un motivo per vivere, spaventosamente assurdo, idiota e senza senso, quello le si era affacciato alla mente.
Fuggire…
Anche se fuggire non serve a niente…
Via…
Via da Parigi…
Per qualche ora s'era ritrovata smarrita, inghiottita da quella sorta di scompenso mentale, l'insana smania di cedere a se stessa.
Aveva compreso non sarebbe stato facile.
Ma la coscienza è tenace, seppur addomesticata dai sensi, la volontà è forte, seppur piegata dal dolore. Il corpo è solo un mezzo, addestrato a piacimento.
Come suo padre aveva fatto con lei, così lei l'avrebbe imposto a se stessa.
Disperdere il patrimonio di onestà e frantumare ogni resistenza.
Sputare su chi era stata, rinnegare il rango, il passo, il ruolo, l'uniforme…
Rinnegare il sesso…
Rinnegare d'essere stata donna, d'essere stata madre, anche solo per il tempo di veder morire il proprio figlio.
Dio…
Ma che cos'è che detta l'essere umano?
Il sesso, il cuore, lo sguardo, il passato, il futuro?
Chi sarebbe stata se non pallida ombra di ciò che era stata nel passato?
§§§
L'epilogo…
Se avesse finto sarebbe stato meglio…
Se fuggire fosse la soluzione…
La storia sarebbe stata quella di sempre, il dolore quello stabilito.
L'epilogo galleggiava ora dallo sguardo fisso, fermo, statico, al liquido appena versato nel bicchiere, buttato giù, in ascolto della discesa della mistura che infastidiva dapprima, a corrompere le viscere, e appena dopo inebriava la coscienza, via via dissolta nell'amarezza del nulla.
La mano pulì la bocca, il bicchiere appoggiato, la destra alla bottiglia per riempirlo di nuovo.
L'epilogo…
Rimbombava di fuori l'aere trafitta di pioggia e boati bassi e severi, l'umida stoffa addosso odorava di salsedine e campagna in burrasca.
Mont Saint Michel era ormai lontano. L'ultimo domestico congedato in fretta, i pochi bagagli composti di notte mentre la febbre pulsava nelle tempie e il ventre doleva della perdita assoluta.
Non era riuscita a udire neppure un flebile vagito.
Nessuna voce, come se l'anima appena nata avesse deciso di opporsi a lei, punirla per la colpa, il disamore, il rifiuto, la paura.
S'era procurata alcun fasce, impossibile nascondere d'essere divenuta madre in quel momento, così si era ritrovata a soggiogare gl'ingrati muscoli che avrebbero dovuto nutrire e invece erano ormai lacerati e distrutti.
S'era procurata un cavallo ed era fuggita via, nell'esiguo pertugio del tempo della bassa marea, come pellegrino che non aveva ricevuto alcuna grazia, non aveva trovato alcun Dio - Dio neppure s'era rivelato o forse l'aveva fatto, seppure in maniera incomprensibile e troppo ardua per una fede vacillante e sgraziata.
Dio…
Chi è come Dio?
Non appena gli zoccoli avevano toccato la terraferma, lo sprone all'animale era stato verso sud e non verso nord come avrebbe dovuto essere.
Che lei avrebbe dovuto essere in Inghilterra e di certo là, chiunque avesse avuto in animo di cercarla - casomai qualcuno ancora non si fosse rassegnato alla sua perdita pressoché totale di intelletto e volontà - l'avrebbe cercata.
Se fuggire fosse la soluzione…
Sì ma se non c'è più nulla da cui fuggire?
Nulla era più come doveva essere.
Nulla era più come era stato convenuto da sempre nella sua vita.
Tre giorni di viaggio in solitudine e poi s'era rassegnata a trovare un luogo asciutto ove concedere riposo a sé e alla povera bestia.
Sterpaglie di canne gialle…
Distese d'acqua palustre sdegnosamente salmastra…
Cielo e erba…
Aria e acqua…
Lì, in quella notte scura, nel tepore della solitudine stringente d'una bettola di fortuna, era giunta, schietta e nera, la voce che al sud cercavano mandriani, tori o cavalli non faceva differenza.
Nessun confine…
Nessun genere…
Nessun ruolo…
Mi sembrate un poco esile per lavorare con i cavalli! Sapete stare in sella vedo…ma il resto?!
L'abbozzo del tenutario de Le Domain Ricard aveva colpito nel segno, quando il cavaliere arruffato e sporco, spuntato dal nulla di strade polverose e mute, s'era presentato per chiedere di lavorare con i cavalli.
Il nuovo arrivato, s'era dato da fare, dimostrando di saper cavalcare bene, di comandare a dovere gli animali e si era pure disturbato a puntare la baionetta contro due ladruncoli che avevano tentato di scortare due o tre giovani cavallini lontano dalla mandria.
Ci sapeva fare quello e poi aveva addosso un'aura severamente triste, degnandosi di spendere che poche parole fredde, come sospese sull'orlo di una voragine sconosciuta eppure nobilissima.
Quando però l'ospite polveroso, accettato per la mansione di mandriano di cavalli, s'era visto assegnato come alloggio un giaciglio di paglia tenuto assieme da una copertaccia lurida, nell'angolo in fondo a una specie di casermone squadrato, bianco di calce, solidamente piantato tra i grovigli di canne e sterpaglie che l'avvolgevano come fosse antro immondo, e dove erano ammassati tutti i servi al pari degli animali da compagnia o da soma, gitanes e guardians tutti assieme, con al seguito mocciosi e vecchi genitori e sorelle, aveva speso un banale ma sferzante ragionamento.
Non poteva restare in quel luogo, con il rischio di ritrovarsi scoperta e smascherata.
Nessuna sontuosa pretesa, l'unica condizione imposta era lontano da altri occhi di gitanes, guardians e domestici.
Dio…
Se Dio esiste, non può commettere errori…
E se Dio non esistesse, mai un Essere inesistente potrebbe commettere errori.
Lei era una donna.
L'errore era lei stessa.
Il resto…
Che fa di solito un uomo per dimostrare d'essere un uomo!?
Quello! Ossia figurarsi uomo con un'amante al seguito!
Aveva deciso in fretta, come sempre, la freddezza come stile di vita, alzando la posta, un salario più basso in cambio di un certo consenso.
Lo spunto se n'era uscito rischioso e freddo, così che, per non destare quella tanto riprovevole riprovazione, sarebbe stato sufficiente un riparo, fatto pure da assi tarlate.
Preannunciò al tenutario l'insolente e sprezzante provocazione, che quello aveva storto il naso - non ce le voleva certe giovani dentro la sua casa - e ancora un poco l'avrebbe mandato a quel paese il novello mandriano, che non avesse avuto l'ardire di destare vergogna e ribrezzo, portandosi appresso una dama – sguattera o di compagnia che fosse – dalla pelle della stessa gradazione scura di certi cavallucci pezzati, frutto di chissà quale increscioso danno di natura, e rischiare così d'infangare l'integerrimo nomignolo del padrone delle terre. Che quelle servette erano solite abitare nelle bettole, e poi se ne stavano tra loro, dormivano altrove, diverse e divise dagli altri.
Di che sarebbe vissuta dunque?
Dunque dopo aver visto quell'alloggio di fortuna, e aver dormito sotto la coltre nebbiosamente stellata, poco lontano dalla palude, accanto al fuoco per non rischiare d'essere divorata dagli insetti, se n'era andata due o tre volte in quella strana bettola, stretta tra case in muratura bianca e rossa e magazzini azzurri e scrostati e baracche di maniscalchi e fabbri e armieri e tessitori di reti da pesca.
E lì, alla fine, l'aveva riconosciuta.
O meglio…
Aveva incontrato e dunque scelto colei che faceva al caso suo.
L'epilogo…
Il vociare attorno infastidiva un poco i sensi.
Il vociare vivo, l'andirivieni di quelli che non sapevano nulla, estranei nella propria vita ma complici incoscienti dell'esistenza bruciante e piena, che non fa sconti, nascosta entro le pieghe di esistenze altrettanto sconosciute o forse davvero schiacciata da esse.
Ancora due o tre bicchieri e il fastidio si sarebbe tramutato in sommesso rollio, tiepido riflesso dell'ammorbato animo.
Sentore di bourride, anchoïade...
Sapori pungenti, un poco estranei a quelli da sempre conosciuti.
In fondo l'estraneo, che sia pietanza o luce ariosa e riflessa tra cielo e mare o cadenza dialettale o volti bruciati dal sole o sottane roteanti a sgusciare tra i tavoli, non intimoriva, là dove esso avesse avuto pregio di colmare il vuoto, così da sollevare e annebbiare la conoscenza, quando quella s'intestardisce a imbastire continui ragionamenti, col fine di colmare l'ignoto attraverso le proprie predisposizioni d'animo e i concetti già appresi.
L'estraneo aveva così forza di catturare l'attenzione, distogliere da quel che già era dolorosamente noto.
In fondo, di estraneo v'era poi solo il vestiario di bailes, gardians e gitans, seduti ai tavoli a intrattenersi sui tempi degli spostamenti delle mandrie, sbiechi sguardi moreschi, rughe di fatica, visionarie distese palustri che ambivano a raggiungere il mare.
Null'altro era diverso dal solito, nessun'altra variazione.
Era dunque come se si fosse stati nel cuore di Parigi.
Risatine…
Schiocchi di dita…
Schiaffi alle mani…
Scherni di vergogna o corteggiamenti arguti?
Nell'estraneità del luogo era dunque più facile dimenticare e concentrarsi sull'unica domanda che da sempre l'aveva soggiogata, oltre la propria educazione, oltre il proprio passo, oltre il ruolo che le era stato cucito addosso.
Chi era lei?
Uomo o donna?
Nella lontananza, nell'essere stranieri in una terra solo immaginata, la mente danzava e ripercorreva i passi della discesa entro la propria dimensione umana, schiaffeggiata dal destino, sballottata dalla volontà altrui.
Avessi finto sarebbe stato meglio…
Alzò lo sguardo dal bicchiere, l'azzurro un poco lucido seguì le spalle di una giovane cameriera che serviva ai tavoli.
Risorsero i ricordi…
Miss …Mademoiselle Claire Donovan…come preferite monsieur…e voi…
Oscar François de Jarjayes…
Oh…
Il nome…
Il nome declinato…
La mano afferrata, la pelle morbida, affatto abbruttita dal lavoro di sguattera.
La giovane dunque doveva avere altre mansioni…
Siete…francese?
Lo conoscete…il francese intendo?
La mano lisciata nell'incavo un poco sudato…
Altro vino versato…
Rammentò.
Dunque avrebbe potuto essere chi voleva.
Le avevano insegnato a essere un uomo, non l'aveva mai trovato spregevole o assurdo, con tutto che forse quella era stata la sua rappresentazione più riuscita, recitata al meglio, a seconda di quelli che avesse avuto di fronte a mezzo di battute, gesti, insulti.
Recitare è ingannare in fondo, impersonare un altro, per vigliaccheria o superbia, per necessità o noia.
Recitare è ingannare, innanzi tutto se stessi, per ingannare gli altri.
Era vissuta di inganni.
L'inganno è rassicurante.
Tiene lontano dall'essenza di se stessi, dall'osceno, dal tedio, dalla ribellione.
E aveva recitato bene la sua parte, non tanto perché essere uomo garantisse impunità o privilegi o vantaggi sul genere femminile - in certi casi una donna poteva vantare rendite, appoggi, ricchezze ben più sopraffini e sottili di quelli che si sarebbe potuto permettere un qualsiasi uomo, entro un ventaglio di suadenti moine, studiati silenzi, imperiose sceneggiate, stucchevoli manfrine, cinismo, apparente pietà…
No, non era per questo.
Semplicemente lei conosceva meglio quella parte, l'aveva recitata da sempre, seppure aveva poi avuto il sacrilego privilegio di scivolare in quella recita misteriosa ch'era stata donare la vita.
Lì, non era riuscita nell'intento, aveva fallito.
Perché mai dunque opporsi al destino?
Oscar François de Jarjayes era davvero un uomo.
Sotto le sembianze maschili, avrebbe avuto modo di proteggere la parte più pura di sé, la più debole e nobile al tempo stesso, la più noiosa e fallace.
Non avrebbe più finto d'essere una donna che recitava la parte di un uomo.
Lo sarebbe diventato davvero.
Monsieur…da qui sono passati molti francesi…diversi anni fa…ora non più. Voi siete il primo dopo tanto tempo…
E com'erano questi francesi?
Belli monsieur! Belli come voi! Non avevo mai visto uomini così belli come quelli che ho conosciuto tre anni fa…ce n'era uno…si…un vero gentiluomo…oh monsieur…arrossisco ancora al pensiero!
E assieme a lui ce n'era un altro…ecco…un altro che… ho compreso fosse nobile…come si dice da voi…in Europa…sono restati qualche giorno e poi hanno ripreso la via dei Fingers Lakes…
E che è accaduto quando erano qui…
Mi hanno raccontato com'era la Francia…uno di loro mi ha detto che c'è un palazzo enorme dove dentro ci abitano il re e la regina…un po' come in Inghilterra ma almeno…ecco il re francese non sembra così matto come quello inglese…uno era triste in realtà…ci ho parlato poco…
…
Monsieur…
Una carezza…
Rammentò come si fosse diramato, come edera velenosa, l'intenso desiderio di amare, serpe diabolica ormai impossibile d'acquietare, amare e basta, senza cuore, senza futuro, senza alcun desiderio d'osservare l'altro accanto a sé.
Io rammento solo che quell'uomo era un eccellente…gentiluomo…
Un uomo triste…
Un eccellente gentiluomo…
André che parla di amanti…
André che esce di notte…
Monsieur…quell'uomo aveva un volto così bello…occhi chiari…capelli scuri…tutto l'opposto di voi…in un certo senso era come se lui fosse ombra…mentre voi…
Gli occhi si sollevarono dal bicchiere tornando al corpo della giovane donna che continuava a servire vino e ciotole d'una fumante brodaglia composta da tranci di pesce e verdure lessate.
Le dita scostarono il lembo della giacca per insinuarsi entro la tasca interna.
Estrasse una moneta d'oro, quel poco che restava di quanto le era stato lasciato per il viaggio di ritorno, che lei doveva tornare a Parigi, libera dalla colpa dunque capace di continuare la stessa vita di sempre.
La sua colpa non aveva più volto, non aveva più vita, impossibile liberarsi d'una libertà inutile.
La giovane si fermò, dopo essersi voltata e aver scorto la moneta, l'abito semplice ricadeva sul corpo esile, asciutto, magro e fiero, all'apparenza non piegato dal misero rango, così come le lingue trasparenti del fuoco che ardeva nel camino lambivano uno sguardo nero di rabbia, adagiando il pallido chiarore scherzoso sul morbido ebano della pelle.
"Monsieur, vi procuro altro vino, una camera" – schioccò la giovane un poco risentita, senza abbassare gli occhi, combattendo contro le paludi d'azzurro vuoto che parevano via via scivolare nella vuota nebbia di vino e marcire entro putride sabbie mobili – "Questa moneta…è troppo".
Il pezzo d'oro era invitante e insolente al tempo stesso, un prezzo scandito senza una parola, senza neppure un gesto arrogante, come se l'ospite avesse intenzione di comprare una merce senza contrattare, senza offrire nulla, né disprezzo, né lode a corrompere la coscienza dell'altra.
Il nome della giovane risuonò nel trambusto d'aria fumosa d'arrosto, appesantita da grasse moutarde.
S'era concessa che pochi istanti, i pensieri aggrovigliati al solido metallo immobile, abbandonato sul tavolaccio lurido, irretiti dall'offerta, stizziti ch'essa fosse giunta senza neppure un becero complimento.
S'intuiva non fosse abituata a essere adulata, eppure, nel fondo dell'animo, la visione dell'ospite aveva indotto una strana corruzione alla solida corazza eretta a cingere petto, fianchi e vita.
"Monsieur…".
"Non voglio trattenerti. Vai pure. Attenderò sino al termine del tuo lavoro".
"Cosa? Non ci è permesso…".
"Non puoi intrattenerti con qualcuno per via del tuo padrone, per via ch'è a lui che dovrei il denaro per il tuo tempo, oppure perché non gradisci la compagnia di un estraneo? Finanche la mia intendo!?".
Negò l'altra, era già accaduto tante e tante volte.
Non aveva mai scelto e stavolta la duplice strada si snodava allettante davanti ai passi.
Era vero che non avrebbe potuto concedersi senza il consenso del padrone ma una volta concluso il lavoro…
"Io abito qui" - annuì impercettibilmente – "Tutto ciò che faccio dipende dal mio padrone…non potrei…".
Un mezzo sorriso di compiacimento, l'ospite si alzò di scatto, il corpo s'impose alto e quasi incombente, la mano corse a chiudere il mantello, a proteggere la stanchezza della vita ormai distrutta.
La moneta abbandonata sulla tavola…
"Portagliela. Credo basterà. Ho trovato alloggio dalle parti de Le Domaine Ricard a Méjanes. Domani inizierò a lavorare e vorrei…".
Deglutì Oscar François de Jarjayes…
Non era più lei…
Sarebbe stato terribilmente difficile mutarsi nei panni di un uomo. Impossibile bivaccare notte e giorno in stanze promiscue, col rischio di rivelare ciò che tentava disperatamente di rinnegare persino a se stessa.
Doleva il petto arido…
Ruggiva il respiro dentro il muro invalicabile della morte…
Non la propria…
Conveniva che se fino ad allora era stato facile – essere uomo – lo era stato perché lei recitava s'un palcoscenico ove gli spettatori sapevano esattamente chi erano gli attori e quale parte era loro assegnata.
Tutto già deciso, tutto convenuto. Nessuno l'avrebbe mai rimproverata per essersi presa la parte di un uomo, che a Versailles, tutti s'aspettavano esattamente quello.
Che fosse un uomo, anche se non lo era.
Il resto…
Che faceva di solito un uomo per dimostrare d'essere un uomo!?
Difettava di forza fisica, inutile immaginare di mettersi lì, alla pari degli energumeni di mare, quelli abituati a lottare con onde e vento.
Difettava dei segni esteriori.
Sarebbe stato inutile mentire su quelli, che le era quasi venuto da ridere, rammentando le parole di Madame Roma.
Non era un uomo e non ambiva a esserlo in quel senso…
Che idiozia!
Hai appena messo al mondo un figlio che non è sopravvissuto…
Devastante e ambiguo…
Il resto…
Che faceva di solito un uomo per dimostrare d'essere un uomo!?
Quello…
Una carezza…
Le dita sciolte sulla pelle scura di un'estranea…
La bocca a saggiare un sapore lontano…
Come avrebbe fatto un qualsiasi uomo…
La giovane abbozzò un inchino, la destra tratteneva il vassoio, la sinistra lasciò la stoffa della gonna mentre le dita agili e lunghe e nere afferrarono l'oro, intascandolo.
Inutile disprezzare ciò che la comprava, per disprezzare chi la comprava solo come puttana per una notte.
"Devo tornare al lavoro…se avrete almeno pazienza di attendermi".
"Da dove vieni?" – almeno glielo doveva, un accenno muto all'esistenza dell'altra.
La giovane cameriera si bloccò.
Di spalle, la domanda sussurrata.
Monsieur…dove andrete?
In Francia…te l'avevo detto…
La Francia è grande?
Sì…
Allora dove…in Francia?
Credo che tornerò a Parigi…
E Parigi è grande?
"Perdonate voi monsieur…".
"…".
"Voi…voi conoscete Parigi?".
Poche sillabe, il luogo fiaccò i sensi.
"Sì" – che Oscar fu costretta ad ammetterlo, sussurrando a sua volta, che l'altra era rimasta voltata di spalle e le parve di intuire le spalle stringersi e tremare quasi, come volessero lasciarsi abbracciare da chissà quali braccia…
Le braccia di Parigi…
"Verrò monsier…aspettatemi!".
§§§
Il colore della pelle avrebbe destato scandalo e obbligato il padrone della tenuta ad accontentare il guardiano di cavalli e la sua amante, relegandoli in un capanno lontano dagli occhi degli altri servi.
Era solo per quello che l'aveva scelta.
La pelle scura e l'insolita domanda, ma forse non troppo.
In fondo Parigi faceva gola a tutti, anche nella lontana Camargue.
La rozzezza del pensiero s'incise nella mente destando rabbia.
Da quando hai imparato a usare le persone in questo modo?
Eppure…
Perdonate voi monsieur…voi…voi conoscete Parigi?
Paris…
Un respiro fondo, la lanterna cieca disperse oleoso chiarore sulle pareti intonacate, mentre mute ombre danzavano entro i solchi curvi di rozze spatolate di calce.
L'aria era fredda, pungeva addosso come ispida coperta, incapace di raccogliere calore umano, l'animo piangeva d'una pioggia marcia, il corpo stanco emanava il disperato sentore di una madre senza più il figlio.
Il passo condusse entro la stamberga, persino più malridotta della stanzetta de La port du ciel.
Il rammarico scavò nella voragine ove languivano ricordi intensi, mentre i muscoli dolevano per la perdita, per il viaggio, per la fuga.
La mente sprezzante tentava di correre entro i sentieri scuri di ricordi antichi, ma quella, fedifraga e bastarda, riportava i sensi lì, allo sguardo chiuso, alla morte dolce dell'altro, piegato dal volere, distrutto e leggero entro la calda coltre dei capelli rovesciati addosso, ondeggianti di genuino oro e di acuto incenso.
Il cuore prese a battere, di fuori montava l'impavido concerto di rane, ranocchi, grilli, fruscianti serpenti d'acqua entro lo sciacquio della palude morta.
Aveva freddo, dunque non riuscì a spogliarsi.
Avrebbe dovuto, la camicia bagnata d'umida stilla di materno umore pareva fatta di spine.
Le domande fustigarono la progressiva resa.
Quella giovane avrebbe avuto coraggio di affidarsi a un perfetto sconosciuto?
Qualcuno forse ancora peggiore d'un dannato uomo che avrebbe solo voluto portarsela a letto?
Perché hai scelto proprio lei?
Perché lo sguardo, tra le due o tre giovani che servivano ai tavoli della bettola, era caduto proprio su di lei?
Voi…voi conoscete Parigi?
Sì…
Verrò monsier…aspettatemi…
La domanda della giovane le era parsa come laccio capace di legarle mani e piedi, come se, avendole quell'altra chiesto se conosceva Parigi, quel laccio di nome Paris si fosse stretto avvinghiandola al sole malato di certe giornate d'autunno, alla folla rumorosa e smargiassa, all'odore di vino che sfugge dagli antri neri per sgusciare dalle sotterranee pieghe di una terra rancida e nera, agli occhi che l'osservavano sempre, seppure senza guadarla.
Ed era come se lei si fosse lasciata legare, così da non perdere per sempre la coscienza di sé.
C'era stato un tempo in cui l'angelo prediletto, il più vicino a Dio, l'angelo perfetto, aveva sollevato lo sguardo verso Dio, senza più ammirarLo, bensì sfidandoLo e desiderando diventare come Lui, come Dio.
L'angelo aveva osato essere altro da ciò per cui era stato creato.
L'angelo aveva osato essere ciò che non avrebbe mai potuto essere.
Era scritto che lui dovesse ribellarsi per generare il Male.
Che cos'è in fondo il Male se non folle invidia d'essere come Dio?
D'essere come Chi non si può essere?!
Oppure quell'angelo era stato così abile da sfuggire alla volontà di Dio, che dunque non aveva potuto far altro che punirlo e cacciarlo, perché l'Angelo aveva desiderato essere ciò per cui non era stato creato, gettandolo nel luogo ove la sua anima avrebbe giaciuto reietta per l'eternità?!
Chi non aveva avuto scelta, dunque…
L'angelo oppure Dio?
L'angelo si era perduto…
L'angelo era stato scacciato.
Perdersi…
Dimenticare…
Dimenticare se stessi e quell'indole nera e spessa, lucente per via del nome, ariosa e pura per via della vita ordinata e severa…
Non sei un angelo…
Non lo sei ma stata.
Si sedette sul letto, il corpo s'afflosciò stancamente, come d'ossa frantumate, ormai privo di muscoli e pelle.
Il cuore si contrasse, difficile immaginare d'essere riusciti a sollecitarlo al punto tale da rischiare d'interromperne il battito.
Stinse i denti, strinse i pugni, si costrinse a spogliarsi, l'umida consistenza della pelle infastidiva e piombava i sensi nel passato.
Attese che la giovane giungesse a farle visita.
Che farai?
Che le dirai di così insensato e stupido per ingannarla e indurla a restare?
La pelle rabbrividì contro il tepore altrettanto umido dell'aria, così che per scaldarsi provò a stendersi e stringersi a sé, come accadeva un tempo, quando era sola e nella solitudine d'un giaciglio vuoto poteva permettersi di essere altro da ciò che era – Oscar François de Jarjayes – di esistere a prescindere dal solco che incideva gesti e coscienza.
Rimase così, in ascolto dei rumori esterni, cullata dallo sciacquio dell'acqua ferma, dal gracidare di rane, immaginandosi che anche la luna a suo modo inducesse la mente ad accorgersi del suo pallido e silenzioso moto, capace di trascinare le sorde forze della natura.
Si sforzò di distinguere l'estraneo tramestio di passi umani, col pregio d'interrompere la discesa nel baratro, ma il concerto basso si fece via via sempre meno incombente, fino a che tutto scomparve, inghiottito dal sonno salvifico e diabolico al tempo stesso.
Nessuna immagine s'affacciò alla mente stanca.
Nessun groviglio d'incombenze miste a ordini mancati.
Chissà quanto tempo era trascorso, da che intuì un'insolita frescura sulla faccia, mentre la luce, sapientemente tenuta a bada e respinta da lenzuola bianche, gonfie d'aria mattutina, non feriva, accarezzando lo sguardo.
Per un istante trovò pace.
Solo un istante, che quello successivo il sollievo esteriore si sgretolò, la guardia abbassata si risollevò mentre il cuore riprendeva a battere veloce, come impazzito.
Era riuscita a tenere a distanza la domanda, instupidita dal dolore, piombata entro la smania d'allontanarlo da sé, ma alla fine, d'improvviso, si rese conto che non aveva neppure avuto il tempo di chiedere…
D'improvviso si ritrovò schiacciata dalla colpa, dalla fuga vigliacca, dall'ignominia d'aver abbandonato colui di cui non sapeva nulla.
Sangue e carne…
Suoi e di André.
Non era solo tuo quel figlio…
Il pensiero eruppe, gli occhi si sgranarono mentre tentavano di riconoscere il luogo estraneo, così come lei stessa era divenuta estranea a sé.
Una pezza di stoffa fredda cadde dalla fronte, il corpo rimase lì, trafitto dal morbido raggio di sole adagiato sulla guancia liscia e calda della giovane sguattera, raggomitolata a terra, contro l'imballo di paglia che fungeva da giaciglio.
§§§
L'epilogo…
Il volto basso, la testa appena reclinata di poco a sfiorare il boccale, che quella sera s'era stancata del vino e allora aveva chiesto se c'era birra o qualche strano liquore dal profumo del mare di là dai Pirenei, macabro e intenso, da far accapponare la pelle e lisciare la coscienza annebbiata dal niente.
Era accaduto quella sera.
Era fuggita dalla stamberga.
Dopo svariati giorni in cui s'era ritrovata stremata, alla sera, dopo ore e ore a cavallo, gli occhi fissi alla mandria da controllare, ai puledri da tenere uniti, alle giumente tremanti e agli stalloni bizzosi e scaltri che s'avvicinavano, scherzando col vento e facendosi beffe dei guardiani.
L'aria umida addosso, la pelle fredda di sudore e umori d'ancestrale ferocia.
Tutto pur di non essere più una donna, finanche madre.
Tutto pur di trovare pace, fosse stata anche solo mera rassegnazione.
Chi era stata?
Chi era diventata?
Chi sarebbe mai potuta diventare da quel momento in poi?
Le domande s'accanivano nel cervello e solo fuori, all'aria aperta, contro i confini liquidi di paludi e sterpaglie verdi, era possibile accantonarli, almeno per qualche ora.
Qual è il tuo nome?
Odile…" – un sussurro lieve – Mi chiamo Odile…
Odile… – ripetuto come accarezzato.
La paga era buona, il padrone aveva mantenuto la promessa, così era riuscita a recuperare di che mangiare. Tutto grazie allo spunto generoso della giovane Odile, che aveva svolto alla perfezione il fantomatico ruolo di amante meticcia.
Ora che non v'era più necessità di recitare oltre, per guadagnarsi di restare lontana da tutti, Odile non serviva più.
Così gliel'aveva detto all'altra di togliersi di torno e che non avrebbe avuto denaro a sufficienza per pagarla e ricompensarla.
Ma quella pareva sorda o stupida, che al mattino scompariva nella nebbia dell'alba e poi la sera tornava sempre, alle volte se la trovava a terra, addormentata, mentre anche lei, buttata come uno straccio sul giaciglio, s'addormentava esausta, per svegliarsi di soprassalto, la coperta buttata addosso, lo sguardo velato di sonno misto a lacrime, il cuore stretto, la luce della luna infiltrata dai pertugi ad illudere che forse la morte sarebbe giunta presto a sollevare dall'Inferno della vita.
No, la Morte non giunse mai, non lì almeno.
La vita l'aveva ancora avuta vinta e dunque si doveva continuare a stringere i denti e a vivere.
Odile dunque aveva deciso di continuare a recitare quel bizzarro ruolo di amante, seppur non ricompensata di nulla, come se finalmente, per la prima volta nella sua vita, si fosse trovata a scegliere d'essere lei amante, di quel personaggiovv gentile che non voleva nulla per sé e a cui dunque era giusto offrire tutto.
Dunque lei stessa spariva di giorno, nella nebbia dell'alba, per poi ripresentarsi alla sera, una cesta di frutta sottobraccio, pane e qualche uovo e una volta persino un paio di camicie.
Odile aveva borbottato che monsieur si doveva cavare di dosso i sudici abiti da lavoro e il sudicio sentore, per tutte quelle ore trascorse a custodire mandrie di cavalli quasi selvatici.
E Odile se n'era uscita con una proposta, se ci fosse riuscita avrebbe cercato e trovato delle fragole, che anche lei le voleva assaggiare.
Fra-go-le?
Monsieur gliel'aveva detto alla giovane Odile che di quella stagione sarebbe stato impossibile e che si sarebbe dovuto perlomeno attendere la prossima primavera.
Che una sera, quella sera, Odile l'aveva preceduta nella stamberga e quando monsieur era rientrato, l'altra, tutta trionfante, aveva esibito una sorta di recipiente di legno, corroso forse dai tarli, sbrecciato da una parte, per via che quelli che gliel'avevano portato sin lì, l'avevano poi buttato giù dal carro e la poverina se l'era trascinato fin nella catapecchia.
Un disco di metallo teneva strette le assi, seppur a fatica per via della ruggine, l'acqua già tiepida nel camino.
La visione aveva trafitto ed esasperato.
Gliel'aveva chiesto allora cosa fosse quell'arnese, la stizza nel tono alterato mentre l'altra s'era imputata a essere gentile, a non cedere all'umor nero dell'ospite, a rintuzzare le parole aspre con considerazioni d'ovvia e lieve portata.
Dunque quello era un modesto catino, una tinozza di legno, e Odile, grattandosi la testa, i capelli crespi e neri raccolti entro treccine che parevano bisce d'acqua, e appellandolo carezzevolmente monsieur, aveva spiegato ch'era per lavarsi e togliersi di dosso il lezzo di cavalli e il marcio delle paludi, e che siccome monsieur era davvero bello, era indegno che monsieur puzzasse di cavallo e palude!
Ch'era bello come un angelo…
Che la parola le era sfuggita dalle labbra e l'ospite di nuovo s'era chiesta dove mai una giovane come Odile avesse incontrato un angelo, al punto, da scorgere somiglianza tra sé e un angelo…
L'angelo cadeva giù…
La giovane sguattera la credeva altro, in fondo era questo che aveva voluto, era questo che aveva imposto a se stessa di essere, i segni esteriori sapientemente nascosti sotto la camicia, sotto il pastrano pesante di giorno e la coperta di notte, il respiro tutto femminile imbrigliato e quasi sospeso, la mente ripiegata, per assurdo, alla spasmodica ricerca delle effigi femminili, degli screzi nei gesti, dell'incedere del passo, così da intuirli, riconoscerli e dunque levarseli di dosso, come sudario che da sempre, nel bene e nel male, l'aveva ricoperta.
Aveva tentato di mandarla via, quella sciocca di Odile, perché l'inganno non sarebbe durato a lungo.
Né per l'altra, né per se stessa.
S'era stretta la giacca addosso, le aveva detto, senza mezze misure, senza aggiustare la voce, che quell'affare non era necessario.
La sguattera non s'era data per vinta.
Senza tradire delusione, la voce affilata al punto giusto a esporre l'inoppugnabile ragionamento, inciso nello sguardo attraversato da saetta lieve, quella che precede la tempesta, i pugni chiusi, lo scarto a declinarsi sciocca, come doveva averla immaginata l'ospite ch'era stato generoso con lei, che le aveva consentito di restare ogni sera, e dunque era cosa assurda che l'ospite non s'aspettasse di ricevere altro che un cesto di frutta e qualche uovo da mangiare.
No, l'ospite non comprendeva o forse non era abbastanza lucido, la mente annebbiata dalla stanchezza, il corpo dissestato, svuotato d'ogni essenza, arido d'umori vitali, asciutto e forse sterile.
Eppure avrebbe dovuto saperlo, l'ospite, quel che Odile tentava di spiegare, che Odile era diventata seria, ammettendo che potersi rifugiare in quella baracca, di sera, dopo il lavoro, le aveva permesso di salvarsi, accontentando al tempo stesso il padrone della locanda col denaro ricevuto dall'ospite, e che il padrone era soddisfatto perché la merce era intatta, non sciupata o corrotta…
Merce…
La parola era esplosa nella testa.
Odile s'era avvicinata, un accenno fugace al colore della propria pelle, addotta scura, appellata sporca, così come immaginata dalla maggior parte dei benpensanti, addirittura generatrice di ribrezzo, così che quella aveva inferto il colpo, per vedere se non venisse da lì il riserbo dell'ospite che non pareva capire, che non intendeva avvicinarsi.
Il cuore era sussultato piano e poi più forte.
Ribrezzo…
Abile la ragazzina…
Dopo che l'ospite l'aveva scelta in mezzo a tante puttane - chi addirittura più bella di lei, chi ancora più smaliziata - proprio per via del color della pelle, dopo che l'ospite l'aveva accolta e giorno dopo giorno, ne aveva riscattato il tempo, così che quella non s'era più dedicata ad altri che al nuovo padrone, adesso quella le rinfacciava proprio l'oscurità tiepida della pelle, per sfidare l'altro, a veder se non l'avrebbe poi respinta sul serio, a provare se quello non fosse stato davvero così schizzinoso e schifato, come certi clienti che la ritenevano sporca e inferiore.
Non avrebbe voluto ferire Odile…
L'angelo cadeva giù…
Cadeva inesorabilmente entro la follia di non sapere più chi essere.
Una rosa...
Una rosa è una rosa, che essa fiorisca bianca o rossa...
Una rosa...non sarà mai un lillà...
Il concerto di rane e rospi, di fuori, s'era innalzato di brezza e frusciare di serpenti d'acqua, risvegliati dalla fame.
Il sentore marcio della palude aveva sferzato gl'intenti, Odile era avanzata d'un passo, costringendo l'altra ad arretrare.
Alla giovane Odile era stato insegnato a essere merce, e come tale si proponeva, accompagnando se stessa con un dono.
L'ospite, chiunque fosse stato, aveva voluto essere ciò che non era, di nuovo, che ancora prima, era stato ciò che non avrebbe dovuto essere.
In entrambi i casi - ricacciata indietro in un limbo di gesti vuoti, privati dell'odore simbolico del genere a cui essi appartenevano - aveva tentato di mescolare tutto, così che nulla avrebbe più avuto confine e corpo, proprio come la vista si perdeva entro il profilo acquoso dell'orizzonte, così il corpo si sarebbe perduto entro gesti estranei.
S'era stretta la giacca addosso.
L'angelo cadeva giù…
Esausta, aveva ceduto.
Liberarsi delle vesti, come a liberarsi d'una pelle che non le apparteneva più, mostrare all'altra chi era davvero.
Nessuno l'avrebbe mai saputo, nessuno l'avrebbe mai cercata lì, nella palude della Camargue, e qualsiasi gesto compiuto sarebbe stato inghiottito dalla melma liquida e dal cielo malato.
Il passo verso l'altra allora, che stavolta era stata Odile a indietreggiare, spiccando il gesto di cavare dalle braci il secchio d'acqua tiepida, da versare per colmare il tino.
Il legno secco aveva emesso un gemito, come risvegliato dal contatto col liquido che anticamente era scorso attraverso le aride fibre.
Il vociare della locanda coprì per un istante i gesti entro cui s'erano addentrate le sue mani, mentre la mistura alcolica disperdeva il desiderio e la vergogna.
S'era levata la giacca, ch'era la prima volta che si mostrava alla giovane Odile, non di profilo, non di tre quarti, bensì di fronte.
Chissà se quella ci aveva mai fatto caso, chissà se s'era chiesta davvero chi fosse monsieur.
L'angelo cadeva giù…
Come fa un uomo ad avvicinarsi a una donna, che la ami oppure no?!
Monsieur…
L'appellativo s'era perso nel rimbombo vuoto della campagna, mentre la giovane ascoltava il battito del proprio cuore riverberarsi nel palmo della mano, appena poggiato sul petto acerbo.
Le dita aperte non avevano saggiato nulla, mantenendosi immobili sulla piccola rotondità tesa e soda.
Cadeva l'angelo, scacciato per aver desiderato d'essere come Dio, per aver desiderato di mutare il proprio destino…
Il rifiuto di sé erano gl'Inferi che le spettavano.
L'incedere sprezzante, le dita s'erano insinuate entro la stoffa ruvida della camicia, intuendo calore, tiepida ritrosia.
Gli occhi s'erano fissati a quella dell'altra…
L'ignominia era scivolata nell'agonia.
È bello quando sei completamente immerso nella corsa, ma quando ti fermi e guardi i tuoi stessi piedi, ti chiedi dove stai andando, ti è mai successo prima?
La chiosa era riaffiorata nel cervello, risalendo in superficie dal lontano passato, dal giorno in cui aveva deciso che sarebbe vissuta come un uomo, calcando le orme di suo padre, sfidando i pregiudizi che volevano le donne deboli, sottomesse, da proteggere.
Un passo, addosso all'altra…
Non aveva senso guardarsi indietro.
Indietro non c'era più nulla.
Le dita strinsero il boccale di birra vuoto, l'alone della spuma ormai vinta dalla lotta contro l'aria brillava sul bordo istoriato di pizzo bianco.
La testa ondeggiò, dondolando miseramente, incapace di reggersi e riprendere dignitosa postura.
Le viscere colpite dall'ignominia d'essere vive e desiderare…
Il volto…
Il suo volto…
I lacci della camicia allentati…
Odile s'era fermata, mimando a sua volta lo spoglio dalle vesti.
Le dita bianche e lunghe allora erano corse alle dita scure e un poco ossute.
La camicia aperta, i lacci liberi…
Aveva afferrato la mano dell'altra, l'aveva stretta.
Aveva tirato la mano a sé, posandosela addosso, replicando i gesti compiuti sull'altra e ora chiesti per sé.
Le aveva tenuto stretta la mano, schiacciandola contro di sé.
Lo sguardo basso al boccale vuoto, il disgusto mescolato alla blasfema incursione entro il pudore ignorante d'una puttana.
Aveva chiuso gli occhi, l'altra mano libera era corsa alla bocca della giovane Odile, anticipando d'un soffio il respiro sghembo, il grido di sorpresa, il sussulto di sdegno, nell'istante in cui quella intuiva la pari morbidezza del petto, oltretutto testimone muto d'una vita che non c'era più.
Il respiro sospeso…
Ribrezzo e sdegno…
Stanchezza e buio…
Era la prima volta dopo tanti mesi trascorsi in solitudine che anelava ad avere addosso il palmo d'una mano, che chiedeva per sé, egoista e senza scrupoli, il contatto tiepido con un altro essere umano, chiunque esso fosse stato, uomo o donna, giovane o vecchio.
Chi sei?
Era avanzata, la mano sulla bocca di Odile, poche parole, roche e infernali…
Non lo so…
§§§
"Che vuoi?!" - Dante tirò su col naso, ritrovandosi la faccia di Madame La Coque addosso, in attesa della comanda, una bottiglia di buon vino, che quella era una bettola di tutto rispetto, mica un ritrovo per conversare e congiurare contro la monarchia.
Ma poi mica si poteva congiurare con la gola secca e con le tasche piene.
"Noi siamo bravi giovani sai!" – sputò il soldato – "Il denaro ce l'abbiamo e paghiamo".
"Allora ordinate?!" – sollecitò la comare un poco spazientita, sfoderando un sorrisetto d'avara accoglienza – "Se il denaro ce l'avete?!"
"E sia…" – Marcel batté il pugno sul tavolo – "Portaci del rosso…".
"Bordeaux…" – Madame La Coque, mani ai fianchi, attendeva – "Vermillon?".
L'elenco s'incise nella piega della memoria.
Alain Soisson aveva detto a tutti di ritrovarsi…
A' samedi…
C'erano buone nuove sull'arruolamento della recluta triste.
Alain Soisson era riuscito a procurarsi un colloquio con il Colonnello D'Agoult e quello aveva detto che si poteva fare, bastava che la recluta non avesse avuto guai con la giustizia e si fosse mostrata pulita e con i capelli in ordine.
Le necessità sollevate per seconde erano già bell'e che fatte, che André Grandier s'era sempre tenuto in ordine, i capelli forse erano d'accorciare un poco, perché non si era più s'un veliero diretto in America, e a Parigi i soldati dovevano almeno mostrarsi decenti e ordinati, per imporre pari ordine alla gente che andavano a prendere per le brache o per il collo.
Sulla prima questione…
Alain Soisson non ne era proprio certo, che André Grandier non avesse mai avuto guai con la giustizia!
Se si eccettuava ch'era stato accusato d'aver rubato l'oro del re, d'aver ammazzato o fatto ammazzare due soldati del re, ch'era uno a cui piacevano i damerini e poi no, gli piacevano le sottane delle donne, ma poi s'era scoperto che non gl'interessavano né i primi né le seconde…
Che lui aveva testa e cuore solo per una di loro.
Sempre la stessa.
Ed era per quella che s'era sempre cacciato nei guai e loro gliel'avevano sempre detto di lasciarla perdere…
Fuori pioveva, era trascorso ormai un mese, il soldato triste non s'era fatto più vedere e quelli avevano pensato che alla fine se ne fosse tornato nella sua casa, non quella di Parigi ma l'altra, quella nobile, quella dov'era vissuto quasi come un nobile, pressoché per tutta la sua vita assieme a quella ch'era davvero nobile, ma che adesso sembrava scomparsa dalla faccia della Terra, o forse semplicemente inghiottita da un matrimonio di comodo, come si lasciano inghiottire tutte le donne che si sposano e finiscono per diventare proprietà preziosa del marito, da tenere sotto chiave ed esibire come un trofeo.
Bernard Chatelet aveva convenuto fosse troppo pericoloso esser accompagnato da André, alter ego.
Si assomigliavano lui e André, ma alla fine la carriera di ladro, per André Grandier, s'era conclusa senza tanta gloria, perché a Parigi lo conoscevano in tanti e la sua faccia era per di più nota anche a tante famiglie nobili.
Poi, in un pomeriggio d'autunno, ch'era quasi buio, Marcel Duvall, sbucando dal voltone della caserma, in Rue de la Chaussèe d'Antin, s'era ritrovato la faccia del moccioso indiano piantata addosso e una pietosa richiesta di aiuto.
Argo era in attesa di scorgere l'altro soldato, Alain Soisson, per parlagli, perché ormai anche Argo aveva compreso che André si fidava di pochi e uno di quei pochi era proprio Alain Soisson.
Ormai si conoscevano tutti.
Non era mai accaduto niente di simile.
Argo aveva mandato via sua sorella, per qualche giorno, chiedendo a Madame Rosalie Lamorlière di prendersi cura di Victoire, perché il padre, dopo essere tornato dalla casa dei Jarjayes, non pareva più lo stesso.
Era affettuoso, severo, presente, ma pareva che la coscienza stesse annegando…
Anzi, era lui stesso ad annegare.
Che una notte, Argo s'era alzato e non l'aveva trovato a dormire nel suo letto, anche se sapeva che quella notte solo i ladri di borselli e fazzoletti di seta sarebbero stati in circolazione, non certo il famigerato Cavaliere Nero.
Né lui e dunque nemmeno il suo alter ego.
André, suo padre, non era più lo stesso.
Argo, suo figlio, aveva imparato a conoscerlo, ma adesso non lo riconosceva più.
Marcel era ritornato in caserma di corsa, aveva cercato Dante e Dante aveva cercato Gustav e Gustav aveva cercato Lasalle, ch'era un giovane che s'era arruolato da poco, e quello aveva cercato Alain…
L'Angelo aveva volto lo sguardo verso Dio…
Aveva tentato d'essere come Lui…
L'Angelo cadeva giù…
"Allora?" – il rosso era in tavola, la bottiglia a metà, l'altra metà equamente divisa tra i bicchieri, ch'erano ormai vuoti per metà, due sorsi a testa per sciogliere la lingua e pungolarsi a vicenda a chiedere il necessario per comprendere se quell'affare poteva andare in porto. Tutti erano saliti a bordo di quella strana impresa, tutti s'erano messi in testa di salvare la recluta triste, che tanto ormai André era stato quello e quello sarebbe sempre stato – "Li hai messi a posto i tuoi guai? A parte andare in giro a piantare pistole in testa ai nobili…gli altri intendo…".
Alain aveva affondato il coltello.
Argo gli aveva detto, testa bassa e voce tremante, che il padre tornava a casa ubriaco, spesso, molto più spesso di prima, da quando era tornato dalla casa dove anche lui era vissuto, tanto tempo prima, e siccome quella era una casa bella e le persone con lui erano state sempre gentili e Madame Glacé lo aveva trattato quasi come fosse stato suo figlio, non si capacitava di quel che poteva essere accaduto al punto da ridurre il padre in quello stato.
Perché di ritorno da quella casa, suo padre glielo aveva chiesto ad Argo se sarebbe stato capace di prendersi cura di Victoire da solo…
Da solo…
Perché?
Perché lui si sarebbe arruolato e non sarebbe tornato a casa più così spesso.
Alain Soisson aveva compreso che quella, Oscar François de Jarjayes, era scomparsa.
André Grandier s'era messo in testa di cercarla ma evidentemente non c'era riuscito.
"Dove ti eri cacciato?".
"Non potevo restare a Parigi, me l'avete detto voi" – biascicò André – "Sono stato via per un po'".
"Però adesso sei tornato!".
"Dunque non va bene di nuovo?".
No…
Alain Soisson aveva compreso che André Grandier aveva perduto la sua donna.
Aveva deciso d'arruolarsi, allora, sicuramente per rivederla, chissà dove, che se quella aveva preso marito, era poco ma sicuro che il marito se la sarebbe tenuta stretta, forse s'era persino inventato d'averla spedita in Inghilterra, in chissà quale missione segreta, per toglierle dalla testa il tarlo della recluta triste.
Alain Soisson lo sapeva che i nobili ragionavano così.
Le donne come le case, i cavalli, i valletti, i quadri, le vigne…
Le donne sono come case, cavalli, valletti, quadri, vigne…
Era roba loro…
"Sua Maestà mi ha concesso la grazia" - rispose André senza entusiasmo – "Quella toglie tutti i guai dalla testa di un uomo".
"Quindi, lì non dovrebbero esserci problemi!" – sentenziò mogio Gustav, intento a conteggiare numero e peso dei guai, così da vedere se c'era spazio per scansarli tutti.
Alain negò…
Non era a quel genere di guai che si riferiva il soldato. Gustav non aveva capito niente o forse faceva finta di non capire.
"Che vuoi da lui?!" – saltò su Dante – "E' sempre stato un ragazzo pulito, i capelli ordinati, corti il giusto. Non credo che D'Agoult farebbe storie. Forse l'occhio, se lo tenesse coperto, non si capirebbe che non ci vede!".
Dante sparpagliò i capelli alla recluta triste, lo sguardo di quello, si perse immobile dietro la frangia scompigliata.
Alain spalmò la faccia con la mano, aveva a che fare con una manica d'ignoranti - "Non capite un accidente. Non sono questi i guai" – ruggì.
"Come no!? Vuoi dire che se è cieco non ha importanza?" - dispiegò Marcel con tutta la sua più raffinata eloquenza – "Ma ce l'avrebbe, per via che quell'occhio gliel'hanno fottuto per colpa di una donna!?" .
Silenzio…
Idiota…
Alain si passò la mano sulla faccia, di nuovo, guardò il compare negando con aria di compatimento. Se arrivati a quel punto, Marcel non aveva ancora compreso quale fosse…
Il guaio peggiore…
"No…aspetta…l'occhio non c'entra nulla…" – si corresse Marcel come illuminato dalla Santa Provvidenza a cui anche Alain rivolse finalmente una preghiera – "E' quella…è quella!? E' perché lui…perché lui ama una nobile?".
No…
Dannazione!
Il guaio peggiore non era amare una nobile!
Era amare!
E basta!
Uno scarto del corpo, secco, quasi infastidito…
André fece per alzarsi.
"Adesso…dove caz…dove vai?" – s'impuntò Dante, parandosi davanti all'altro – "Noi siamo qui per vedere di darti una mano".
"Siete…" – biascicò André – "Encomiabili…".
"Encom…che!?" – sputò Marcel che si sentiva un poco preso per i fondelli, che André non parlava mica come loro e lui spesso e volentieri non lo capiva.
"Significa che siamo da ammirare" – tradusse Gustav un poco saccente – "Siamo generosi e lui ci è grato"
"Eh…e allora…se siamo encomia…o quel che è…perché se ne va?!" – rintuzzò Marcel – "Bell'ingrato! Questo lo capisce vero?!" – rivolto a Gustav.
"Finitela…vi ringrazio…domani mi presenterò a questo D'Agoult…" – barcollò André, mandando giù rabbia mista a chissà quale fiele – "Non è più affar vostro. Ma vi sono grato del vostro aiuto".
Lo sguardo si sollevò a cercare, tremavano le vene, il respiro piombato entro la dissoluzione di ogni volontà di restare…
Fedele…
A se stesso…
E…
Un passo…
Barcollò André…
Gustav s'alzò a reggerlo.
Alain fece per afferrarlo, non per sostenerlo ma per fermarlo.
Gliel'aveva detto da una vita di godersi un poco di più l'esistenza, di dannarsi a portare a casa almeno un poco di sano divertimento.
Il che significava dimenticare quella donna.
Gli pareva però che oramai fosse troppo tardi.
Che divertimento potrebbe mai esserci nel vendicarsi di un torto, nel cedere alla follia, la propria, quando si comprende che tutto è già perduto, per davvero, e dunque non c'è più nulla da salvare?
Che poi, alla fine, non ci si perde mai per davvero…
Che poi, alla fine, non esiste nulla di perduto, per davvero…
"Impazzito!" – sussurrò Gustav mentre l'altro si staccava dalla presa, teso, sdegnato, e s'avviava verso il banco ove si serviva vino, ove si commerciavano incontri.
I tre seguirono quello che oramai pareva un'ombra dell'Inferno che s'avviava a scendere nel fondo più nero dell'esistenza.
Un altro passo, le dita al taschino, la moneta schiacciata contro il tavolo, Madame La Coque quasi sussultò al gesto un poco insolente, lo sguardo corse ai compari che ormai li conosceva tutti, a domandare che stesse accadendo.
Quell'uomo lo conosceva da tanto tempo, da molto più tempo degli altri, da quando Amalie Jenevieux s'era ritrovata lì, anni prima, con una figlia nata da poco e nessun soldo in tasca.
E quello ogni tanto si presentava e se ne andava da lei e così Madame la Coque s'era immaginata che quel giovane fosse il padre della bambina.
E davvero era accaduto proprio così, che qualche anno dopo s'era saputo che il padre era proprio quel giovane che adesso aveva messo la testa a posto e si era portato la figliolina in casa, assieme a un altro figlio dalla pelle un poco più scura, ma bello, i capelli lunghi, lisci, neri, gli occhi accesi di curiosità, neri anch'essi.
E per quanto la mocciosa s'assomigliasse al padre, Madame La Coque, ci aveva scommesso che quello non era il padre vero.
Non era lui e chissà chi era…
"Senti…" – Alain Soisson si alzò per impedire all'altro di scivolare all'Inferno!
André scansò il giovane, corse agli occhi di Madame La Coque che non si fece pregare, perch'era brava a tessere accordi, anche solo attraverso un sguardo.
Un cenno della testa, André comprese, in fondo conosceva la strada, l'aveva percorsa tante volte, seppure allora i passi erano tesi ma leggeri, perché allora lui sapeva d'avere una casa e aveva immaginato di non smarrirsi mai.
Si allontanava, era vero, ma la strada per tornare a lei la ritrovava sempre.
Ora…
La porta si chiuse alle spalle.
L'angelo cadeva giù, per aver osato essere ciò che non avrebbe dovuto.
L'angelo non era più tale.
Nel buio…
Nel buio le mani tremarono un poco alla ricerca dell'essere accanto a sé, un corpo in fondo, uno qualunque, forse un viso che aveva veduto, giù dabbasso, quando ordinava vino e a testa bassa attendeva il bicchiere di rosso, per immergersi entro il suo cupo sentore e dimenticare.
Un viso qualunque, un viso che non l'avrebbe mai guadato come lo guardava lei, ma non l'avrebbe giudicato, come avrebbe fatto lei.
Un viso pacifico così da dimenticare la rosa, e anche le sue spine, senza fuggire però, senza muoversi d'un passo da dove si è, perché tanto nessun posto è abbastanza lontano per fuggire da se stessi.
Chiuse gli occhi André, la mano scorse al fianco sconosciuto, s'immaginò di scorgere la consistenza di ali ripiegate, invisibili ma lievi.
No, non c'erano ali.
Non quelle almeno…
La bocca c'impiegò qualche istante per scorrere alle labbra altrettanto sconosciute.
Non era Oscar, non era lei, non era il suo odore – quel sentore di fragole che inebriava la coscienza dei ricordi - non era la sua altezza, non erano i suoi fianchi, e questo infuse coraggio, misto a disprezzo e poi a sollievo, perché nessun torto le avrebbe più fatto, perché solo amando si può tradire qualcuno, ma senza amare non c'è più nessuno da tradire.
Se lo chiese André se l'amasse ancora, e se l'avrebbe amata sempre, anche così, perdendosi in un luogo che non era più lei, mentre la bocca toccava la bocca sconosciuta e le mani andavano a scostare le vesti per ottenere un alito di calore, per ascoltare la pelle sotto le dita.
Era la prima volta dopo tanti mesi trascorsi in solitudine che anelava ad avere addosso il palmo d'una mano, era la prima volta che chiedeva per sé, egoista e senza scrupoli, il contatto tiepido con un altro essere umano, chiunque esso fosse stato, uomo o donna, giovane o vecchio.
Si ritrovò disumanamente umano, irreparabilmente perduto.
Ignobile, incapace di tradire se stesso e tradirla restando sobrio e lucido, dunque s'era dovuto ubriacare per immaginarsi d'andare fino in fondo.
La bocca affondò dapprima lieve, incerta, poi distratta e poi ancora piena e sprezzante…
La bocca scorse alla bocca…
Cadde l'angelo…
Cadde entro carne ignota, sussulto di voce muta.
Cadde per perdersi finalmente - mai sarebbe stato libero, mai sarebbe stato altro - almeno poteva anche perdersi, nessuna legge sarebbe stata violata e quando anche lo fosse stata, lui non ne avrebbe avuto timore.
Il muto tremore dei muscoli indusse un'istantanea resa della mente, ovattata per via dello schifo, straziata per via dell'assenza.
Pochi istanti, l'ammissione che l'avrebbe amata per sempre, ma alla fine per sempre è un tempo talmente assurdo e senza senso e difficile da immaginare, per sempre è talmente tanto tempo, che il cuore non riesce a farcela, che la coscienza si ribella e la ragione, sì perchè è la ragione in fondo che impone di sopravvivere, detta di scostarsi, di perdersi altrove.
Solo qualche istante…
Il corpo si sollevò, lo sguardo chiuso, le mani a cercare un appiglio e poi ricomporre le vesti.
La carne tremò ancora, di freddo turgore.
La mano scorse alla porta, il respiro imbrigliato, l'orrore dettato dal corpo sfatto ma vuoto.
Era un uomo come qualsiasi altro uomo, come Fersen in fondo o come Girodel.
Ridiscese dalle scale, non scorse alto, i compari muti, la bottiglia di rosso sul tavolo giaceva vuota, appaiata a un'altra ormai svuotata.
Un cenno della mano…
"Vado a farmi soldato!" – furono le ultime parole udite dai compari, lì, a domandarsi chi fosse colui che ormai non riconoscevano più.
§§§
Morbida, incerta, incapace di scansarsi, la mano s'era puntata contro il petto, straniva d'aver a che fare con una donna, seppure il corpo s'era imposto su quello dell'altra, incombente, insano, come pazzo di scivolare giù entro la coscienza che s'illude, solo per qualche istante, di non essere più tale e così trovare un poco di pace dal rovello dell'assenza.
Un mugugno imprigionato dal bacio…
Che importanza aveva baciare un uomo o una donna, lei era entrambi, poteva fare ciò che avesse voluto, poteva essere ciò che avesse preferito?
Lo stupore dettato dall'incedere…
Lo stupore dettato dall'asfissia della coscienza.
Forse invidia d'essere altro, forse solo disperazione di non poter essere che se stessa.
Così a fondo era caduta l'anima, ch'essa non si riconosceva più, e dunque le mani, distolte dalla bocca baciata pienamente, avevano scostato i lembi delle vesti, il corpo s'era appiattito, le dita erano discese, insinuandosi entro il calore nero del corpo estraneo.
Senza paura, era questo ciò che stupiva, mentre tentava di rammentare, lì, nella bettola fumosa, ora, ubriaca, quando il cervello le avesse dettato d'indietreggiare, sollevarsi e fuggire.
Ricordò ch'era avanzata, un passo, un altro passo.
La giovane era parsa stupita, un poco incerta sulle prime, seppure intenzionata a non sottrarsi a monsieur, uomo o donna che fosse.
La nausea crebbe.
Ecco com'era accaduto…
Un angelo…
Odile aveva paragonato il suo volto a quello di un angelo.
Sapete…voi non siete come tutti gli altri…
Oh…tu credi? Forse sono molto peggio…di chi ti prende a frustate si diffida…è inevitabile…
Voi non l'avete fatto…
Ecco…dunque non diffidi me…ma potrei anche farti del male…ne ho fatto in passato...
A chi…
Come…dovresti domandarti come…
Ebbene…no…siete diverso…siete come un angelo…
Forse non io…ma ho conosciuto una persona che in fondo lo era…inconsapevole d'esserlo certo…pura della pura bellezza di chi non sa chi essere davvero…forse lei era davvero un angelo…
Bello come voi?!
Di più!
Un angelo che profumava di fragole e brillava di rosa al mattino…
E le sue ali erano grandi e leggere…quasi abbaglianti…così splendenti che nessun occhio umano poteva riuscire a vederle…
Nemmeno quell'angelo sapeva di averle…ma le sue ali si muovevano con la grazia di un Minuetto…
Ed era come voi…come tutti gli angeli? Gli angeli non sono crudeli!
Devo correggerti. Questo vale per tutti gli angeli, senza eccezione alcuna. Ma c'è stato un tempo in cui un angelo si macchiò del Male estremo...
Che ne sapeva Odile degli angeli e del Male…
Che ne sapeva Odile di quell'angelo che s'era macchiato del Male estremo…
Ne sapeva sì, che lei aveva incontrato un uomo che secondo lei era un angelo ma lui aveva negato, aveva detto che non poteva essere lui, ma che lui stesso l'aveva conosciuto un angelo, un angelo vero.
La bocca aveva chiuso la bocca.
Lo strazio di non avere scampo da se stessa, mentre ascoltava il corpo incedere liscio e struggente su quello dell'altra, mentre le braccia la chiudevano e la bocca sussurrava respiri straziati…
Eppure…
Le dita erano scorse ad accordare i respiri dell'altra…
Eppure…
Le mani nelle mani, Odile le aveva detto che non sapeva se lei profumasse di fragole, perché non le aveva mai assaggiate, ma le sembrava che sarebbe potuto essere così.
Era stato allora che s'era ritrovata incapace d'avanzare oltre, mentre intuiva la tiepida carezza che sigillava le labbra, disegnando incerti cerchi d'umida follia, e ancora la progressiva dissoluzione d'ogni vergogna, lenta discesa entro l'immonda illusione dettata dall'effimero piacere di ritrovarsi senza appigli, senza disgusto, senza alcun ribrezzo morale di sé, libera dunque d'ascoltare i muscoli tendersi piano, rammollirsi e poi via via irrigidirsi fino al compimento dello stacco, fino alla rottura ch'esplodeva nella testa, capace d'annullare la coscienza e rifuggire il dolore…
Un angelo…
Quando ero in Guyana, ho conosciuto un uomo, secondo me era un angelo. Gli ero stata regalata da Monsieur Bonnard, e lui mi tenne con sé, diceva che dovevo essere educata.
Ma non ha mai desiderato stare con me.
In Guyana…
Era stato allora ch'era indietreggiata.
Essere educata per lui significava che dovevo imparare a scegliere con la mia testa cosa desiderare e quando e come…
Un angelo…
Il mio angelo?
André, questo è il suo nome.
Quando se n'è andato, mi ha detto che sarebbe tornato in Francia, a Parigi. E' per questo che vi sono venuta appresso. Vorrei ritrovarlo, mi poterete a Parigi?
Il nome era esploso nella testa.
Il nome eruppe addosso, rimbombando nella testa, come frustata improvvisa o schiaffo o fulmine che squarcia il cielo.
Rammentò che esattamente in quell'istante, s'era sentita cadere, piombare giù…
Quel nome, quel luogo, quella bocca…
L'incedere intenso, l'immobile estasi, la fuga, la caduta della coscienza, ubriaca d'amore, in lotta contro lo spasmo della perdita, mentre lui solo era stato capace di dannarle l'anima, lasciare che lei si perdesse e al tempo stesso che lei non si perdesse davvero, per ritrovarsi lì, chiusa ed esausta, ad ascoltare se stessa entro un tremito di tiepido sussulto.
Si era ritratta, gli occhi neri e fulgidi della giovane Odile addosso, a incidere senza saperlo, il nome dell'altro sulla pelle, cicatrice fredda che annichiliva muscoli e pelle.
E sapete che cosa è accaduto qualche mese dopo che lui se n'era andato?
Aveva atteso muta, gli occhi chiusi in ascolto dell'abisso in cui scivolava…
Monsieur Bonnard, ch'era sempre stato crudele con noi…
Chissà come il re di Francia è venuto a sapere che Monsieur Bonnard era così crudele e un giorno Monsieur Bonnard è stato portato via dalle guardie.
Si dice sia finito in prigione!
Siamo stati tutti meglio senza Monsieur Bonnard!
Come hai fatto ad arrivare sin qui, in Francia?
Un giorno ho deciso che volevo rivedere André, perché sono sicura ch'è stato lui a dire al re di Francia che Monsieur Bonnard era crudele con noi. E allora sono salita su una nave. Sono riuscita ad arrivare fin qui, ma adesso nessuno vuole portarmi a Parigi. Tutti dicono di non sapere dove sia Parigi. Voi lo sapete, mi avete detto che lo sapete dov'è Parigi?
Sì, lo so…
Mi porterete a Parigi? Voglio trovare André…
Dio aveva reso liberi i suoi angeli, tutti. Anche l'Angelo prediletto.
Il patto era quello, la volontà veniva da Dio stesso, Che aveva donato all'angelo il potere più grande.
La libertà di scegliere.
E l'angelo aveva scelto…
L'angelo aveva scelto, voleva essere come Dio, così rinnegando Dio.
Odile l'aveva osservata, lei - demonio senza voce e scrupoli - aveva sorriso, nascondendo la faccia entro le mani, ficcando la testa tra le braccia di colei che non le avrebbe mai fatto del male, perché Odile la vedeva come un angelo.
Dunque era così, anche gli angeli alle volte avevano paura di morire, che poi forse un angelo muore quando non può più esser tale, quando sceglie di ripiegare le proprie ali, rinunciando a volare, quando perde la speranza d'affidarsi a quelle per salvarsi.
Un angelo muore quando ammette di non poter più essere tale.
Che idiozia, lei non era un angelo.
Se fosse stato così semplice.
§§§
Il disgusto salì, la nausea s'affacciò allo stomaco, che dunque comprese l'esatto istante in cui era fuggita.
L'angelo era caduto giù.
Tutto sarebbe stato uguale a prima.
Il vuoto, l'assenza, la morte.
Rammentò che non aveva avuto tempo di chiedere nulla.
Nemmeno dove sarebbe stata la misera sepoltura, forse un luogo nascosto, come doveva essere nascosto il suo peccato, da occultare al mondo, così che lei sarebbe sempre rimasta pura.
Si alzò, lasciando poche monete sul tavolaccio.
Fece per uscire mentre il sentore di legna bruciata, mescolato all'umida nebbia che toglieva la vista e il respiro, azzannava la gola.
"Siete bello".
Alle spalle giunse una voce batta, impastata - al pari della sua mente - dei fantasmi generati dalla perdita di sé, per via dell'alcool, per via della fuga, che anche lì, non si può fuggire per sempre.
La mente ricadde ancora più indietro allora, alla lontana locanda di Brest.
Pochi istanti, l'ammissione che già allora lei amava André, che l'amava da sempre e l'avrebbe amato sempre, ma sempre alla fine è un tempo talmente assurdo - quando si ama - e senza senso e difficile da immaginare, sempre è talmente tanto tempo, che il cuore non riesce a farcela, che la coscienza si ribella e la ragione, sì perchè è la ragione in fondo che impone di sopravvivere, detta di scostarsi, di perdersi altrove.
Non si voltò.
Alla voce s'aggiunse una mano appoggiata sulla spalla, un tocco imposto e sconosciuto.
La destra s'allargò, assieme al mantello, accennando a far strada, ammettendo un consenso muto, come a volersi stordire di più, ancora di più.
Le mani alle spalle, si ritrovò spinta all'indietro contro un muro storto, eroso dalla salsedine, che nel buio, il colpo sollevò polvere chiara, un misto di paglia distrutta dal calore e fango oramai secco.
Accolse lo sguardo su di sé, s'impose di farlo, mentre le mani dello sconosciuto rovistavano oltre il mantello, sì da tener fermi i fianchi.
"Che razza di uomo siete?" – bofonchiò quello – "Mi sembrate pari a una donna?".
Le lacrime si sollevarono. Lei era una donna e mai avrebbe potuto rinnegare ciò che era, che nell'istante presero a rimbombare nelle tempie domande assurde.
Hai avuto paura?
Hai ascoltato la mia voce quando ti parlavo?
Hai udito i miei passi mentre percorrevo la salita per giungere sino a spaziare con lo sguardo sul mare?
Hai udito il rumore dell'oceano?
Le parve di ascoltare la paura dell'altro, nell'istante in cui si separavano, in cui le esistenze si dividevano.
Per nove mesi l'aveva portato in grembo, l'aveva sentito muoversi, dapprima una sorta di guizzo veloce e raro, e poi più lentamente e intensamente, ch'era cresciuto, che non aveva ormai spazio.
Non era accaduto nulla durante i nove mesi, se non i suoi pensieri che forse avevano raggiunto suo figlio.
L'avevano cullato oppure spaventato?
Uno scarto del cuore…
Amava suo figlio?
La domanda eruppe…
La risposta squarciò la coscienza.
Non lo sapeva.
E non sapeva se le importava.
Nell'istante le mani puntarono alle spalle dell'uomo sopra di sé, la bocca a cercare il collo, lei lì, rigida ma consenziente, instupidita e furiosa che il suo destino fosse nuovamente deciso da altri.
Nel buio chiuse gli occhi, la bocca tentò di scostarsi.
"Fai il difficile eh…".
La mano scorse a raspare contro il muro sbrecciato, le dita intuirono la consistenza d'un arpione, il corpo si ritrasse, contraendosi, sottraendosi, sgusciando dalla presa, che l'altro si ritrovò spiazzato e furioso, invogliato e poi respinto, ferito nell'orgoglio e beffato nello scopo che s'era prefissato.
L'afferrò per i capelli, che lei gli piantò il ferro nello stomaco, respingendo il corpo tutto, a terra.
Il respiro mozzato, la smania a brandelli, a testa bassa, come un animale, l'altro caricò il ginocchio per schiantarsi contro il damerino ribelle.
Uno scarto, l'arpione roteò colpendo prima la nuca, poi la schiena, l'energumeno barcollò, un calcio nel sedere, e quello si ritrovò di nuovo la faccia nella polvere.
"Ehi…" – si rialzò l'uomo, scostando il mantello, la guardia alzata, uno sputo contro la polvere…
"Monsieur…avete compreso male…" - ubriaca, la nausea saliva, i gesti freddi ma sporchi – "Se il torto è mio, vi porgo le mie scuse".
"Il torto è tuo! Hai accettato e adesso ti tiri indietro?! Ebbene questo torto non passerà senza conseguenze!".
Eruppe la chiosa.
Il brandello sfregiò la memoria, il passo arretrò per fuggire, anche l'altro afferrò un bastone, sferzandolo contro l'avversario.
Un colpo di striscio, schivato…
Indietreggiò, assestando un rovescio…
Barcollò, esausta, il terzo colpo la raggiunse infine inducendo lo spasmo dei muscoli, la rabbia crebbe, fece per ricambiare ma si ritrovò raggiunta da un altro colpo, inferto di lato, l'avversario era di fronte, dunque s'erano aggiunti altri.
Indietreggiò per sottrarsi, gli avversari erano due, non fece in tempo, che il colpo s'abbatté addosso, stremando il respiro.
La mente vacillò, il pensiero si perse…
Si ritrovò afferrata e stretta e poi d'improvviso libera, mentre l'avversario crollava a terra, colpito dal colpo sferrato…
Odile, gli occhi fissi a lei, il respiro muto, un legno asciutto stretto tra le mani.
Fece per rialzarsi, i due idioti presero a gridare, fingendo d'esser aggrediti, la gentaglia della bettola, già in allerta per via dei sordi rantoli, arrancò sgomenta di fuori, gli occhi aperti, le mani ad afferrare i contendenti e dividerli, le baionette di tre gendarmi spianate contro gli aggressori, ammesso fosse comprensibile chi fossero.
Indietreggiò ancora, lo scarto a cercare la mano di Odile, per prendersela appresso, portarla via, salvarla dal caos che avrebbe travolto tutto e tutti.
Che inevitabilmente, non potè ch'essere così, che quella giovane aveva la pelle scura, era una povera sguattera, per giunta erano giorni ch'era scomparsa lasciando a bocca asciutta i clienti della bettola, che quella credeva d'aver fatto fortuna, con quello strano padrone che lavorava meglio dei gitanes…
Dunque era lei la colpevole, forse al soldo dello straniero…
Due estranee, lei e la giovane Odile, da cacciare e punire solo perché tali.
Se la trascinarono indietro i gendarmi, che Odile prese a gridare e quelli le rifilarono un manrovescio.
Ci provò a riprendersela, che quella però avrebbe rischiato d'essere fatta a pezzi, mentre lei – straniero venuto da chissà dove - doveva restare libera, se fosse finita sotto il giogo dei gendarmi, tutti si sarebbero resi conto di chi era e nulla sarebbe riuscita a fare per strappare l'altra dalla furia cieca della masnada di idioti.
Le parole rimasero impigliate nella gola, venne lasciata lì, con l'ordine di smetterla con la sceneggiata, mentre la sguattera veniva presa da parte, per aver preso a bastonate il figlio di un personaggio distinto, proprietario di terre e mandrie, uno a cui nessuno aveva mai detto di no.
La solita storia, la storia non mutava, che si fosse a Parigi o nella Camargue.
Albeggiava ormai.
La porta dell'uscio si chiuse alle spalle.
Albeggiava e la luce feriva come mai prima di allora.
Cadde giù a terra, gli occhi scorsero alla stanza vuota, intrisa di respiri e pelle tiepida, annusata e baciata piano.
La testa si chiuse sulle ginocchia, le mani si strinsero, stringendo l'aria vuota.
André, che hai fatto?
Hai conosciuto Odile in Guyana. Le hai insegnato a essere libera e adesso lei liberamente ha scelto.
Dannato André…
Rendere libero un essere un umano significa addossagli la responsabilità delle sue scelte.
Anche a me hai insegnato a essere libera, e adesso lo sono a tal punto che non so neppure se io abbia mai amato mio figlio.
Estranea a sé, lontana da sé.
Libera da ogni convenzione, dall'obbligo d'essere una brava figlia o un bravo figlio, a seconda di quel che avesse aggradato alla società.
Libera dall'ammonimento a restare fedele alla fedeltà, così come a colui che l'amava ed anche a quelli che non l'amavano desiderandola soltanto.
Libera persino dal pensiero di non essere stata capace di amare suo figlio, non abbastanza d'averlo difeso contro il destino avverso.
Libera al punto da immaginarsi d'aver persino odiato se stessa, madre, senza un motivo, semplicemente perché forse non era stato un suo pieno desiderio.
Libera d'accettarsi imperfetta, manchevole…
Libera, finalmente, nell'ammissione che l'amore non cura e non guarisce…
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