Attimi di tempo perduto
Alla fine aveva chiesto un permesso di due settimane, accordate con stizza dall'addetto ai turni di guardia.
Quel soldato appena arruolato già chiedeva di allontanarsi e abbandonare i suoi doveri, ma poi i compari avevano testimoniato ch'era una questione importante e che alle perdute ciascuno di loro avrebbe dato un'ora o più per coprire il turno dello scansafatiche.
Le due settimane erano divenute quasi quattro, un tempo speso per il viaggio, ch'era stato veloce sì ma anche ramingo, per trovare indizi, tracce, nemmeno sapeva s'esse fossero vecchie o recenti o affidabili o frutto di ricordi sbiaditi di paesani distratti.
Un viaggio a raccogliere gli echi del vento, l'incessante ripetersi delle maree che sommergevano tutto, strade, persone, capre, asini, carrozze, cavalli, sogni, incubi, e alla fine gli erano sembrate – quelle quattro settimane - un soffio perduto entro tutta la sua vita, insulsi attimi non bastevoli a recuperare il filo della vita dell'altra, e al tempo stesso un'eternità, perché il pensiero fisso adesso s'era raddoppiato.
Non più solo a lei, Oscar, ma all'alcova tiepida, appena sporcata da un raggio di luna impertinente che giocava a nascondersi dietro tende di nuvole bianche.
Quel pensiero - ch'era divenuto sentiero di sensazioni e dubbi e strana e confortevole mitezza – prendeva forma e consistenza allora, entro la polvere sollevata a terra dagli zoccoli del cavallo.
E da terra s'inerpicava lungo le pareti di quella mite alcova, dove non v'era più necessità della candela, perché la luna piena bastava a spezzare l'oscurità e a baciare il bambino, con quel suo bacio vitreo e freddo, che lui s'era detto non si poteva lasciarglielo, il moccioso, alla dannata luna gelata.
Aveva dunque calcolato di restar fuori un mese, così che quando sarebbe tornato, e la luna fosse stata di nuovo piena, dopo aver coperto i turni necessari e ripagato i compari che l'avevano aiutato, sarebbe tornato in quella casa.
Come un ladro.
Un ladro di sguardi, occhiate sorridenti, manine tese…
Quello pensava, e quel pensiero assurdo era rimbombato nel cuore, come un uccello chiuso in gabbia, che s'accorge che la gabbia non è tutto e smania per uscire, aprire le ali, anche se non è certo riuscirà a spiccare il volo.
Non sapeva se lasciarlo libero, quel pensiero, così che quello sarebbe vissuto, oppure liberandolo, sarebbe morto, incapace di sopravvivere solitario.
Quel pensiero era un po' come il piccolo falco che andava e veniva, libero, puro, non legato all'uomo che da una oscura forma di rispetto, che però di tanto in tanto lasciava il posto al desiderio di fuggire e restare vivo altrove, nascosto in chissà quale recondita parte del mondo.
Strideva ora nel cuore il subitaneo passaggio dal paesaggio vago e possente della pietra incastonata nella terra, come porta o baluardo dell'Inferno, di cui però era impossibile trovare la chiave, a quello duro e intenso della campagna che si spandeva gialla e arata davanti allo sguardo stanco.
Era trascorso un mese.
In quel mese la mente s'era divisa in due.
Continuare a darle la caccia oppure rassegnarsi e tornare a Parigi, come se lei fosse là, come se lei ci fosse tornata, non proprio lei, ma sotto altre sembianze.
I brandelli dell'assenza, colmati dalla lontananza e dal vuoto, s'erano sporcati di storie strane, capaci d'incidere ancora di più, allargando il baratro, bruciando la ferita che s'era aperta, di nuovo.
Dolore…
Rabbia…
Vuoto…
Sì, forse il vuoto, semmai esso è sentimento, semmai ad esso può conferirsi consistenza degna delle sabbie mobili che a poco a poco, lentamente ma inesorabilmente, inghiottiva muscoli e ossa, obbligando la coscienza a ispezionare il cuore a brandelli, i rimorsi di ciò che s'era compiuto, i rimpianti di ciò che non s'era fatto.
Sì, il vuoto forse, che per il resto non aveva avuto tempo di provare più nulla.
Dunque era tornato a Parigi.
E dopo, era tornato ancora in quella casa.
C'era tornato quando non aveva avuto le ronde di notte, per le strade di Parigi, così che quella che doveva essere solo una comparsata, entro il nero palcoscenico della città, per il ladro più famoso di Parigi, era divenuta una specie di replica, acclamata a gran voce da un pubblico muto, invisibile, seduto entro i meandri della mente sempre più frastornata dello scagnozzo.
C'era tornato ancora, e ancora, ladro di ore, annotandosi quelle vuote e meno pericolose, avvicinandosi a poco a poco alle abitudini del moccioso, così da non rischiare d'essere scoperto.
Di giorno non poteva avvicinarsi, Madame Roma conosceva la sua faccia e l'istinto gli aveva dettato di restare lontano, proteggere con le unghie e con i denti quello stano segreto a cui la donna pareva tenere più che alla sua stessa vita.
Nessuno doveva saper nulla del moccioso, e André convenne fosse meglio così, anche per lui, finché non avesse scoperto chi era, perché il cuore era saturo, le gambe tremavano ogni volta che poteva rivederlo e ad un certo punto gli era davvero parso che quella piccola anima lo riconoscesse, nella penombra, e lo attendesse, come fosse parte delle sue giornate, una consuetudine degna di restare scolpita nella bianca e tenera memoria.
Il volto del piccolo s'allacciava, ora dopo ora, ai frammenti strappati al caos del viaggio, come fosse divenuto una specie di chiave, capace di aprire la porta che avrebbe rivelato il bene più autentico, ossia la conoscenza, entro il caos dell'assenza.
Una donna - ch'era certo Madame Roma, perch'era conosciuta con quel nome - aveva alloggiato per qualche mese nelle stanzette ch'erano di proprietà della famiglia, donate per via dei meriti di devozione e per il denaro versato ai frati che accudivano Mont Saint Michel e le anime dannate, perdute entro i meandri del santuario.
Madame non era sola, con lei c'era un'altra donna, più giovane, e tutte e due erano state viste passeggiare dalle stanzette verso la rupe, su per il sentierino, ogni giorno a passo sempre più lento, come se ogni giorno un peso invisibile si fosse fatto strada nel corpo dell'una e una colpa possente ne avesse piegato le virtù dell'anima, mentre la seconda pareva accordarsi al passo, come a sorreggere quella colpa, forse per levargliela proprio di dosso.
All'inizio era accaduto molto spesso, quasi tutti i giorni, e più d'una volta durante il giorno.
Poi, sempre meno, finché non s'era veduto più nessuno.
Perché?
Chissà, nessuno faceva caso alle anime che vagavano di giorno e di notte entro le stradine di Mont Saint Michel, dentro e fuori le dimore dedicate ai fraticelli e quelle assegnate ai devoti sostentatori della chiesetta.
Nessuno ci faceva caso perché lì, ognuno aveva il suo demone da tenere a bada, il suo passato da ripulire, la sua anima da curare, così da potersi riappropriare della propria esistenza e forse sperare d'essere d'accolti nuovamente nel mondo, dopo aver peccato e dopo essersi redenti dal peccato, o forse semplicemente dopo aver lasciato trascorrere tempo sufficiente, sì che tutti si fossero dimenticati del peccato.
Oblio dell'anima e del corpo…
La storia si concludeva con la sparizione delle due donne, una dopo l'altra, a distanza di qualche giorno l'una dall'altra, che però la seconda, la più giovane, dopo che la prima non aveva più mostrato traccia di sé, era stata vista vagare per i camminamenti della fortezza, su in alto, che quasi era venuto da pensare che si sarebbe buttata giù, che se l'avesse fatto mentre la marea saliva, l'acqua torbida se la sarebbe ingoiata, trascinandola chissà dove, non lontano di certo, ma di certo abbandonandola in balia di gabbiani affamati e granchi stizziti, che un pezzetto alla volta se la sarebbero divorata, facendola sparire.
Scenario apocalittico…
Vede, proprio da qui…
Nella mente erano corse l'immagine del dito del paesano di Mont Saint Michel, che indicava il punto esatto della balaustra, la pietra che la mano, la sua mano – perché André era sempre più convinto che quella donna fosse lei, Oscar – aveva sfiorato, accarezzato, toccato, e poi l'altra visione, l'impatto contro lo spazio aperto, biancheggiante sotto quel sole triste, capace a mala pena di bucare la coltre di nebbia.
E c'era da crederci che quella si sarebbe buttata…
Negli ultimi giorni, prima che sparisse, sembrava avesse stretto amicizia con un animale…
Il sudore era corso lungo il collo…
Ch'eresia, quella d'una donna che stringe amicizia con un animale, come creature demoniache che si riconoscono e si corteggiano tra loro!
Quale bestia si sarebbe avvicinata al corpo in bilico sul vuoto, l'anima protesa a spiccare il volo per vedere se il dolore si fosse disperso e almeno per qualche tempo – giusto il tempo di porre fine alla vita – esso avrebbe cessato d'essere un pungolo inesorabile, per mutarsi in un ben più modesto grumo di cattivi pensieri, da spazzare via come la polvere dal pavimento?!
Lì da quelle parti non si usava immaginare che l'amicizia tra uomo e animale fosse segno divino, come per San Francesco alle prese con lupi e allodole, bensì stigma di nero raccapriccio, come se l'animale fosse messaggero infernale, spedito lì per riprendersi l'anima, per sempre prigioniera del peccato e della colpa.
Quale animale?
Forse era un falco…
Un falco…
Oui monsieur, un piccolo falco ch'è stato visto aggirarsi per quel costone laggiù. Accade che qualcuno di quelli finisca per fare il nido.
Dopo poco tempo, se n'è andato.
Quando? Prima o dopo che quella donna fosse scomparsa?
Quale donna…
Dio, quella…quella più giovane…
Ah…monsieur…e chi lo sa? Che volete monsieur, e chi ha tempo di tenere a mente i voli d'un falco?
Dunque poteva esser lo stesso falco?
Possibile che il falco l'avesse seguita e ritrovata proprio lì, a Mont Saint Michel, che lei e la bestiola si conoscevano, dunque lei in Inghilterra non ci aveva mai messo piede, ma era sempre rimasta in Francia!?
Victoire aveva riconosciuto Pur nella casa – quella casa – ove era tornata ad abitare Madame Roma e dove si trovava quel moccioso.
Non v'era traccia di Oscar, ma una donna era stata lì, a Mont Saint Michel, una donna bella – lei indubbiamente lo era - che poi se n'era andata.
Se quella donna fosse stata Oscar, sarebbe dovuta tornare a Parigi ormai molti mesi prima, mentre lei non c'era, non era da nessuna parte.
Dio…
E se si fosse davvero lasciata cadere?
E quel bambino…
Chissà quand'era nato?
Oscar…
Accarezzarla e baciarla e sentire la sua voce…
Dio, la bocca era la sua…
La bocca di Oscar…
No, i mocciosi così piccoli sono tutti uguali.
André rammentava i figli di Sua Maestà, i figli delle sorelle di Oscar…
Non li aveva trovati poi così differenti l'un l'altro, se non nell'incarnato, nelle rughe del visino, più o meno distese, a seconda della fatica o della leggerezza del venire al mondo.
I bambini così piccoli sono tutti uguali, s'assomigliano, eppure…
Oscar…
§§§
19 june 1787, Versailles…
"Era inevitabile!".
"Sua Maestà è così triste".
"So che il re ha mantenuto gli impegni di corte ma ha comunque speso una nota nel suo diario giornaliero. Quindi direi che un briciolo di commozione deve averla provata. Ma si sa, il nostro re è parco d'emozioni. Piuttosto adesso che accadrà al dipinto di Madame Le Brun?".
"Vi preoccupate del dipinto? Ma che volete che sia, verrà lasciato così com'è".
"Come? Quattro figli…ma non sarebbe corretto!".
"Gira voce che la culla verrà lasciata vuota, come segno tangibile del vuoto lasciato dalla piccola Sofia Beatrice. Anche il volto della regina, non sorride. L'avete notato?".
"Ci sono gli altri tre figli! Già bastavano e avanzavano prima! Il regno di Francia s'è comunque assicurato una degna discendenza. Almeno per un'altra generazione! L'assolutismo non potrà esser messo in discussione. Vi dicevo che il nostro re farà ciò che ritiene opportuno. Quel che è accaduto non andrà a mutare il corso delle sue scelte".
"Sì, è così. Le Ministre Calonne ha presentato le sue riforme".
"Ah…temo che chiamarle riforme parrebbe azzardato! Ma sapevate vero che Calonne avrebbe voluto affondare la monarchia, come s'affonda una nave inglese!? Reputava il nostro regno imperfetto…impossibile da governare così com'è costruito. E allora incontrando i notabili, avrebbe detto che quelli che avrebbero pagato d'ora innanzi sarebbero stati quelli che oggi non pagano abbastanza…".
"Degne parole!".
"Sagge e liberiste!".
"Ma certo, imposte progressive e non più appoggiate ai territori".
"Ma il re non ha gradito".
"Il re si è spaventato e ha detto a Calonne di ritirarsi!".
"E Calonne si è dimesso!".
"Ma i notabili volevano gli Stati Generali!".
"Si, ebbene si pensa di percorrere quella via. Solo gli Stati Generali a questo punto avranno il potere per cambiare le cose, per riformare le imposte!".
"E le pensioni, sapeste cosa si è detto quando s'è saputo delle pensioni di corte!?".
"Un buco nel buco!".
"Ma siamo di nuovo daccapo!".
"Monsieur Loménie de Brienne ha ottenuto un bel risultato invece!".
"Spero non abbia di nuovo pensato di far circolare quei dannati biglietti di banca?! Quelli che per poco non mandavano in bancarotta la Francia, sessant'anni or sono!".
"No, che dite! Ma converrete con me che il nostro re non ha colpa di ciò che sta accadendo! Poverino, s'è ritrovato re dopo il regno di quello sciagurato di suo nonno. Tra castelli, amanti e ogni sorta di divertimento e colonie perdute e guerre disastrose…voi non v'immaginate neppure come sono ridotte le casse della Francia!
"E dunque, quale sarebbe questo bel risultato?".
"Non ne siete al corrente!? Un prestito da sessantasette milioni di livres, per evitare la bancarotta!".
"Ah…quel prestito dite? Un altro?! Sì, alla fine la soluzione è sempre la stessa. Certo Monsieur de Brienne ha ottenuto il prestito dai notabili e dal parlamento…ma poi…anche quelli sono stati licenziati! Comprendete adesso? Prima si chiedono i soldi e poi, siccome quelli – di nuovo – chiedono gli Stati Generali, sempre per la solita faccenda di riformare le imposte…".
"Di nuovo…gli Stati Generali!".
"Certo…per averli chiesti son stati licenziati tutti! Il re concede, ma concede solo fin dove non vede minacciata la sua assolutezza".
"E non sapete che è accaduto proprio il giorno prima che questa creatura ci lasciasse…".
"Che…".
"Un altro prestito! Questa volta…settanta milioni di livres! Voi capite che di questo passo…".
Silenzio…
"Di questo passo se anche non ci riuscissero i cari Illuminati…".
"Illuministi vorrete dire?!".
"Insomma…il popolo se ne fa poco delle lettere che lo creano artefice del proprio destino…se poi quel destino ha la pancia vuota".
"Dite che il popolo ha la pancia vuota? A me non sembra…piuttosto mi pare che finga d'averla vuota!".
"Insomma, se non sarà il destino, sarà la bancarotta a portare questo governo e il nostro re al collasso. E con questo la stessa monarchia sarà messa a rischio…e siccome tutti pensano di dire la propria…".
"Oggi…".
"Oggi il Parlamento di Parigi ha ufficialmente chiesto la convocazione degli Stati Generali!".
"Di nuovo…".
"Ma cosa credete? Questo si vuole…pare che ormai siano in tanti a chiedere che siano gli Stati Generali a decidere sulle tasse che si dovranno pagare!".
"Ma chi le dovrebbe pagare poi queste tasse?".
"I contadini…quelli che possiedono la terra. Perché non le prendono da loro?".
"Suvvia, sì, la possiedono ma pare solo per un terzo…e il resto?".
"Per la metà vorrete dire! Per la metà".
"La metà? E allora l'altra metà?!".
"Non scherzate, l'altra metà - ma si vorrebbe addirittura i due terzi, se quel terzo di prima fosse davvero solo un terzo - sta nelle mani dei gentiluomini di questo paese. E si spera saldamente. Persone per bene, a cui la terra è stata affidata perché sia preservata e custodita da mercanti senza scrupoli, affaristi, pidocchi speculatori, che se potessero se la rivenderebbero sin a far diventare tutta la Francia la terra d'altri! E chissà chi ci ritroveremmo come vicini se le grandi famiglie aristocratiche non se la tenessero stretta quella terra!".
"Quindi dove li si prenderebbero i denari per risanare le casse del paese?".
"Ma dal terzo dei contadini! Suvvia…che quelli si son sempre tenuti stretto tutto! Sono loro che lavorano la terra e pretendono di tenersi il raccolto e di non versare una lira di tasse?!".
"Dimenticate la taglia?! Da quella i proprietari di terre non possono sottrarsi!".
"Oh, s'è per questo c'è pure la gabella… non lo compriamo forse tutti il sale?"
"E volete mettere la decima e la ventesima e la cinquantesima? Insomma di tasse ve n'è fin troppe, non sarebbe equo dunque che se ne stabilissero meno ma per tutti?!".
"Insomma…un gran lavoro per la Ferme Generale!".
"Oh, sì…e un gran guadagno per chi riscuote le tasse".
"Ma poi si è sempre daccapo".
"Troppe guerre!".
"Troppe guerre costose!".
"E allora volete mettere quanto ci costa la Corte?".
"Oh…vi riferite al buon Neker? Che ci ha fatto sapere che le spese della corte s'aggiravano, su per giù, sui venticinque milioni di livres?!".
"Sua Maestà l'ha odiato profondamente, e lo odia tuttora. Un vero affronto…da parte d'un banchiere poi, che si è sempre dimostrato il più affarista e spregiudicato e speculatore di tutti! Si è permesso di far la morale alla corte quando era lui invece la vera serpe. Ha fatto affari d'oro, rastrellato titoli quando v'erano carestie o speculazioni, ha fatto scommesse su qualsiasi accidente tragico o comico…".
"Beh, in fatto di scommesse…pure la nostra regina non s'è atteggiata proprio a madre attenta e amorevole del suo popolo! Ma insomma…si sarebbe adirata perch'era vero, le Compte Rendu, oppure perché non lo era?!".
"Suvvia…perch'era fango! Da qualsivoglia parte lo si fosse letto! Le spese erano gonfiate da voci assurde, la banca di Monsieur Neker era diventata la prima creditrice del Tesoro pubblico. Come pensate abbia fatto ad arricchirsi quell'uomo se non addossando ad altri la responsabilità della catastrofe delle casse francesi? Chissà come ha fatto a sapere del grano olandese…e poi ancora di quel disgraziato rimborso agli inglesi dei titoli del Tesoro francese, che non valevano nulla? Li ha comprati, ha fatto persino intestare a gente inglese titoli ch'erano dei francesi. Li ha comprati per nulla e se li è fatti ripagare per il loro valore…insomma…insomma…come avrebbe potuto la nostra regina apprezzare simili speculazioni? Ammesso le abbia mai conosciute?!".
"Dite ch'era fango…insomma…era fango anche l'Affaire du Collier…che Sua Maestà ha sempre affermato di non saper nulla di quella collana…intanto però in gabbia c'è finita solo quella Jeanne de la Motte, solo lei è stata ritenuta colpevole, ma la collana è sparita. Insomma…è mai possibile che una regina, la nostra regina, non sappia mai nulla?! E che tutto ciò che s'afferma su di lei sia solo fango?".
"Mi meraviglio…certo! Comunque quel Compte Rendu è ormai vecchio…".
"Ma Neker si è attirato l'odio della regina".
"Ma allora dite che la soluzione sarebbe far pagare le tasse a tutti?!".
"E a chi altrimenti?! Credete che il popolo vorrà continuare a farsi opprimere, quello ch'è più indifeso, quello che alla fine ci rimette sempre?".
"E allora credete che sarà il popolo a ribellarsi?".
"Dipende! In realtà potrebbero anche essere tutti quelli che le tasse proprio non le vogliono pagare, quelli che vorrebbero riprendersi il potere che gli è stato portato via dal nostro re!".
"Che dite…e chi sarebbero?".
"Ma chi se non gli aristocratici?! Non credete ne abbiano abbastanza di ritrovarsi sotto il rischio di vedersi togliere i pochi privilegi di cui ancora si vantano? Ce li vedete, gli aristocratici, a pagar le tasse come tutti?!".
"Insomma…dite che Neker avrebbe mentito allora?".
"Dico che adesso ci si fida di de Brienne, ch'è amico della regina, ch'è nemico di Calonne, ma amico di Neker. Dunque forse non aveva poi tutti i torti, il buon Neker".
"Che accadrà?".
"Che per qualsiasi passo, il Palamento chiederà gli Stati Generali. E siccome il buon de Brienne non ha potuto far altro che riproporre le soluzioni di Calonne, anche se non lo stimava affatto, il Parlamento s'è nuovamente rifiutato e ha chiesto…".
"Gli Stati Generali!".
"E il re…".
"Il re ne ha avuto abbastanza".
"E che farà…licenzierà nuovamente il palamento?".
"Staremo a vedere. Qualunque strada s'intraprenderà, per noi sarà importante sopravvivere, sempre e comunque. Il nostro sangue nobile non deve essere disperso".
"Il nostro sangue nobile…che intendete…che mi dite di voi…madame?".
"Monsieur…io sono molto felice, adesso. Nostro Signore ha finalmente concesso a me e alla mia famiglia di poterci occupare di una creatura piccola e indifesa. Una sorta di tabula rasa, ove imprimere il senso della nobiltà più pura, i valore della nostra santa discendenza! Se penso a cosa è accaduto alla povera piccola Sofia Beatrice mi si stringe il cuore. E' per questo che pur non avendo avuto il dono di avere figli, questo piccolo essere lo sarà in tutto e per tutto! Piuttosto voi…".
"Madame…".
"Suvvia! Non disperate…in effetti…ciò che è accaduto ha stupito anche me…".
"Che cosa sapete? Da quel giorno…".
"Quel che sapete voi! Mademoiselle è una donna generosa e soprattutto molto fedele alla famiglia reale. So che le è stato chiesto di cercare la collana e con le pietre preziose anche quella ch'è stata giudicata per averla rubata e che poi è fuggita. Oppure ch'è stata fatta fuggire…non lo so. Ma se mademoiselle le ritroverà entrambe – ladra e collana s'intende – ciò scagionerà la regina da ogni sospetto. La collana recuperata sarà la prova che Sua Maestà non ha sottratto nulla".
"Sua Maestà è già stata dichiarata innocente".
"Innocente? E sia, lo si spera. E dunque dovrete pazientare mio caro Victor. Avrete presto l'opportunità di rendere felice la donna che avete sempre amato. E sono convinta che la libertà che le avete concesso…la libertà di adempiere al suo dovere sino in fondo, sarà appezzata, e lei ve ne sarà riconoscente per tutto il resto della sua vita. E sarà dunque la riconoscenza che fortificherà la vostra unione".
"Siete ineguagliabile madame. Non vi perdete mai d'animo. Siete sempre così altruista e generosa e ottimista. In questo frangente, quel ch'è avvenuto ha esaltato ancora meglio le vostre qualità".
"Non ho qualità tali d'esser come dite. Siamo esseri virtuosi e fortunati però! Siamo singolari entrambi. Siamo ombre di noi stessi col privilegio di amare – adesso - ma non di quell'amore marcio, di rifiuto, tragedia, rango ignobile. Nessuno ha necessità d'essere avviluppato da una simile ragnatela. Il vostro, il nostro, è un amore di serenità e quando lo si comprenderà…".
"Dunque avete mutato opinione…dunque l'amore non trasfigura una donna e voi sapete in fondo che lei non è mai stata una conquista…".
"Quando anche lo fosse…" – si permise di sorridere Madame Alexandra Roma – "Varrebbe comunque la pena di stringere le mani e trattenere una tale conquista".
"Sì, stringerla a me. Sapeste quanto vorrei. Ebbene, mi permetto allora un gesto d'estremo egoismo".
"Nulla di ciò che viene da voi potrebbe mai dirsi egoista…ma dite…".
"Mi permetto di chiedervi un formale invito presso la vostra casa. Mi piacerebbe conoscere la creatura che v'ha rubato il cuore".
"Ah…certamente! Ma dovrete pazientare ancora qualche mese. E' un essere delicato, devo tener conto innanzi tutto delle sue esigenze".
"Immagino, starete sempre assieme. Sarete come una madre".
"Non impongo affetto ma dedizione. E' un essere umano che dovrà imparare a temere più il rispetto che anelare all'affetto. Solo così otterrà il privilegio di diventare forte in qualsiasi frangente".
Silenzio…
"Ma non sapete ch'è accaduto a proposito delle cure che sto svolgendo…".
Silenzio…
"S'è presentata nella mia casa quella mocciosa…quella che v'assomiglia".
"Victoire?!" – quasi strozzato, rammentando l'immagine della bambina sgraziata, come sasso uguale ai sassi entro un torrente di fango.
"Ebbene…sapete è diventata cucitrice" – disprezzo per il rango e appezzamento per il mestiere – "Mi è stata mandata per confezionare gli abitini che ho preteso dello stesso pregio di quelli della defunta Sofia Beatrice".
"Madame…".
"No monsieur…non temete! E poi non dello stesso colore s'intende, ma d'un bell'azzurro chiaro. Sapete quella mocciosa è in grado di tessere punti quasi invisibili, così che l'effetto che se ne ricava è d'un abito davvero perfetto, senza strane sbavature, senza ritocchi. Vedeste che meraviglia. Dunque non trascorrerà molto tempo che questo degno erede esaudirà il desiderio d'una discendenza per la nostra famiglia. E quando giungerà il tempo, mi premurerò di organizzare io stessa un grande ricevimento per mostrarlo al mondo intero. E sarà mia cura invitarvi. Sapete, si dice…se vuoi i cuccioli di una tigre, vai a prenderli nella sua tana".
"Che…che intendete?".
"Nulla monsieur, sciocchezze d'una mente ormai votata alla rassegnazione della pace. Ma dite…e per quella faccenda? L'avete preso quell'uomo?".
"Non intendo prenderlo madame. Intendo ammazzarlo!".
"Addirittura! Lo temete sino a tal punto?".
"Non lo temo…non l'ho mai temuto. Quando anche mi fosse superiore…ebbe mi pregerò d'ammazzarlo come un ladro, come uno che ruba in una casa. Mi pregerò di trascinarlo morto in mezzo alla piazza e di appenderlo come si fa coi maiali, a sgocciolare sangue dalla gola. Così nessuno potrà mai obiettare nulla. Un ladro è sempre un ladro, ma non sarò così folle da uccidere un uomo disarmato, per la strada, un uomo di cui nessuno sa nulla. Sarebbe stupido da parte mia".
"Stupido sì, ne convengo. Quindi quell'uomo sarebbe un ladro? E cosa avrebbe rubato se è lecito saperlo?".
Silenzio…
Il ladro non aveva rubato nulla se non il cuore di una donna…
Come si fa a recuperare un cuore rubato?
"Se è davvero un ladro, immagino sarà necessario fare così come dite?!".
"Ebbene…leggo rimprovero nella vostra voce?".
"No, intendo dire che…ora che sono felice…mi pare che qualsiasi gola sgozzata sia inutile. Sapete…il miglior trionfo sta nell'affrontare i vivi, nel vedere il loro volto sbiancare dinnanzi al trionfo del vero sul falso. Sta nel perseguire ad ogni costo la propria felicità e quando la si ottiene ben si può scegliere di mettere da parte la bieca vendetta. Che volete che sia un uomo appeso che non sente più nulla e che non potrà mai più provare dolore!?".
§§§
Andrè…
Il suo nome, pronunciato piano…
Il suo nome usciva da una bocca nuova, quasi sconosciuta a se stessa, mente lo sguardo spaziava alla strada in salita, ferita polverosa a tagliare il costone della montagna, pochi ciuffi d'erba rinsecchita, incapaci d'ingolosire la severa mandria di tori che avanzava, sollevando polvere e sassi, le narici imbiancate da faticosa schiuma, i manti, un tempo lucidi, parimenti impolverati a tratteggiare un unico ammasso, compatto, incapace di avanzare o rallentare, senza volontà propria ma guidato a forza dai mandriani e dai guardians.
Il viso coperto da un fazzoletto, le mani strette alle redini, la mente divisa e divisa ancora, come frantumata, e i frantumi sbriciolati lungo un'altra strada, lontana nel tempo, che scorreva nella testa, rimbalzando dal nuovo continente al vecchio, dalla stanzetta de La Port du ciel alla propria casa e poi dalle strade di Parigi ai corridoi della reggia, le narici colme dell'immondo sentore marcio delle paludi della Camargue e sopra ogni cosa il suo volto, la sua voce, i rumori cauti, il frusciare di vesti, il contatto dei corpi, la pelle, dapprima fredda poi sempre più tiepida, infine senza peso, senza consistenza, come velo di seta a lambire la coscienza.
Tornare…
Ora voleva solo tornare.
Sapere…
Ora voleva solo sapere.
C'era stato un momento in cui il tempo s'era come arrestato, incastrato nel ritmato pestare degli zoccoli del cavallo per trattenere la mandria entro i ranghi, per recuperare alcuni animali impazziti per via d'insidiose bisce ch'erano sbucate dagli arbusti aridi.
Andrè…
Il suo nome, pronunciato piano…
Il tempo s'era mescolato alla forsennata corsa, verso il baratro ove due animali erano scivolati, mentre altri guardians s'agitavano a richiamare altri custodi e la mandria per qualche istante pareva sospesa e furiosa, in ascolto del rantolo delle bestie impaurite e di quelle ch'erano scivolate giù.
Giù, s'era gettata giù, a cavallo, dalla scarpata, che per poco non sarebbe finita contro un masso, schivato e scansato, mentre le grida e i fischi si susseguivano a tenere compatti gli animali che si sbandavano, ebbri dell'idea di scostarsi e librarsi dal giogo umano, senza sapere ch'esso era oppressione e salvezza al tempo stesso.
Gli occhi fissi agli animali, il cuore in subbuglio, una scorsa rapida al cielo bianco e azzurro, di nuvole grigie ancora lontane che avrebbero forse portato un tiepido refrigerio, imperlando le prime ore della sera.
Spine ghiacciate…
L'accerchiamento aveva infuocato i polmoni, frantumato i muscoli, inebetito il cervello, il cielo inclemente s'era rovesciato sui fuochi accesi per distanziare il buio nero e senza luna dell'orizzonte, appena schermito dell'alone arancio del sole morente.
Rovi arrugginiti…
I giorni che s'erano susseguiti, rotolando addosso come pietre e un pensiero – finire per essere sepolti e finanche dimenticati – corso nella testa, e con esso la fatica, unica sorda compagna di viaggio, avevano annientato i ricordi, ognuno come punto a cui seguiva un punto e ch'era preceduto da un altro punto, e tutti si organizzavano per costruire un disegno a cui mancavano ancora punti essenziali.
Polvere pesante…
Si strappavano questi punti sotto il peso degli eventi, persino entro l'immobilità della carne stanca, abbandonata sulla polvere del sentiero che le era stato indicato per tornare, che la mandria era giunta a destinazione, il debito ripagato, ma la compagnia si sarebbe trattenuta ancora qualche giorno lontano dal paese di origine, perché non voleva tornare assieme al demone, che la storia del demone alla fine era servita a tenere distanti tutti, la gente del paese aveva mantenuto la parola di non torcere un capello alla sguattera, mentre lei – il demone – aveva mantenuto quella di riprendersi Odile, ritrovare la strada di casa e con essa i punti di sutura capaci di chiudere la ferita.
Oscar…bambina…
Che nanny s'impietrì, che le avevano annunciato che c'erano visite, i domestici avevano scorto un cavallo, da lontano, avvicinarsi piano alla casa, non al galoppo ma al passo, un passo lento, e siccome lo stalliere non c'era e non c'era neppure il generale, sarebbe toccato alle donne di ricevere l'ospite non annunciato, che però sul cavallo ci parevano sedute sopra due persone, ma quella che teneva le redini, lei, nanny, l'aveva scorta e riconosciuta e quasi era caduta dalle scale per correre giù, venirle incontro…
Che il cavallo s'era avvicinato lentamente e lei, la sua bambina era riuscita a scendere, il bavero del mantello appena scansato per farsi riconoscere in viso, i capelli ispidi e arruffati, il volto scarno, l'incarnato pallido e impolverato, il corpo quasi inghiottito, avvolto nel pastrano che non lasciava intravedere di che pasta si fosse ridotto, se a pezzi, se vuoto, se…
S'inginocchiò nanny sull'altra, che s'era fatta piccola scivolando giù come fosse tornata da un viaggio, come resuscitata dall'Inferno, mentre l'altra viaggiatrice, i capelli come caspo d'erba irta e nera appena imbiancata dalla polvere del sentiero, la pelle ebano, si catapultava giù a raccogliere i brandelli del demone, a chiuderlo nell'abbraccio, così che non si fosse ritrovato improvvisamente solo, ora che tornava di colpo nel suo mondo, quello dei vivi, seppure disperso entro una pozza nera di buio e lacrime.
Lottò un istante nanny, per farsi strada, raccogliere il corpo da terra, mentre l'immagine squarciava la mente e intuiva, nanny, il progressivo svuotarsi della possente virtù della famiglia Jarjayes, il rango frantumato, il blasone disgregato, i secoli di servizio alla famiglia reale spazzati via, d'un sol colpo, dalla faccia della terra.
Vide il volto di Oscar François de Jarjayes, ch'era quasi un anno che non la vedeva, e lei l'aveva creduta in Inghilterra, ma allora chissà se quella benedetta missione segreta aveva avuto pregio e sprezzo tale da ridurre il corpo in quell'ammasso frantumato di muscoli sfatti, e scolpire sul viso quell'espressione di smarrimento, vuota, come svuotata da altro che aveva rubato tutto di lei, sin dal profondo delle viscere.
Le pareva morta e viva e pazza al tempo stesso…
"Acqua" – sussurrò Odile, scacciata indietro e ricaduta a terra sul sedere, seduta adesso nella polvere, mentre nanny invocava che qualcuno l'aiutasse a portare mademoiselle su, nella sua stanza e qualcuno andasse ad avvertire il generale che la figlia era tornata e poi anche sua madre e infine anche quello ch'era suo marito e…
Odile ascoltò gli appellativi snocciolati…
Bambina…
Mademoiselle…
Suo padre, il generale…
Sua madre, Madame…
Quello ch'era suo marito…
Quindi c'era un marito?
Era lui il padre del bambino?
Le parve davvero che in quella casa fossero tutti impazziti o che avessero vissuto in un altro mondo.
Un sospiro, Odile fu costretta ad accettare le condizioni, spogliarsi della zozzuria, abiti e sotto abiti gettati nel fuoco, e ripulirsi e stare alla larga almeno per il tempo in cui i domestici e la governante si sarebbero occupati di mademoiselle.
Aveva opposto una fiera resistenza, ma poi, uno solo sguardo del demone l'aveva convinta.
Il respiro sospeso, la gola chiusa da lacrime imprigionate, aveva creduto addirittura che quella fosse Parigi, ma poi, con una mezza risata di compatimento, le servette l'avevano liquidata…
Ma siete matta…ma da dove venite!?
Si ritrovò rivestita d'un abitino pastello, semplice ma dignitoso, non pareva dismesso da una domestica, ma da chissà quale giovane che aveva abitato in quella casa, una giovane per bene.
Mani dietro la schiena, scalza, che scarpe adatte non ne erano state trovate, prese a esplorare la casa, sola, senza la scorta di alcun domestico, così che gli occhi scorsero alle pareti istoriate di ritratti, in cerca di mademoiselle, senza trovarla, perché senz'altro le pitture raffiguravano donne vestite in maniera elegante, piume a decorare le capigliature, perle al collo, pizzi e merletti a ingentilire l'appoggio aggraziato delle mani, sorrisi muti, mentre gli uomini vantavano uniformi istoriate da mostrine, medaglie, pietre preziose incastonate entro spille abbaglianti, mustacchi o pelle liscia e occhi fieri.
Tutto assolutamente lontano da colei che tutti appellavano mademoiselle.
Lei non era lì, non era in nessuno di quei ritratti.
Erano morti quelli, e se non lo erano, pareva morti per via delle facce statiche, pose senza espressione se non quella del compiacimento d'esser ritratti, come di chi sa che nel ritratto si fisserà per sempre l'effige e dunque il ricordo.
Che idea assurda, immaginarsi imprigionati s'una tela, che l'uomo è per sua natura volubile e mutevole come i cieli d'autunno.
Odile s'immaginò che nessun ritratto avrebbe mai potuto raffigurare mademoiselle.
Lì tutto era ordinato, compunto, nulla lasciato al caso.
Mademoiselle era disordinata leggerezza, disamante impuntatura a sfidare gl'Inferi, le regole dei benpensanti, e al tempo stesso restarne vittima, come avvolta e quasi soffocata da quelle stesse regole a cui si era opposta.
Non ci poteva stare nulla di tutto ciò, in una banale tela dipinta.
Mademoiselle era…
Un brivido…
Il trambusto richiamò l'attenzione, i passi imposero di ritrarsi, Odile era al piano terra e le mani s'appoggiarono all'indietro, contro la porta d'una stanza che aprì in fretta, ficcandosi dietro il legno, scostato appena per comprendere che stesse accadendo e scorgere l'ingresso di un uomo non più nel fiore degli anni.
E quasi nell'immediato udì l'impeto d'un altro passo, un uomo giovane, questo sì, che aveva preso a correre su per lo scalone, due gradini alla volta, la spada ferma al fianco, la stessa foga d'uno di quei giovani tori che lei aveva veduto spesso pascolare nelle radure della Camargue, punti all'improvviso dalla smania d'avere spazio e attenzione da parte di tutto il mondo.
Odile chiuse la porta e si voltò andando con gli occhi a scrutare alla stanza.
Nessuno si sarebbe interessato a lei e lei avrebbe atteso, senza dar fastidio, prendendosi il tempo necessario per osservare e imparare quel ch'era necessario.
La stanza era nell'ombra, era quasi buio, il sollievo della frescura invitava a camminare su e giù senza affanno, con calma, e a studiare la collocazione degli oggetti.
Le pareti erano spoglie, vari libri erano ben riposti s'uno scaffale, e sul tavolo che pareva uno scrittoio era adagiato un plico di lettere, chiuse da un nastro.
Le dita sfiorarono la ruvidezza ingiallita della carta, gli occhi lessero i ghirigori della grafia.
Aveva imparato a leggere, seppur con fatica, perché l'angelo c'era riuscito a insegnarglielo con quella sua scrittura pulita e bella, tanto che lei, avendo anche imparato a scrivere, scriveva così, con la stessa lieve limpidezza, imitando quella dell'altro, per via d'una sorta di senso d'inferiorità che la spingeva a compiacere i maestri, buoni o cattivi che fossero.
La conosceva a memoria quella scrittura, l'angelo le aveva detto che in realtà molte persone usavano scrivere allo stesso modo, lettere inclinate, vocali più o meno aperte, punta a scalpello per imbastire le consonanti e poi il punto di chiusura un poco ovale, come un segno imposto al respiro e alla parola.
Il punto…
Tacere, chiudere il discorso, rinnegare il prosieguo a tediare il lettore…
Il punto di chiusura…
Il punto…
I punti a poco a poco prendevano a trapuntare l'insana follia di quella storia, ch'era come una stoffa ritagliata e cucita, come un arazzo che rivelava un ricamo infernale…
Le dita scomposero curiose la prima busta che apriva la piccola pila.
Océan Atlantique deuxième jour de navigation…
Ma chère grand-mère…
Siamo partiti da nemmeno un giorno e già sento la tua mancanza. Me ne dolgo, mai potrò fare ammenda del torto d'averti lasciato, che ti sarà parsa, la mia, una decisione incomprensibile e crudele.
Posso solo chiederti di continuare ad accettare il mio affetto e di accettarmi così, incosciente e di perdonare il dolore che ho causato.
Oggi, qui, lontano dai luoghi che mi hanno accolto fin da bambino, così come dalle braccia che mi hanno amato, mi pare d'esser in grado di vedere la mia vita in maniera più nitida e di comprendere ancora più a fondo il tenero e grande amore che hai nutrito per me.
Così come l'amore che mi ha spinto a lasciarti. L'uno ricambiato, legato dal sangue che scorre nelle nostre vene.
L'altro intenso e libero, forte del legame che mi tiene a sé, così che solo l'oceano e il tempo mi concederanno di sapere quanto esso sia puro e se mai un giorno avrò scampo dalla sua luce.
S'esso morirà allora la mia scelta sarà stata giusta, né alcuno avrà patito invano.
Se sopravvivrà, allora io vivrò fino a che esso avrà respiro.
Ti chiedo di aver cura della donna che amo.
So che adesso, leggendo queste righe, appoggerai il foglio in grembo, solleverai lo sguardo per guardarti attorno e chiederti come sarà possibile.
Sorrido a immaginarti e confido nella tua saggezza.
Ti parlerò di lei, così che non ti sentirai troppo sola, che in questo modo sarà come se io fossi lì, a guardarla attraverso i tuoi occhi, a mostrarti quanto sia bella e tu l'ammetterai, che lo è davvero.
Tornerò sano e salvo, per abbracciarti e baciarti.
Tuo nipote André
Un poco stentata uscì la parola, il nome. Chiarissimo il volto.
Odile non era veloce, erano trascorsi molti mesi e in quei mesi non s'era affatto esercitata come le aveva detto di fare il suo angelo, ma quando giunse in fondo, quando lesse il nome, un balzo eruppe, il sangue piombò in basso, come risucchiato dalle assi nere del pavimento, così che si ritrovò a terra, quasi fosse ancora fuori, appena giunta di ritorno dall'Inferno, appena scesa dal destriero quasi morto di fatica, appena spinta via dalla vecchietta iraconda…
Guai a chi tocca la mia bambina!
André…
André era il nome del suo angelo…
Possibile che tutti gli angeli si chiamassero André?!
Sfogliò con frenesia le altre lettere, buttandole all'aria, scorrendo alle parole…
Océan Atlantique, vingt-quatre juillet 1778
Ma chère grand-mère…
Dopo giorni di mare calmo, vento lieve e dunque assolutamente deleterio perché inutile, la navigazione è ripresa con sollievo dei marinai che pure sono abituati a tali frangenti.
Confido nella tua buona salute e che la mia assenza non t'imporrà di svolgere anche le mansioni che un tempo spettavano a me.
Lo spero e prego che tu non dia sfogo alla tua intransigenza verso te stessa, impedendo alla famiglia Jarjayes di venirti in aiuto, così che la mia assenza non ti sia di peso.
E ti chiedo se l'hai veduta oggi?
Hai ascoltato il tepore della sua stanza ancora chiusa al mattino?
Silenziosa magnolia mescolata al Marsiglia.
Metallico acciaio intessuto di lino.
E l'hai scorta, alla sera, mentre assorta osserva le ortensie fiorite al di là delle finestre?
I pensieri alla giornata scorsa, i dubbi d'aver composto al meglio i doveri e poi la scelta delle incombenze per la giornata che verrà?
Abbi cura di te e di lei.
Se lo farai sarà come aver cura di me!
Tuo nipote André Grandier
No, c'era un solo angelo che si chiamava André Grandier…
Uno solo…
11 septembre 1780…
Ma chère grand-mère…
Spero che tu stia bene, spero che la vita scorra lieve, attraverso i giorni e le stagioni.
Ammetto che il tempo scorre veloce e mi mancano la tua voce e le tue attenzioni.
Quando alla sera cenavamo assieme, dopo le lunghe ore trascorse tra faccende e impegni.
Attorno allo stesso tavolo, a commentare quel che accade fuori, a Parigi o a Versailles.
Mi accade sempre più spesso.
Dunque debbo, ancora una volta, domandati perdono, per averti inflitto questa preoccupazione enorme.
Ammetto che giorno dopo giorno la distanza imposta dalla mia scelta mi porta a pensare a lei, a immaginarla, a correre ai suoi gesti che forse saranno sempre gli stessi.
Così testarda nella sua idea di mantenere il controllo su tutto e a voler prevedere tutto.
Ma al tempo stesso imprevedibile e assolutamente straordinaria.
Continua ad avere cura di lei.
Con immenso affetto…
Tuo nipote André Grandier
"E' lei…questa è lei!" – detto piano, come se il mondo intero fosse finito nella stanza e Odile avesse finalmente recuperato forza sufficiente per gridare al mondo la sua verità.
Lei…
Era davvero lei…
Lei era lì…
Sarebbe bastato chiederglielo!
Le carte abbandonate alla rinfusa, sempre lo stesso nome che spuntava dalla fine di ogni carteggio, corse Odile, corse su per lo scalone, la sottana trattenuta stretta tra le dita, gli scalini a piedi nudi, solcati tre alla volta, il corridoio a passi pieni fino a che non scorse la camera giusta, fece per entrare ma si ritrovò acciuffata per un soffio dalla governante che quasi Odile la scansò via e quasi nanny si ritrovò scaraventata a terra.
"Come ti permetti? Dove credi di andare?".
"Madame…prego…sarà questione di un attimo!".
"Ebbene gli attimi ora non son tuoi. Dovrai attendere il tuo attimo, che il padre di mademoiselle…".
Che l'altra aveva già preso a bussare alla porta, così forte che qualcuno s'era ritrovato ad aprire nell'immediato, in realtà non era ben chiaro s'era per fare entrare lei – la gentilezza pareva fuori luogo – oppure perché quello doveva uscire con urgenza e lasciare la stanza – la faccia pallida per essere ancora così giovane, che pareva stravolto o quasi malato.
Odile si ritrovò faccia a faccia con il giovane uomo ch'era giunto poco prima e che adesso la fissava furioso per l'interruzione, forse per via che quella che si permetteva d'interrompere l'incontro era una giovane dalla pelle scura, la faccia parimenti stravolta e insolente.
"Perdonate, devo domandare…".
In un soffio sgusciò dentro, scansando l'uomo che sbarrava la porta, che Odile vide mademoiselle e si gettò ai suoi piedi come una Maddalena pentita, afferrando la mano, stringendola, d'una stretta antica e folle.
"Perdonate…debbo chiedervelo adesso! Sennò perderò la ragione! C'erano delle lettere giù…in una certa stanza. Perdonate, le ho lette…il mio angelo…".
Tre dita sulla bocca per farla tacere, Oscar la squadrò con aria severa…
"E' il vostro angelo?" – un mugugno, Odile sollevò lo sguardo, la mano stretta nella mano dell'altra, un sussulto, accorgendosi che nella stanza c'era l'altro uomo più anziano, sguardo sulfureo e spezzante seppur velato d'una commozione che pareva asciugarsi istante dopo istante, come se fosse accorso per rivedere qualcuno che però non era chi s'aspettava, non era più la stessa d'un tempo, come se qualcuno gli avesse trappato il nome e il cuore.
E anche l'altro uomo, quello giovane, era rimasto lì, sulla porta, sì che tutto recava l'apparenza come d'un groviglio assai strano, una sorta di nido di bisce che s'attorcigliavano, incerte se stringere la preda o fuggire per timore d'essere bastonate.
"Non ora" – sussurrò Oscar – "Dopo".
"No! Voi…voi lo conoscete? Chi ha scritto quelle lettere è la stessa persona che ho conosciuto io. E' la sua scrittura, la riconosco. Le avete lette anche voi? Ve le mostro. Vi prego! Voi lo sapevate? An…" - che stavolta la mano tappò la bocca, accompagnata dallo sguardo sospeso e sottile, come a trattenere il respiro e con esso il nome.
Oscar annuì e basta.
"Lo conoscete davvero?" – di nuovo, che annuì di nuovo Oscar, volgendo lo sguardo ai presenti, accennando a presentarla al padre, la persona più anziana e al Tenente Victor Girodel.
Solo le Tenente Victor Girodel…
Che però quando Odile venne invitata a uscire, di nuovo, si ritrovò gli occhietti grigi e furenti della governante addosso che la rimproverava d'aver interrotto il dialogo tra mademoiselle, suo padre e il marito.
Che però, quello che a Odile era stato detto fosse il marito, era uscito alla fine, anche lui, minacciando un severo ne riparliamo.
Che mademoiselle aveva detto solo Victor Girodel e non suo marito…
Odile trattenne il fiato, non le pareva proprio che quello fosse il marito dell'altra.
Le dita fremettero d'una strana frenesia, il corpo s'irrigidì piegandosi alla necessità dell'attesa, il cuore batteva piano ora, come acquietato dall'unione simbolica di punti con altri punti, come se la cucitura adesso avesse preso ad avere un senso.
Un senso insensato e inutile ai più, alle menti che pensano al bene, agli scopi utili e ai benefici.
Per Odile non esisteva nulla di utile, nulla di buono.
Per Odile esisteva solo l'angelo che aveva sconfitto la morte, almeno per un po', perché la morte purtroppo non la si può sconfiggere per sempre.
"Che cosa è accaduto?" – il Generale Jarjayes ripeté la domanda, finalmente solo, riprendendo il filo del discorso dopo l'interruzione.
"Sono stata lontano" - lo sguardo alla finestra, era un anno ormai che non aveva più rivisto suo padre, le parole uscirono lente, nere, nulla d'aggiungere su quanto era ancora sepolto nella mente, il tempo trascorso a chiudere a chiave ogni sussulto di dolore.
"Sì, questo è chiaro! Insomma…sei sparita per quasi un anno! Nessuna lettera, nessuna notizia…almeno l'hai trovata!?".
Il respiro trattenuto, si giocava d'azzardo, lei non sapeva cosa fosse stato messo in giro, se non la presunta scarna missione inglese che doveva restare segreta.
"No".
"Dovrai informare il Primo Ministro, e il Conte d'Artois e il re e la regina. E' terribile…" – il fiume in piena inondò la stanza – "Quella donna è fuggita, uno smacco per la nostra giustizia. Ma ciò che è peggio, è che si dice che sarebbe stata addirittura Sua Maestà a farla fuggire, per ricompensarla d'essere stata condannata al suo posto! E dunque adesso, questa calunnia prenderà ancora più piede!".
"Padre…questa che voi chiamate calunnia…".
"Come? Non la ritieni tale?".
"La ritengo tale, solo mi domandavo se davvero la fuga di Jeanne de la Motte sia stata orchestrata dagli avversari di Sua Maestà. Avversari dichiarati intendo. O non invece da qualcuno che vuole nuocere alla famiglia reale, traendo beneficio per sé dal fango che si sarebbe riversato su di essa".
"Gli avversari dei sovrani sono tanti…".
"Ebbene, non sempre un nemico è tale solo perché trae beneficio diretto dalla caduta di colui che avversa. E non sempre un amico è tale, solo perché dice di anelare al bene di qualcuno. Forse davvero sinceri sono soltanto i nemici. E alle volte, il beneficio è debitamente nascosto, subdolo, neppure lo si percepisce. Alle volte si approfitta del fango che altri gettano su qualcuno, per nascondersi in quel fango e fare i propri interessi".
"Non ti capisco…se sai…".
Un passo…
Frastornata…
Oscar si guardò allo specchio, l'immagine di una giovane donna senza un'espressione definita, un po' corrucciata, un po' intimorita, un po' persa.
L'arruffo dei capelli umidi di brezza di mare e scompigliati forse dal cattivo sonno regalavano un'espressione ancora più buffa, un po' sospesa, un poco scapigliata, come se da qualche parte una donna ci fosse, lì, riflessa, ma così ben nascosta che solo un gentiluomo esperto sarebbe stato capace di scovarla.
O chissà quale altra lusinga…
O chissà quale altro accidente, che non necessariamente avrebbe dovuto gravitare nelle consuete abitudini delle donne.
Forse…
Gli occhi al padre, il nome pronunciato piano, il cuore sospeso, che per la prima volta non le importava più nulla delle calunnie, della famiglia reale, della dannata collana…
Non le importava più conoscere l'origine delle banali menzogne, quanto sapere se esse non fossero invece serpi degne della testa di Medusa, che sopravvivono anche dopo la morte della Gorgone e hanno il potere di pietrificare e…
Per la prima volta Oscar François de Jarjayes voleva essere Medusa, anche col rischio di vedersi mozzata la testa…
Madame Roma s'accomodò in una seggioletta recuperata con delicata grazia. Si ritrovò anche lei riflessa nello stesso specchio.
I visi appaiati…
Forse quello era uno specchio capace di riflettere una verità non assoluta ma diversa per ognuno di quelli che vi si fossero specchiati.
Una verità per ciascun frammento di specchio, distrutto in mille pezzi di luce morta…
Non esistono verità assolute…
"Madame Aleksandra Roma Lemonde".
Il Generale Augustin Reynier de Jarjayes ascoltò il nome scandito e sbiancò un poco perché non solo conosceva il nome, ma d'improvviso fu costretto a rammentare le parole di colei che portava quel nome e nell'istante successivo ad ammettere che l'altra avrebbe potuto, sarebbe stata capace…
"Che significa?" – tergiversò per prendere tempo, che Oscar avanzò di un altro passo, il padre si era alzato in piedi, era poco più alto di lei ma le pareva fosse invecchiato d'un sol colpo e poi rimpicciolito e incapace di mantenere la solita baldanza paterna.
"Chi è Madame Roma Lemonde? Voi l'avete mai conosciuta?".
No, non era importante che l'avesse conosciuta…
Jarjayes rammentò le parole…
Ebbene mio caro Augustin, devi sapere che conosco la Comtesse Jeanne de la Motte. Sono andata a farle visita un paio di volte, alla Bastiglia. E' una cara persona, la penso innocente. Tuttavia, se anche non lo fosse, temo che il raggiro sia stato più grande di lei e che lei non sia stata in grado di avvedersi del pericolo…
Ascolta…la contessa de la Motte mi ha solo esposto un dubbio, spiegandomi ciò che avrebbe detto in sua difesa e io sinceramente non me la sono sentita di negarle questa informazione. Così le ho confermato che il superiore di suo marito è una donna.
Ma non…
Ebbene…io non ho colpa…la contessa aveva già in mente questa strategia. Oscar François de Jarjayes, tua figlia, è l'amante della regina di Francia! Questo avrebbe detto al processo. Ed io non me la sono sentita di dirtelo prima. Mi pareva talmente grave la cosa…ho pensato che ti avrebbe turbato in maniera tale…
Victor Girodel l'ha chiesta in moglie…
Tua figlia sposerà Victor Girodel e io ho semplicemente offerto la mia casa per le loro nozze. Lontano da Versailles, lontano dalla reggia e dal clamore. Oscar François de Jarjayes non sarà più l'amante della regina ma una donna qualsiasi, sposa di un nobile qualsiasi. La distoglierai dal destino infame che le hai cucito addosso e così farai ammenda del tuo peccato. Perché dovrei pentirmi di ciò che ho fatto? Tua figlia è salva!
"Tu…hai sposato Victor…per mettere a tacere le calunnie".
Sta bene! Tieni a mente che forse in questo frangente è bene amare i propri figli per ciò che sono e non per ciò che noi vorremmo che fossero. Sei sempre stato un grande egoista Augustin Reynier de Jarjayes. Persino tua moglie deve aver sofferto tanto per la tua decisione. Allora perché non porvi rimedio?!
"Le calunnie sono servite a infangare la regina. Ma rinnegare se stessi può solo significare d'aver avuto torto e d'essere stata ciò che si era insinuato io fossi. Chi è Madame Roma?".
"Lei lo sapeva già…" – un sussurro, la chiosa eruppe appena…
"Lei…" – s'irrigidì Oscar.
"Conosceva Jeanne de la Motte. Mi disse che era una cara persona. Avrei dovuto comprendere".
"Dunque…potrebbe esserci lei dietro le parole de la Comtesse de la Motte? E potrebbe averla aiutata a fuggire? Perché l'avrebbe fatto? Padre voi l'avete conosciuta, potrebbe esserne stata capace?".
Ascoltava Oscar e correva a ritroso, la mente a ciascuno dei punti ch'erano stati invisibili, almeno fino ad allora.
"Credo…di sì…".
Un tocco alla porta.
Un domestico annunciò che Madame Jarjayes era appena giunta.
Nemmeno lei poteva più attendere, voleva riabbracciare la figlia, non appena appreso del suo ritorno.
Oscar scorse alla madre, d'istinto la trovò bella ma stanca, fiera eppure un poco vinta come la corolla d'un fiore s'inchina al raggio asciutto, alla pioggia battente, al vento inclemente.
La sobrietà aveva orchestrato i gesti tra madre e figlia.
Non in quell'istante, che Marguerite prese la mani di Oscar, le strinse e poi le lasciò per abbracciarla, come a sincerarsi che l'altra fosse davvero lei.
Oscar non rammentava un simile abbraccio da parte di sua madre.
Forse ve n'era stato uno chissà quando nella fanciullezza.
La madre non era avara d'abbracci, semplicemente era stato imposto di non eccedere nell'esternare l'affetto al punto da corrompere l'indole della figlia.
No, questa volta tutte le richieste vennero scansate e la madre si permise di restare abbracciata alla figlia e poi…
Si staccò un poco, restando però allacciata allo sguardo, scorse agli occhi, li interrogò, come se avesse compreso, come se quel corpo smagrito che si ritrovava accanto, fosse diverso, solcato da una sorta di invisibile cicatrice, uno strappo impossibile da riparare.
"Marguerite…" – Augustin Reynier osservò la moglie e ammise anche lui che lei era bella, di una bellezza amara, innocente, perché colui che non sa gode della purezza d'esser libero dal rancore e dalla rabbia.
Si ritrovò sul baratro, amava sua moglie e la sua pura bellezza già oppressa dalle sue scelte, e ora si vergognava d'averle taciuto una scelta, d'averla preferita a un'altra donna, d'aver imposto alla sua famiglia una sorta di spada di Damocle, forse solo un piccolo pugnale, che però aveva inciso a fondo le loro esistenze.
Lui aveva dimenticato, Roma no.
Lui era vissuto inseguendo i suoi sogni demoniaci di gloria, lei aveva pianto forse lacrime amare che avevano reso altrettanto demoniaco il suo povero cuore.
"Conoscevo già Madame Aleksandra Roma Lemonde" – esordì Jarjayes, di getto, come volesse liberarsi dal peso, anche immaginando che ciò avrebbe interrotto il silenzioso patto di rispetto con la moglie – "Marguerite Georgette…era il tuo nome rammenti, quando ci conoscemmo? Ebbene a quel tempo, per quanto io non lo avessi ammesso – ma questo non mi discolpa – conoscevo già Aleksandra Roma e lei si era immaginata che noi fossimo promessi".
Marguerite Georgette rimase impassibile, non era ben comprensibile se per lo stupore che paralizzava, oppure per lo stupore che infieriva.
"L'ho messa da parte, non ho nemmeno accettato la sua compagnia. E poi ho scelto te. Dunque penso che lei non abbia mai dimenticato…e forse…" – lo sguardo rivolto alla figlia, e lei ascoltava e osservava adesso i punti oscuri che trapuntavano un disegno altrettanto oscuro che lei non conosceva e non avrebbe mai potuto conoscere, vista la proverbiale riservatezza del padre.
La mente riavvolse le immagini, la partenza da Brest, l'insolenza della compagna di viaggio, la presenza insistente, la sfida acuta e pungente ad essere ciò per cui lei non era nata e non era stata educata.
Come avesse voluto sfidarla - non lei, ma qualcuno che l'aveva plasmata così.
Come avesse voluto strapparla al destino che altri – suo padre – avevano scelto per lei.
Seppure adesso, l'offerta d'aiuto, chissà se per affetto o per vendetta, s'inabissava nel solco di quel rifiuto di cui in certo qual modo lei stessa conosceva l'amaro risvolto, il tedio dell'anima, per averlo lei stessa ascoltato durante l'assenza di André.
Dunque era come se Madame Roma si fosse nutrita della sua storia, del rifiuto di André, della sua corsa per ritrovarlo, e infine…
Mandò giù Oscar, imponendosi di tacere, non poteva tradire André, né recidere per sempre l'invisibile filo che cuciva assieme le loro esistenze.
Cara…adesso puoi dimenticare tutto. Ogni cosa tornerà come prima…
Dici menzogne! Nulla potrà essere come prima…
Sì invece! I figli in fondo sono creature di Dio…
L'amore non cura e non guarisce…
Dio…
Non l'hai voluta davvero! Così Dio se l'è ripresa con sé. Questa piccola creatura era di Dio ed è tornata a Lui.
"Ho commesso un terribile errore"- sussurrò Jarjayes, la testa tra le mani, come per impedire all'ignominia d'incidersi nella pazzia nel cervello, che neppure ci si poteva permettere di diventare pazzi – "Il desiderio di proteggere la mia famiglia dal mio passato ha portato a questo. Ho messo in pericolo la famiglia reale".
"Non dire così…" – Madame Jarjayes pose una mano sul capo del marito, restando in piedi, nessun orgoglio vi era nell'essere stati scelti, non in lei, ch'era sempre stata sincera e non aveva colpe se non quella d'aver amato suo marito sin dal primo istante in cui l'aveva veduto.
"Padre, non ho certezze" – che Oscar François de Jarjayes non le aveva o meglio quelle certezze erano nella direzione di un baratro, perché il destino alla fine non aveva alcuna responsabilità se non quello d'esser divenuto filo sapientemente tessuto dalle dita di Madame Aleksandra Roma Lemonde – "Vi invito a essere prudente".
"Devo lasciare la mia carica!".
"No! Significherebbe abbandonare la famiglia reale. La vostra scelta è compiuta. Il passato non potrà nuocere al presente".
"Io per primo mi sono ribellato al re. Sua Maestà voleva per me una fanciulla nobile".
Marguerite mantenne la mano sul capo del marito, seppure la mano aveva preso a tremare, immaginando che anche lui l'avesse scelta per via di quell'amore che s'era fatto strada nel cuore di entrambi.
La vergogna dell'amore…
"Ebbene…qui avanti a me vi è mia madre…" – dovette insistere Oscar – "Potreste mai farle il torto di ritenerla responsabile della vostra caduta? Così che lei, che in fondo non ha alcuna colpa se non – penso – d'avervi accettato, si ritroverà a vergognarsi dell'essere stata scelta da voi e dunque d'aver involontariamente generato in un'altra donna un tale rancore?".
"No, non Marguerite…".
Che s'inginocchiò Marguerite, che stavolta appoggiò le mani sul volto del marito, per guardarlo in faccia, per comprendere la vergogna e accoglierla e dirgli che non poteva esserci vergogna nell'essersi scelti e amati, e che forse era stata Madame Aleksandra Roma Lemonde ad aver scelto la vendetta e una simile scelta era solo sua.
Oscar scostò lo sguardo, il sangue come rappreso e raggrumato nella follia d'essersi ritrovata entro una tela spessa, il ragno invisibile a tessere lo sfacelo dell'abbandono.
Quasi perse l'equilibrio, un brivido, il dubbio di non aver perduto solo se stessa.
"Padre…cercherò quella donna".
"E' qui…a Parigi…" – disse piano Madame Marguerite restando con lo sguardo al marito – "E' venuta a corte qualche volta, ma di solito conduce una vita ritirata nella sua casa accanto a Saint Eustache. A me è sembrata serena, felice. Non accusa il fatto d'essere messa un poco al margine della nobiltà, come non le interessasse farne parte in fondo".
Oscar si contrasse, l'istante d'un respiro…
"Dovrai prima recarti a corte" – incise Jarjayes freddo, come incapace d'immaginarsi un confronto tra la figlia e Madame Roma, come non riuscisse a pensare che qualcuno avrebbe mai potuto pronunciare parole di sprezzo nei confronti della scelta d'un tempo – "Non è un momento facile per i sovrani. C'è bisogno di tutto l'appoggio della famiglia Jarjayes. Se io accetto la tua proposta di non abdicare alla mia carica per dovere verso i nostri sovrani, allora tu dovrai fare altrettanto. C'è una questione che ti riguarda".
"Quale…".
"Sei ancora il Colonnello delle Guardie Reali. A Parigi c'è un ladro che sta razziando le case dei nobili e deve essere fermato".
"Un ladro?".
"Si fa chiamare Cavaliere Nero" – ammise Jarjayes alzandosi in piedi e andando ad aprire la porta – "Venite Tenete Girodel…potete entrare…".
Il dovere innanzi tutto e poi…
"Credo sia giusto che voi possiate parlare con vostra moglie. Io…" –la mano nella mano di Marguerite – Noi…vi lasciamo…".
Vostra moglie…
Vostra moglie…
Un altro punto, un poco slabbrato da una forza sconvolgente che l'aveva eccessivamente sollecitato e dunque quasi stracciato.
Victor chiuse la porta.
Oscar si ritrovò quasi a terra, colpita dalle parole del padre che, senza saperlo, le aveva offerto lo scenario d'una possibile vendetta, d'una ragione per cui Madame Roma s'era interessata a lei, l'aveva messa nelle braccia dell'uomo che ora si trovava di fronte.
Eppure, nella decisione presa da entrambi quasi un anno prima le era parso d'intravedere un barlume d'amore, seppur declinato nello spettro antico della devozione e del rispetto.
S'avvicinò Victor, scorse alla mano dell'altra, afferrandola, stringendola, portandola alla bocca per baciala piano.
Oscar lo lasciò fare, come inebetita, distrutta dal viaggio, immaginando che la verità da cui era fuggita non era davvero reale, non poteva esserlo, così che il dolore avrebbe lasciato il posto alla rabbia.
"Tuo padre ti ha riferito della faccenda del ladro?".
"…".
"Ebbene, ti accompagnerò…domani…".
Tacere, era necessario tacere ancora.
"Sì…" – mandò giù – "Dimmi di quel ladro. Che cosa si sa…".
Il gioco diventava intenso…
Victor Girodel s'era dunque prestato alle intenzioni di Madame Roma?
Le dita s'intrecciarono, Victor strinse di più e lei lo lasciò fare -"Non hai trovato la de La Motte dunque?".
"No…ho fallito…" – remissiva…
"Nessuno ha saputo nulla…".
"Era una missione segreta, se si fosse saputo altro, non lo sarebbe più stata. Dimmi di quel ladro".
Victor abbassò lo sguardo, s'arrendeva anche lui in un certo qual modo, allo scenario dettato dall'assenza che perdurava ormai da un anno, come non sapesse altro, oltre ciò che era accaduto l'ultimo giorno, quel giorno in cui lei era stata dinnanzi a lui, in quel piccolo giardino ornato di rose e tappeti orientali e tutt'e due, anche lui, avevano udito il suo nome…
Gridato…
"E' astuto…".
"Se è un ladro, e ancora non si è riusciti a catturarlo, credo sia ovvio. Ma non lo sarà al punto da non aver mai commesso alcun errore!?".
"Hai ragione. Uno l'ha già commesso…".
La mano alla bocca…
"Quale?".
"E' entrato a casa mia".
Stupore trattenuto…
"Oh…e ha rubato qualcosa?".
"No, non c'è riuscito. Mi ha puntato la pistola in testa!".
"Cosa…".
"Ma alla fine…è solo un ladro. E' solo un ladro e non un assassino".
"Dunque alla fine è riuscito a fuggire…".
"Credo non sappia fare altro. Rubare e fuggire".
Un passo indietro, la mano slacciata dalla presa, gli occhi fissi, le parole scandite – "Se permetti ora sarei stanca, sono tornata da un lungo viaggio".
"Vorrei restare…" – che il dubbio d'esser messo nuovamente alla porta si fece strada…
"Sarebbe sconveniente".
"Dimentichi che noi…".
"Non lo dimentico e proprio per questo credo sarebbe sconveniente…".
"Oscar…possibile…mi sei mancata…".
"Non andare oltre…" – che il passo condusse alla porta, la mano alla maniglia, lo sguardo alla sguattera che s'era seduta a terra, le gambe abbracciate, le dita dei piedi aperte e chiuse in segno di noia e insofferenza.
"Odile…vieni…"
"Che fai?" – le corse dietro Girodel.
"Vieni!" – rivolto alla mocciosa che s'era alzata di scatto, un poco maldestra, spolverando la sottana, sprimacciando la stoffa, trionfante, seppur muta, d'esser lei, becera popolana, ad averla spuntata sul marito, e poi come invasata di conoscere finalmente l'unica verità che le stava a cuore.
Victor Girodel s'ammutolì…
Che l'altra si diresse verso la sua stanza, facendo entrare Odile e congedandosi freddamente da suo marito.
Un istante…
"A domani…" – biascicò Victor Girodel.
La porta si chiuse.
Oscar impose a Odile di chiudere a chiave.
Cadde davvero allora, cadde ritraendosi contro la parete, lo sguardo sollevato, come travolta da una sorta di onda invisibile, maestosa, intuendo il disegno, non sapeva se improvvisato o studiato, se di vendetta o pietà.
Odile si sedette con lei, a terra, non le pesava, anzi, quasi si trovava a suo agio seduta lì, accanto all'altra, come fossero ancora nella casupola in Camargue.
S'azzardò ad appoggiare una carezza sulla faccia dell'altra, scostando i capelli, che Oscar afferrò la mano e la strinse, incapace, d'un tratto, di restarsene lontana, sola, libera forse, ma la libertà in quel momento aveva un sapore troppo amaro e duro, nemmeno fosse ancora in quella casupola in Camargue e non nella propria casa.
"Sai, conosco il tuo angelo".
Annuì Odile, che lo sguardo scintillava di speranza, che non le importava sapere perché, ma solo che lei e l'altra s'erano trovate e s'erano guardate come avessero avuto la stessa anima da scrutare e baciare piano – "Potrò rivederlo allora…".
Si sporse Odile, il viso dell'altra preso tra le mani, accarezzato piano, lisciato e liberato dai capelli.
Un bacio sulla guancia…
"No…" – sussurrato.
"Lo so…ma vorrei stare qui, accanto a voi, senza parlare, e voi ferma, senza parlare" – appena accennato mentre la lingua leccava il sale delle lacrime – "E' anche il vostro angelo vero?".
"Sì…".
"Vostro figlio…è anche suo?".
Annuì Oscar, che la gola si chiuse, che avrebbe voluto gridare, mentre la voce restava impigliata nel pianto che chiuse la gola e scosse i muscoli, come fosse il primo pianto della vita.
1748
